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La notizia è che, dopo tredici anni, il 24 settembre 2012 è uscito il bando del concorso per insegnanti.

La domanda è: in questi tredici anni cosa è stato fatto per la scuola? L’unica risposta possibile è che molto è stato fatto. Per distruggerla.

 

E adesso, l’esercito dei probabili 11.500 arruolati, farà parte di un qualcosa che di “scuola pubblica” porta solo il nome.

L’istruzione pubblica, come ogni altro servizio indispensabile per la libertà dell’individuo e per lo sviluppo della società, ha subito un lento e progressivo sgretolamento a partire dalla metà degli anni ’70, quando le lotte di massa si sono arenate sotto il peso di una classe dominante non più disponibile a fare concessioni.

Le più importanti conquiste della scuola italiana, infatti, avvengono grazie alla stagione dei movimenti studenteschi e alla lotta dei lavoratori. Chi comanda è costretto a cedere e, inoltre, margini economici ancora abbastanza ampi permettono elargizioni senza intaccare i profitti.

La tendenza si inverte quando, con l’avvio di una nuova crisi economica, il padronato non intende rinunciare ai propri profitti. Si crea allora l’idea che la società abbia bisogno di “eccellenze” che affineranno le loro conoscenze nelle università private dell’imprenditoria italiana, mentre per tutti gli altri c’è una scuola pubblica che da cui deve uscire fuori la forza-lavoro che serve alla borghesia per mantenere i propri privilegi.

Gli anni Ottanta e Novanta sono anni di crisi e di guerre e si preferisce, come sempre, foraggiare l’industria bellica a cui servono armi e carne da macello e non scuole pubbliche qualificate.

Ci sono, in questo periodo, varie forme di protesta (la più importante quella della “Pantera” nel 1990) che sono guidate, però, da chi non ha nessun interesse a difendere realmente la scuola pubblica.

Intanto due cambiamenti epocali stanno per cambiare il Dna della società italiana come della scuola: l’immigrazione, dovuta alle guerre e all’impoverimento esponenziale di alcuni Paesi e la rivoluzione tecnologica.

A tutto questo si risponde, nel 1999, con il bando di un concorso a cattedre, pensando che un’infornata di giovani insegnanti possa in qualche modo portare rinnovamento, senza considerare che ancora non sono esaurite le graduatorie del concorso indetto nel 1990 e che un contingente di lavoratori precari è ingolfato in una “lista di attesa” da quasi dieci anni. Contemporaneamente viene attivato un altro canale di reclutamento degli insegnanti attraverso le Scuole di specializzazione (SSIS), corsi costosi e impegnativi che hanno come scopo quello di innescare una guerra tra insegnanti precari abilitati con i concorsi e insegnanti precari abilitati con le SSIS.

Arriva il precariato


Si crea una sacca di precariato abnorme di lavoratori della stessa categoria, i sindacati adottano una politica confusa e deludente e le famiglie cominciano a fare le spese di questa situazione.

L’insegnante diventa un jolly sempre disponibile a tappare ogni falla del sistema su chiamata annuale o con contratti ancora più brevi.

Gli studenti sono disorientati dai continui cambiamenti e diminuisce sempre di più la considerazione nei confronti dell’istituzione scolastica.

Contraddizioni al limite del ridicolo si susseguono dal 2005 in poi:

• si ricerca la “serietà” e la severità della scuola pubblica con la revisione dell’esame di Stato, con la reintroduzione degli esami di riparazione, con l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni. Nel frattempo lo Stato non è in grado di garantire organici stabili, innalza il numero di alunni per classe, taglia i posti di sostegno, non investe nell’edilizia scolastica, non è in grado di gestire i disagi sociali, familiari e individuali degli alunni;

• si introduce in alcune classi la “lavagna multimediale” ma gli studenti con Disturbi Specifici di Apprendimento non hanno a disposizione in classe un normale computer; è sempre più difficoltoso avere libero accesso alla fotocopiatrice, le biblioteche scolastiche sono spesso inesistenti o trascurate per mancanza di personale, in molte scuole sono i genitori che forniscono alla scuola risme di fogli e carta igienica;

• si aumentano i finanziamenti alle scuole private e soprattutto a quelle confessionali;

• con il cosiddetto “Decreto Brunetta” viene sospeso il trattamento accessorio in caso di malattia per i dipendenti delle pubbliche amministrazioni: il docente avrà una trattenuta in busta paga per ogni giorno di malattia;

• il danno più grosso alla scuola pubblica lo fa la legge Aprea – passata in commissione di cultura alla Camera ora in attesa di essere trasmessa al Senato – con cui si “ristruttura” la scuola in senso aziendale e si cancellano definitivamente le conquiste ottenute con le lotte degli anni Settanta.

Mentre la scuola pubblica è in attesa di essere liquidata, il consiglio nazionale dei geologi rilascia dati inquietanti sulla (in)sicurezza negli istituti scolastici: circa il 44% delle scuole italiane si trova in un’area ad elevato rischio sismico. Solo il 24% delle scuole in Italia ha il certificato di agibilità statica, di agibilità igienico-sanitaria e di prevenzione incendi.

Così la scuola italiana prepara i suoi alunni al mondo del lavoro e così tutela l’incolumità di chi studia.

Divide et impera


E adesso si investono soldi un concorso che servirà ancora una volta a dividere la categoria degli insegnanti: quelli che aspettano il ruolo e le supplenze annuali da anni e che si trovano costretti a perdere ancora tempo e soldi per non essere seppelliti nelle graduatorie, quelli che hanno superato le selezioni per il Tfa (Tirocinio formativo attivo), magari ex-ricercatori universitari che in tempi di crisi hanno perso il loro assegno di ricerca, e i nuovi laureati – migliaia di disoccupati e lavoratori precari – che sperano in una possibile occupazione. Ma è un concorso che promette un numero di posti di lavoro più basso di quello che era stato preventivato nel precedente governo. Quindi, di fatto, una diminuzione delle immissioni in ruolo.

Intanto l’anno scolastico inizia con 24mila cattedre (il 32%) ancora da assegnare con supplenze a tempo determinato.

Le forme di protesta ci sono state ma purtroppo, come succede da molto tempo, non hanno dimostrato la loro efficacia. Il silenzio delle istituzioni, la sfiducia che la maggioranza dei lavoratori della scuola ha nei confronti dei sindacati, la disillusione verso le forme di lotta tradizionali che ormai servono a poco, la mancanza di sponde politiche serie hanno lasciato prevalere le sensazioni di “essere lasciati soli”, di perdita di tempo e di immancabile etichetta di “guerra tra poveri”.

Questo non significa che anche un flash mob, un sit in davanti agli uffici scolastici provinciali o una manifestazione nazionale non abbiano un loro riscontro positivo.

Ma abbiamo soprattutto bisogno di forme di protesta diverse. Più strutturate, più consapevoli della strada da intraprendere, più coraggiose.

Uno sciopero a oltranza come è successo a Chicago o la protesta che recentemente è scoppiata nel Quebec, la lotta dei lavoratori in Grecia o le migliaia di manifestanti contro le misure di austerità di Hollande non sono che alcuni spunti a cui possiamo ispirarci.

Ma soprattutto è necessaria l’unità dei lavoratori. Non possono esserci divisioni di categoria. Insegnanti della scuola dell’infanzia, della scuola primaria e secondaria, delle università, di ruolo e precari, statali e comunali sono chiamati a lottare insieme contro i tagli; contro il precariato selvaggio; contro la violenza di chi vuole ridurre la scuola a un parcheggio di carne da lavoro o da cannone; contro l’arroganza di chi pensa che si possa fare una scuola seria, moderna e innovativa senza spendere un centesimo, ma anzi, tagliando salari, sicurezza e diritti; contro chi vuole gerarchizzare i lavoratori e istituire categorie di serie A e di serie B, scuole di qualità per ricchi e scuole scadenti per “tutti gli altri”.

Infine manca da parte dei vertici sindacali il coinvolgimento di genitori e studenti, manca un ponte con il mondo dei lavoratori “fuori” dalla scuola.

Questo è quello di cui abbiamo davvero bisogno per i prossimi tredici anni, se la parola scuola ci ricorda e ci fa sperare in qualcosa di diverso da quello che abbiamo visto negli ultimi tredici.

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