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Quale Europa?
Rompiamo le catene del capitalismo

 

Il 25 maggio è necessario un voto chiaro contro l’austerità, i tagli e le politiche della Troika. Un voto contro le forze di centrodestra e centrosinistra che in Europa come in Italia sono impegnate in prima persona nell’applicare queste politiche. Per questo ci sentiamo impegnati a sostenere l’affermazione della lista L’altra Europa con Tsipras.

 

Questo comune obiettivo politico non deve però nasconderci che ad oggi, accanto a una posizione pienamente condivisibile (contro l’austerità) rimangono nodi fondamentali da sciogliere. È chiaro cosa non si vuole, molto meno chiara è l’alternativa proposta.

Non ci riferiamo solo all’elettoralismo o ai problemi di scarsa democrazia che hanno condizionato negativamente la costruzione della lista in Italia. Il punto decisivo è: a chi ci rivolgiamo, e per quale prospettiva?

Il 22 marzo a Madrid la Marcia della Dignità ha portato in piazza un milione di persone. Senza sostegno dei sindacati maggioritari, senza e in larga misura contro il Partito socialista (ma con la partecipazione attiva di Izquierda Unida e delle altre forze della sinistra), movimenti, comitati di lotta, organizzazioni sindacali combattive hanno dato luogo a una straordinaria mobilitazione.

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Il volantino con la lettera aperta (scaricalo qui)

In Grecia, sciopero dopo sciopero, sono anni che i lavoratori lottano contro i piani che la Troika ha imposto come condizione per dare altri prestiti e alimentare la spirale del debito pubblico. Quel paese è stato portato letteralmente alla fame, la mortalità infantile è salita del 43% e in certe zone del paese il 70% delle persone non può permettersi di comprare le medicine di cui ha bisogno, centinaia di persone si inoculano volontariamente il virus dell'Hiv per accedere a dei miseri sostegni sociali.

Ancora una volta si conferma che c’è un enorme bisogno di chiari riferimenti a sinistra, che assumano con coerenza una piattaforma di lotta contro gli effetti devastanti della crisi. Questo è ancora più vero nel nostro paese.

“Europa” e “democrazia” sono espressioni che oggi suonano false e ipocrite per decine di milioni di persone nel nostro continente. Il nostro compito non può essere quello di abbellirle, ma di smascherare questa ipocrisia. Fino a quando domina il capitale non ci sarà né giustizia sociale, né autentica democrazia, in Europa e nel mondo.

L'Unione Europea non è un'istituzione neutra, che possa essere tirata da una parte o dall'altra. È invece un potente apparato politico-istituzionale volto a concentrare le forze del capitale per imporre sacrifici, tagli, privatizzazioni, precarizzazione, distruzione dei diritti.

Dobbiamo quindi aggredire alla radice i problemi più urgenti

Il primo punto è il debito pubblico. Il debito pubblico è usato come leva per obbligare a una politica di austerità permanente. Nonostante questo, dall'inizio del governo Monti a oggi il debito pubblico italiano è aumentato, a dimostrazione che siamo in una spirale senza uscita. Gli accordi europei (Fiscal Compact) prevedono che scenda al 60% del Pil in 20 anni. È un obiettivo semplicemente impossibile, ma che costerà ancora sacrifici su sacrifici. Per anni sono stati chiesti criteri diversi o rinegoziazioni del debito pubblico, la Grecia mostra che preferiscono ridurre alla fame un paese piuttosto che rinunciare ai profitti. Tentare di convincere la classe dominante a cambiare strada con appelli e discorsi significa solo illudersi e illudere coloro che invece dobbiamo chiamare alla lotta.

E necessario invece cancellare il debito pubblico, tutelando solo i piccoli detentori di titoli secondo la loro condizione economica.

A chi dice che in questo modo si provocherebbe il crollo del sistema finanziario rispondiamo che a essere colpite sarebbero quelle stesse banche che prendono i soldi in prestito allo 0,25% dalla Bce e li prestano ai privati mediamente al 13%, e che quando vanno in crisi poi chiedono allo Stato i nostri soldi per essere salvate. Quelle risorse finanziarie devono essere tolte dalle mani di un pugno di speculatori e devono essere messe a disposizione dei lavoratori, impedendo oltretutto che possano essere trasferite altrove. Il modo per farlo è nazionalizzare il sistema bancario, con indennizzo per i piccoli risparmiatori e azionisti, e far confluire le risorse in un'unica Banca centrale statale, con cui pianificare razionalmente gli investimenti e la disponibilità di credito nell'interesse dei lavoratori e dei piccoli imprenditori.

L’Europa ha unito il capitale, i padroni di tutto il continente, ma ha diviso più che mai i lavoratori e tutti i settori oppressi della popolazione. Aumentano le divisioni sociali, la precarietà, i diritti vengono frantumati. Dobbiamo rompere non solo con le politiche di austerità, ma con l’intera costruzione dell’Europa capitalista. Ciò vuol dire rompere anche con l'Euro, che di questa costruzione è un tassello fondamentale.

Questo non per tornare ad alzare le vecchie frontiere e rinchiuderci nella prospettiva nazionalista, ma per poter unire finalmente i lavoratori, i giovani, i disoccupati in tutto il nostro continente nella lotta per un futuro migliore.

Rompere con l'Unione Europea capitalista e lanciare un appello per un'Europa socialista e realmente democratica: questa crediamo sia l’unica prospettiva per una sinistra che non voglia essere a rimorchio del “riformismo” del Partito socialista europeo o della demagogia nazionalista che inevitabilmente risorge soprattutto laddove non è presente una chiara alternativa di sinistra e di classe.

Un programma come questo sarà ben accolto nei salotti buoni, a Roma o a Bruxelles? No, ma è l'unica via d'uscita per milioni di persone che altrimenti potranno essere solo schiacciate dalla crisi del capitalismo. È a loro che dobbiamo guardare, e non agli Schulz o agli Hollande e a tutti quelli che con una patina di centrosinistra hanno portato avanti gli stessi massacri sociali in Spagna (Psoe), in Grecia (Pasok), in Francia (Ps) o in Italia (Pd).

Questa è la proposta che vi rivolgiamo: smettiamo di preoccuparci di essere rispettabili per chi amministra i conti della classe dominante, smettiamo di pensare che questo sistema sia aggiustabile con qualche piccola modifica, e lavoriamo per organizzare attorno a dei punti di vera rottura la rabbia che riempie le piazze di tanti paesi europei e che si accumula anche in Italia. È la rabbia della nostra classe che potrà dare alle nostre idee la forza per rovesciare la situazione.

Oggi una sinistra di classe non ha il compito di accarezzare sogni ma di mettersi all'altezza di compiti che la crisi del capitalismo ci pone davanti.

 

Sinistra Classe Rivoluzione

 

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