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Sono stati anni molto bui per i lavoratori pubblici, anni di arretramenti. Nell’epoca di Brunetta hanno bloccato i rinnovi contrattuali e con essi lo sviluppo professionale, gli stipendi hanno visto un calo per la diminuzione del salario accessorio oltre che per gli aumenti della tassazione. Al sindacato hanno tolto del tutto lo strumento della contrattazione e persino quello della concertazione.

 

Monti ha approfondito ulteriormente le politiche di riduzione del personale col blocco del turnover che ha ridotto i dipendenti pubblici del 10 per cento negli ultimi dieci anni. I dirigenti sindacali per anni si sono lamentati di quanto è terribile il quadro politico, del fatto che si dovesse auspicare un cambio degli assetti governativi, l’unica fiducia era proiettata ad una situazione politica diversa che avrebbe aperto una nuova fase, modello “adda passà ‘a nuttata”.

La chiusura di Renzi

Ma la notte non passa e l’alba della fase col Partito democratico saldamente alla testa della maggioranza di governo è, se possibile, ancora più dura. Si continua con la politica dei tagli e dello smantellamento dei servizi pubblici, del blocco delle assunzioni, si prevede la possibilità di trasferire in maniera coatta i dipendenti pubblici nell’ambito di 50 chilometri e tante altre sciagurate ipotesi che ricadono sempre e comunque sul lavoro e i servizi pubblici. E, dulcis in fundo, di trattare col sindacato del rinnovo del contratto nazionale non se ne parla nemmeno. Anzi, blocco per almeno un altro anno!

In questa scia si è inserito il finanziere Davide Serra che, alla Leopolda, ha chiesto di limitare il diritto di sciopero nel pubblico impiego poiché sarebbe un costo. Senz’altro l’amico di Renzi saprà che lo sciopero è un costo invece per i lavoratori che vi aderiscono e che il diritto a scioperare è già particolarmente limitato dalla legge 146/90 e da numerosi contratti aziendali sottoscritti da allora. Quello che è evidente è il programma politico del governo che mira a colpire con ulteriore determinazione i lavoratori e le basi su cui potrebbe reggersi un sindacato conflittuale.

La Cgil lotti sul serio!

Altrettanta e maggior forza va contrapposta a quella dell’attuale governo. La manifestazione imponente del 25 ottobre della Cgil deve essere solo un trampolino di lancio per una mobilitazione ampia, dura, che mandi in crisi il governo. La manifestazione di sabato 8 novembre convocata dalla Cgil, assieme a Cisl e Uil, è troppo poco per rilanciare lo scontro, che deve essere rilanciato su un terreno molto più efficace, quello dello sciopero e del blocco totale dei servizi.

Le rivendicazioni in difesa del lavoro pubblico vanno inserite in una piattaforma generale che le metta assieme alla battaglia contro il Jobs act e i tanti provvedimenti antioperai del governo, che diventino la piattaforma generale con la quale si proclama, quanto prima, lo sciopero generale per bloccare il paese.

Bisogna rivendicare l’abrogazione della legge Brunetta e la stabilizzazione di tutti i contratti precari. Contratti non a tempo indeterminato dovrebbe essere possibili solo per sostituzioni di lunghe assenze per malattia, infortuni, maternità, ferie estive e per stagionalità vera del servizio. L’organizzazione del lavoro e il suo controllo deve tornare ad essere oggetto di negoziazione di Rsu e sindacati.

Dopo 5 anni dal blocco del rinnovo dei contratti nazionali va, finalmente, costruita una piattaforma che a tutt’oggi è ancora assente, nella quale si chiedano tra l’altro aumenti salariali medi di almeno 300 euro lordi e un adeguamento di tutte le indennità contrattuali e professionali in contratti che mettano sullo stesso livello lavoratori pubblici e privato dei servizi. Ad uguale mansione e attività stesso salario!

Questa piattaforma dovrebbe essere lanciata in un attivo nazionale della categoria e fatta votare in tutti i luoghi di lavoro. Andrebbero costruiti dei comitati di lotta in ogni ente e in ogni azienda con l’obiettivo di discutere di come sviluppare la mobilitazione in maniera più ampia e incisiva possibile. La Cgil dovrebbe far nascere una cassa di resistenza per sostenere economicamente qualsiasi forma di lotta, partendo dalla necessità di mettere in discussione la legge anti-sciopero, sia nel proprio programma, chiedendo l’abrogazione della legge, sia nelle lotte, partendo dal canalizzare una percentuale di ogni tessera sindacale in questo fondo. Insomma, contro il governo Renzi si faccia sul serio e si lotti fino in fondo.

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