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Tornano a battere sul cemento i caschi operai del Sucis. Oggi circa 150 lavoratori di Alcoa e degli appalti hanno manifestato davanti al Palazzo di Giustizia di Cagliari per chiedere al Governo di «riprendersi Portovesme». Un messaggio chiaro alla luce del fallimento delle trattative per l'acquisizione dello stabilimento, una su tutte quelle con la svizzera Glencore. Un primo passo verso l'opposizione totale alla chiusura date anche le prime lettere di licenziamento inviate. Non sono mancate infatti le accuse a un governo ritenuto incapace di garantire l'occupazione.

 

Rimane comunque un equivoco da sciogliere nelle richieste da avanzare. A quella delle Rsu di procedere al sequestro mediante azione giudiziaria è arrivata la risposta del procuratore della Repubblica Mauro Mura, il quale ha ricordato che tale misura deve basarsi su un reato allo stato attuale ancora non identificato. Se lo scenario di riferimento è quello di Taranto, dove al disastro ambientale dell'Ilva è seguita tale misura, si ricordi che il solo sequestro senza un rilancio delle produzioni, e soprattutto senza l'esproprio degli stabilimenti, equivale alla chiusura. E questo non è lo scenario per cui i lavoratori Alcoa continuano a lottare.

 

Inoltre è pur vero che in questo primo salto qualitativo nelle rivendicazioni vi è la speranza che lo stato intervenga per garantire la transizione verso altri acquirenti, cosa poco realizzabile se non attraverso l'accettazione di condizioni al ribasso (ammesso che tali non siano estreme, come quella di Glencore sul prezzo dell'energia). Sciolto il presidio, rimane all'ordine del giorno la preparazione della trasferta a Roma prevista per il 29 ottobre, dove i sindacati chiederanno un altro tavolo di confronto.

 

Occorre invertire il trend attuale: non solo quello dell'estenuante balletto di tavoli, appunto, ma anche quello delle mobilitazioni fino ad ora frammentate. Il 26 ottobre infatti si fermerà la sola provincia di Sassari. Tutto questo non è più sufficiente di fronte a quanto succede nell'isola. Occorre unificare le diverse vertenze su una piattaforma di classe, anche per dare il giusto contributo a quanto si muove nel mondo rurale e nella piccola borghesia locale (si pensi alla “Consulta rivoluzionaria”). Al fine di ciò occorre anche una sinistra che si lasci alle spalle una volta per tutte le sue pratiche di sopravvivenza di apparato legate al Pd.

 

Le giuste rivendicazioni piano piano emergono dallo scontro di classe in atto smentendo tutti quei dirigenti che parlano di “assenza di coscienza di classe” e altre “verità” simili. La lotta in corso procede per approssimazioni successive e sarebbe un crimine se a sinistra persistesse questo vecchio modus operandi fatto di tatticismi elettoralistici lasciando solo quel soggetto decisivo nel ribaltamento dei rapporti di forza in questa società.

 

Si ponga, senza esitare, nell'agenda la parola d'ordine della nazionalizzazione del settore dell'alluminio (e degli altri strategici) senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori per garantire la piena occupazione e garantire il rilancio delle produzioni vincolandole alle esigenze sociali e ambientali.

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