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VARESE

Anche a Varese le proteste contro gli Invalsi e la riforma della “Buona scuola” non accennano a fermarsi. Il 19 maggio la protesta è culminata in un presidio delle maggiori sigle sindacali davanti alla Prefettura della città e nell’assemblea si è parlato anche di Invalsi. A questo proposito abbiamo intervistato Carla Mimmo, un’insegnante di un istituto professionale di Varese, che da anni si oppone alle prove Invalsi.

 

Hai partecipato allo sciopero del 5 maggio?

Certo: per difendere la scuola, perché quella riforma non è affatto della “Buona scuola”. La scuola è il luogo per eccellenza della collegialità e della condivisione, che saranno minate alla base dai “superpoteri” del preside. Nonostante tutti i proclami di Renzi (“più soldi agli insegnanti”), continuano i finanziamenti alle scuole private, mentre in quelle pubbliche sarà solo il dirigente scolastico a stabilire quali insegnanti guadagneranno di più. Un preside sceglierà un insegnante in gamba che sa fare il suo lavoro e non abbassa la testa o un insegnante remissivo che fa qualunque cosa gli si chieda?

Tu sei contraria alla prova Invalsi, ci spieghi perché?

Sono convinta della necessità di una valutazione degli istituti. L’Invalsi, però, prova solo quanto gli studenti siano inquadrati e conformi, e non la loro reale preparazione. Inoltre, essendo la base su cui si ripartiranno i fondi, crea inevitabilmente scuole di serie A e scuole di serie B. Come ciliegina sulla torta, la correzione degli Invalsi, non prevista dal contratto e che si svolge in orario pomeridiano, non è retribuita. Ditemi voi se questa è “Buona scuola”.

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ARONA (NO)

Pubblichiamo una lettera di una insegnante in una scuola elementare di Arona che ci spiega come viene vista la questione Invalsi nelle scuole di base.



Insegno da molti anni nella scuola primaria e vi porto la mia esperienza sui test Invalsi. Secondo me la logica ottusamente meritocratica di questi test si rivela in pieno proprio nella scuola di base, che è scuola dell’obbligo e che dovrebbe far crescere tutti gli alunni secondo le loro possibilità.

La qualità della scuola testata dall’Invalsi si basa però sulle “performance” di bambini di 8 oppure 11 anni che, in un tempo stabilito, devono mettere delle crocette sulle risposte esatte, senza poter chiedere spiegazioni. Inoltre, nella compilazione dei test non tutti sono tutelati: chi ha una diagnosi di handicap è dispensato, chi ha una diagnosi di Dsa (disturbi specifici di apprendimento) può avere un docente che gli legge le domande, ma ad esempio chi ha Bisogni educativi speciali (Bes, disabilità non specifiche circoscritte nel tempo) si deve arrangiare. Stessa cosa accade a chi è di madre lingua diversa. È una mentalità da: “Non ce la fai? Fatti da parte o resta indietro”. Inoltre, se questo sistema presto servirà davvero a valutare e premiare il merito dei docenti, il rischio dell’aumento di bocciature è purtroppo molto concreto. Anche la correzione delle prove è emblematica della situazione: i docenti passano tutti insieme 3 o 4 ore a correggere i test e a tabulare i dati al computer, al di fuori del loro orario di servizio. Se ti rifiuti e sei la sola a farlo ti lasciano stare, ma se a rifiutarsi sono più insegnanti arrivano gli “ordini di servizio” e ti tocca rimetterti a lavorare. Gratis, naturalmente.

Ci vogliono rassegnati, flessibili e complici, per questo nella scuola sta montando la protesta. Per questo noi insegnanti, delle scuole di ogni ordine e grado, dobbiamo dire no agli Invalsi.

Gli insegnanti in lotta contro Buona scuola e Invalsi



Varese

Collettivo Varese Rossa - Sempre in lotta



Anche a Varese le proteste contro gli Invalsi e la riforma della “Buona scuola” non accennano a fermarsi. Il 19 maggio la protesta è culminata in un presidio delle maggiori sigle sindacali davanti alla Prefettura della città e nell’assemblea si è parlato anche di Invalsi. A questo proposito abbiamo intervistato Carla Mimmo, un’insegnante di un istituto professionale di Varese, che da anni si oppone alle prove Invalsi.



Hai partecipato allo sciopero del 5 maggio?

Certo: per difendere la scuola, perché quella riforma non è affatto della “Buona scuola”. La scuola è il luogo per eccellenza della collegialità e della condivisione, che saranno minate alla base dai “superpoteri” del preside. Nonostante tutti i proclami di Renzi (“più soldi agli insegnanti”), continuano i finanziamenti alle scuole private, mentre in quelle pubbliche sarà solo il dirigente scolastico a stabilire quali insegnanti guadagneranno di più. Un preside sceglierà un insegnante in gamba che sa fare il suo lavoro e non abbassa la testa o un insegnante remissivo che fa qualunque cosa gli si chieda?

Tu sei contraria alla prova Invalsi, ci spieghi perché?

Sono convinta della necessità di una valutazione degli istituti. L’Invalsi, però, prova solo quanto gli studenti siano inquadrati e conformi, e non la loro reale preparazione. Inoltre, essendo la base su cui si ripartiranno i fondi, crea inevitabilmente scuole di serie A e scuole di serie B. Come ciliegina sulla torta, la correzione degli Invalsi, non prevista dal contratto e che si svolge in orario pomeridiano, non è retribuita. Ditemi voi se questa è “Buona scuola”.





ARONA (NO)

Pubblichiamo una lettera di una insegnante in una scuola elementare di Arona che ci spiega come viene vista la questione Invalsi nelle scuole di base.



Insegno da molti anni nella scuola primaria e vi porto la mia esperienza sui test Invalsi. Secondo me la logica ottusamente meritocratica di questi test si rivela in pieno proprio nella scuola di base, che è scuola dell’obbligo e che dovrebbe far crescere tutti gli alunni secondo le loro possibilità.

La qualità della scuola testata dall’Invalsi si basa però sulle “performance” di bambini di 8 oppure 11 anni che, in un tempo stabilito, devono mettere delle crocette sulle risposte esatte, senza poter chiedere spiegazioni. Inoltre, nella compilazione dei test non tutti sono tutelati: chi ha una diagnosi di handicap è dispensato, chi ha una diagnosi di Dsa (disturbi specifici di apprendimento) può avere un docente che gli legge le domande, ma ad esempio chi ha Bisogni educativi speciali (Bes, disabilità non specifiche circoscritte nel tempo) si deve arrangiare. Stessa cosa accade a chi è di madre lingua diversa. È una mentalità da: “Non ce la fai? Fatti da parte o resta indietro”. Inoltre, se questo sistema presto servirà davvero a valutare e premiare il merito dei docenti, il rischio dell’aumento di bocciature è purtroppo molto concreto. Anche la correzione delle prove è emblematica della situazione: i docenti passano tutti insieme 3 o 4 ore a correggere i test e a tabulare i dati al computer, al di fuori del loro orario di servizio. Se ti rifiuti e sei la sola a farlo ti lasciano stare, ma se a rifiutarsi sono più insegnanti arrivano gli “ordini di servizio” e ti tocca rimetterti a lavorare. Gratis, naturalmente.

Ci vogliono rassegnati, flessibili e complici, per questo nella scuola sta montando la protesta. Per questo noi insegnanti, delle scuole di ogni ordine e grado, dobbiamo dire no agli Invalsi.

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