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Che tutta la propaganda sul “fannullonismo” fosse un modo per lanciare un attacco frontale ai dipendenti pubblici era ormai chiaro da tempo ma oggi, per quanto riguarda gli enti pubblici, è in campo la demolizione di ogni piccolo residuo di contrattazione e di rappresentanza del sindacato.

Nell’ultima finanziaria il governo aveva provveduto a bloccare il rinnovo dei Ccnl dei dipendenti pubblici fino al 2013. Questo significa che almeno per i prossimi 4 anni il pubblico impiego vedrà una pesante ricaduta sui salari reali.

Una delle circolari del governo, inoltre, ha chiarito quanto sembrava abbastanza evidente già alla lettura della legge Brunetta: il secondo livello di contrattazione non potrà prevedere un incremento di risorse, comprese quelle utili per permettere l’applicazione di accordi aziendali in merito all’organizzazione del lavoro. Il governo vieta qualsiasi forma di contrattazione quindi e arriva a definire delle sanzioni per le direzioni di enti pubblici e per le organizzazioni sindacali che non dovessero rispettare questo divieto. Come non vedere un asse Brunetta-Marchionne-Federmeccanica che smantella la contrattazione nazionale nel pubblico e nel privato e prevede la contrattazione di secondo livello solo per eventuali deroghe (in peggio), con buona pace di Cisl e Uil che hanno firmato nel gennaio 2009 un modello contrattuale che a loro dire avrebbe dovuto incentivare la contrattazione integrativa.

La stessa Brunetta prevede la riduzione dei comparti da 11 a 4 con un impatto notevole sui servizi pubblici e sul pubblico impiego con una possibile riunificazione dei contratti in contratti più “leggeri” (vedi meno diritti). Per fare solo un esempio rispetto alle conseguenze di tale orientamento, dietro l’accorpamento degli attuali due comparti “sanità” e “regioni” c’è un evidente tentativo di regionalizzare contratto, salari e condizioni di lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori della sanità, magari con un occhio di riguardo (per modo di dire) al privato. è sufficiente dare uno sguardo agli ultimi contratti sottoscritti, sia della sanità pubblica sia di quella privata, per avere la conferma di questa prospettiva.

Ma non finisce qui. Il governo ha deciso di non far rinnovare le rappresentanze sindacali che scadrebbero a novembre. A fine agosto, come ogni triennio, avrebbe dovuto promulgare un decreto che avviava le procedure per il rinnovo delle Rsu ma per quest’anno non se ne parla, così come non si rinnoveranno le Rsu della scuola scadute nel 2009. In pratica il governo sospende il sindacato, la rappresentanza dei lavoratori e il suo ruolo. Lascia esterrefatti la posizione della Cgil che nel discorso di Epifani all’assemblea dei quadri e dei delegati del 24 settembre ha aperto alla possibilità di sottoscrivere un accordo col governo in cui si preveda la riduzione dei comparti a fronte di una data certa di rinnovo delle Rsu. Non è accettabile un’altra capitolazione del sindacato in cambio di un diritto che è quello dei lavoratori di eleggere una propria rappresentanza.

Pomigliano non è solo un parallelo di quello che sta avvenendo anche nel pubblico impiego, accordi separati, attacco al Ccnl, deroghe e attacco al sindacato e alla rappresentanza, ma deve diventare anche simbolicamente una modalità in cui anche in questo settore si organizza una reazione all’aggressione da parte del governo. Ricordiamo che quella appena descritta è solo una parte degli attacchi che negli ultimi anni abbiamo visto svilupparsi contro i lavoratori pubblici, come la decurtazione del salario accessorio, l’attacco al diritto alla malattia, l’aumento dell’età pensionabile per le donne, l’introduzione della (presunta) meritocrazia.

Come gli operai a Pomigliano hanno risposto a Marchionne, come i metalmeccanici e la Fiom stanno rispondendo a Federmeccanica, così le lavoratrici e i lavoratori del pubblico impiego dovranno organizzare una risposta conflittuale. Non c’è altra strada.

* Direttivo nazionale Fp-Cgil

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