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Perù: la caduta di Fujimori apre nuovi scenari

L’era di Alberto Fujimori è finita. Il despota del Perù si trova in una condizione di profugo nel suo paese di origine, il Giappone. Gli anni novanta in Sudamerica sono stati caratterizzati da questo oscuro professore che vinse a sorpresa le elezioni nel 1990, per poi con un "autogolpe", due anni più tardi, sospendere le libertà costituzionali, reprimere ogni opposizione e avviare un programma di neoliberista di privatizzazione selvaggia e di distruzione di quel poco di stato sociale esistente nel paese andino. Tutto con l’appoggio degli Stati Uniti (e dell’Europa), dell’esercito e della borghesia peruviana.

I risultati: metà della popolazione vive sotto la soglia della povertà, l’80% è disoccupato o sottoccupato. Una recessione economica profonda e l’emergere dopo anni di riflusso di scioperi e aperte contestazioni.

La forzatura del "Chino" Fujimori di voler ottenere a tutti i costi un terzo mandato presidenziale, truccando clamorosamente i risultati elettorali nell’aprile scorso, aveva cominciato a rendere insofferente Washington. Tanto più che il candidato dell’opposizione, Alejandro Toledo, era un suo uomo di fiducia, ex economista della Banca Mondiale.

Il sistema ha cominciato a perdere i pezzi. L’eminenza grigia del fujimorismo, Vladimiro Montesinos, capo dei servizi segreti, viene casualmente filmato mentre corrompe un deputato dell’opposizione.

Scappa a Panama, poi torna in Perù, ed è ancora oggi latitante.

A fine ottobre un reparto dell’esercito si ribella nel sud del paese.

Il comandante, il tenente colonnello progressista Ollanta Humala, chiede le dimissioni del Chino e l’arresto di Montesinos. Una situazione simile al "pronunciamiento" di Chavez in Venezuela nel 1992.

Abbandonato da tutti, Fujimori rassegna le sue dimissioni il 19 novembre da Tokio.

Per la borghesia peruviana è arrivato il momento di gestire la transizione, all"insegna della massima moderazione. Un nuovo presidente, Valentin Paniagua, e un nuovo Primo ministro, il sempreverde Perez de Cuellar, un tempo Segretario Generale dell"Onu, che assicurano elezioni trasparenti e democratiche per aprile e uno stato di diritto.

Ma niente di nuovo per le masse peruviane. Appena insediato, Paniagua sostiene l’esigenza di "una ristrutturazione della spesa pubblica per raggiungere l’equilibrio fiscale" "Pagina12"24-11-2000), mentre il probabile futuro presidente, Toledo, annuncia che creerà "un clima propizio per attrarre capitali, particolarmente in quei settori dove il Perù possiede vantaggi comparativi, che dovremo trasformare in vantaggi competitivi." (il Manifesto, 24-11-2000) L’unico vantaggio competitivo che il Perù può sperare di godere nel mercato mondiale, è quello del cbasso costo della manodopera, ottenuto attraverso il sudore, le lacrime e il sangue dei lavoratori e dei contadini poveri.

La tragedia è che i sindacati e i partiti di sinistra oggi appoggiano quasi incondizionatamente Toledo. Siamo fiduciosi, tuttavia, che il nuovo vento della lotta di classe, che è tornato a soffiare prepotente in America Latina, spazzerà via ogni illusione da parte della classe lavoratrice nei confronti dei leaders della borghesia, "liberal" o conservatori che siano. (Roberto Sarti )

Corea: fallisce la Daewoo?

La Daewoo Motors ha fatto bancarotta. Le banche creditrici hanno deciso di non sborsare più ulteriore denaro per l'azienda sommersa dai debiti. La decisione è scattata in seguito alla notizia che la multinazionale, seconda casa automobilistica della Corea del Sud dopo la Hyundai, non aveva potuto onorare cambiali per un totale di 78 milioni di dollari. La società ha chiuso a tempo indeterminato il suo principale stabilimento a causa della sospensione delle consegne da parte delle principali aziende fornitrici. La fabbrica ha una capacità produttiva di 500mila veicoli all'anno su un totale di due milioni di tutto il gruppo. La forza lavoro totale del gruppo nella sola Corea del Sud è di 18mila unità a cui vanno aggiunti i dipendenti della azienda nell'Europa dell'est, che nella sola Polonia impiega 24mila operai. La bancarotta potrebbe coinvolgere anche le 500 ditte fornitrici con i loro 300mila dipendenti. Dietro all’indebitamento gigantesco c'è la strategia di una crescita troppo rapida perseguita attraverso una politica di prezzi stracciati. Quello che gli economisti borghesi non dicono però è che queste strategie rischiose di marketing sono state dettate dalla difficoltà della Daewoo di competere con le multinazionali più grosse in un mercato delle auto che oggi vive in uno stato permanente di sovrapproduzione. Anche il tentativo di espandere la produzione a settori diversi come la costruzione di navi, microonde e fertilizzanti è tramontato più di un anno fa quando il gruppo, schiacciato dai debiti, è stato spezzettato in 12 società (una delle quali è la Daewoo motors) e rivenduto. In attesa che gli aspiranti acquirenti si facciano sotto - dalla GM-FIAT alla coreana Hyundai - i primi effetti sul lavoro si sono fatti sentire: 6mila operai coreani sono stati lasciati a casa a tempo indeterminato mentre per i restanti 12mila l'orario di lavoro è stato dimezzato (e lo stipendio anche).

Domenica 12 Novembre un corteo di 20mila lavoratori ha marciato per le strade di Seul per protestare contro la chiusura degli impianti e i piani di ristrutturazione che prevedono almeno 4mila licenziamenti. Centinaia di manifestanti armati di spranghe di ferro e con caschi edili sul capo hanno cercato di aprirsi un varco fra gli agenti di polizia che hanno risposto a manganellate Alla fine si sono contati un centinaio di feriti, 50 dei quali poliziotti. I lavoratori hanno dimostrato di essere pronti ad una lotta feroce per salvaguardare il loro posto di lavoro. (A. Riatti)

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