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La vittoria delle candidature di “unità popolare”, sostenute da Podemos alle elezioni del 24 maggio è stata straordinaria. Non si era mai vista, a nostra conoscenza, una crescita così rapida ed esponenziale di un movimento politico, che in soli 16 mesi, è passato da un ristretto gruppo di intellettuali a diventare un’organizzazione con influenza di massa.

In passato, anche in situazioni di grande fermento e mobilitazione, la strutturazione politica di un movimento richiedeva anni, per non dire lustri. Si pensi alla rivoluzione venezuelana che, cominciata nel 1998, ha visto il consolidamento di un riferimento politico di massa (il Psuv) solo dieci anni più tardi, nel 2008.

Lo stesso dicasi per il Brasile; il Pt espressione della classe operaia brasiliana, fondato nel 1980 nella lotta contro la dittatura, acquisiva una forza significativa sul piano elettorale nel corso degli anni ’90 riuscendo a vincere per la prima volta le elezioni presidenziali solo nel 2002. Riflessioni simili potremmo farle per Syriza, Bloco de esquerda, Sinn Fein o altri partiti della sinistra che hanno avuto un certo successo negli ultimi anni.

Un fenomeno nuovo

iglesias colau
Pablo Iglesias e Ada Colau

L’eccezionalità del fenomeno spagnolo non si riduce a questo, ma è data anche da una relativa facilità dei movimenti sociali ad “auto-rappresentarsi” sul piano politico, Podemos, per quanto la più importante, è solo una delle espressioni politiche delle mobilitazioni che abbiamo visto svilupparsi negli ultimi quattro anni.

La vittoria di Ada Colau a Barcellona, leader del movimento di massa contro gli sfratti e promotrice della piattaforma Guanyem è la dimostrazione di un processo ampio, articolato e denso di insegnamenti. Sempre in Catalogna potremmo citare il successo elettorale di Cup (Candidatura d’unitat popular) o la straordinaria vittoria di Compromìs (Impegno) a Valencia.

Ci sono centinaia di realtà associative, sindacali e di movimento disseminate in tutto il territorio nazionale che sono state in prima linea nella campagna elettorale e che hanno permesso questa storica vittoria della sinistra spagnola.

Si tratta ora di tradurre questo enorme potenziale in un progetto per il cambiamento.

A novembre si voterà per le politiche e sebbene Podemos sia in testa nei sondaggi questo potrebbe non essere sufficiente per vincere le elezioni. La classe dominante ha messo in campo la propria controffensiva che si sostanzia in un sostegno politico e finanziario al movimento Ciudadanos, oltre che in una martellante campagna di diffamazione nei confronti di Pablo Iglesias e della sua organizzazione.

Ciudadanos grazie al gigantesco battage pubblicitario di cui ha goduto, nel giro di poco è arrivata al 15% dei consensi, togliendo voti a Podemos, riprendendo molte delle tematiche di Iglesias contro la corruzione, il “né di destra né di sinistra” e altre “sparate” del genere.

Quando l’emorragia di voti da Podemos verso Ciudadanos cominciava ad essere troppo grande, Iglesias ha impresso una svolta che si è tradotta in uno spostamento a sinistra del suo discorso, che è diventato molto più classista, contro i ricchi e gli “snob”. Questo ha permesso una notevole risalita nelle ultime tre settimane di campagna elettorale.

Per un’analisi dettagliata dei risultati delle amministrative in Spagna è a disposizione dei nostri lettori l’articolo del compagno David Rey, pubblicato sul nostro sito (www.rivoluzione.red).Ci limitiamo qui ad aggiungere che i recenti sondaggi elettorali pubblicati da El Pais vedono Pp, Psoe e Podemos sostanzialmente in un testa a testa su percentuali che oscillano tra il 22 e il 25%. Ciudadanos si attesterebbe tra il 9 e il 10%, Iu tra il 4 e il 5%. Tutte le altre forze tra il 10 e il 12%. Il sistema politico è stato trasformato radicalmente rispetto a quattro anni fa quando il Pp vinceva le elezioni politiche con il 44,6%, con il Psoe e Iu rispettivamente al 28,7% a al 6,9% dei voti.

L’avanzata di Podemos e dei movimenti sociali in Spagna rappresenta un miraggio per la sinistra italiana, che sogna di potersi proporre un giorno con le stesse performance.

Il dibattito sta diventando sempre più frenetico. Se Civati avanza la proposta (un po’ patetica a dire il vero) di Possibile, Maurizio Landini nel rapporto con la sinistra “tradizionale” (Sel e Rifondazione), sta assumendo un atteggiamento molto simile a quello tenuto da Iglesias con Izquierda unida: tenerli a distanza il più possibile.

 

La Spagna e noi

Fino ad oggi Vendola e Ferrero hanno ingoiato i rospi, ma c’era da attendersi una reazione, e questa finalmente è arrivata, seppure in una forma indiretta, grazie a un articolo di Ramon Mantovani, pubblicato sul suo blog: Davvero Podemos?

In questo articolo pur criticando Iglesias in realtà nel mirino c’è oggettivamente Landini.

Mantovani comincia con l’evidenziare che a vincere le elezioni a Barcellona, così come in altre città, non è Podemos ma la lista Barcelona en comù nata dall’unione di diverse associazioni che si stavano organizzando già prima che Podemos ottenesse la grande affermazione delle europee di un anno fa.

Tutto formalmente vero e formalmente corretto (in quanto Podemos era dentro quella lista), ma la conclusione a cui giunge Mantovani (molto meno corretta anche da un punto di vista formale) è che Podemos sta attraversando una fase di difficoltà e subisce “un inciampo notevole” nelle elezioni.

Riprendiamo letteralmente dall’articolo menzionato:

“(…) si è votato anche in 13 delle 17 comunità autonome (regioni) spagnole. Ebbene. In nove il primo partito è il Pp. In due il Psoe. In due il primo posto è dei rispettivi partiti regionali (Navarra e Canarie). In tutte e tredici Podemos è o il terzo partito (9), o il quarto (3), o il quinto (1).
Sebbene la perdita di voti di Pp e Psoe sia di grandi dimensioni a me sembra difficile dire che Podemos, che da mesi è quotato nei sondaggi per le elezioni politiche come primo o secondo partito, in un testa a testa con il Pp e con il Psoe notevolmente distanziato, e che ha fondato su questo la propria strategia politica, abbia vinto, essendo arrivato alla prima vera prova elettorale politica sempre dietro Pp e Psoe in tutte le regioni.
Se stessimo ai risultati in sé per un partito che si presenta la prima volta dovremmo parlare di uno straordinario risultato. Ma se stiamo alle aspettative che Podemos stesso ha incoraggiato a più non posso si tratta di un inciampo notevole per un partito che vive prevalentemente di immagine sui mass media”.

Invece di evidenziare il tracollo di Izquierda unida (che due anni fa veniva data al 15% e oggi è al 4%), il compagno Mantovani parla dell’“inciampo” di un partito, nato 16 mesi fa, che su scala nazionale raccoglie oltre il 20% dei voti.

E a cosa si dovrebbe questo presunto inciampo? Mantovani non ha dubbi: al settarismo di Podemos che rifiuta il fronte unico. Citiamo nuovamente: “Spero soprattutto che Podemos dismetta la boria di partito autosufficiente e dia retta alla proposta del Partito comunista di Spagna e di Izquierda unida che in sostanza dice: facciamo come a Barcellona!”.

In primo luogo non è casuale che Ramon Mantovani ci parli dei dati delle elezioni regionali, dove il peso delle zone rurali e arretrate incide di più rispetto alle grandi città e alle zone più urbanizzate. Le liste di Podemos vanno peggio nelle campagne rispetto alle metropoli. C’è da soprendersi per questo? Si tratta di una tendenza che si è sempre verificata storicamente per tutti i movimenti che tendono ad avere un carattere di rottura con il sistema. Nelle campagne il peso della tradizione e della conservazione si fa sentire di più. Niente di nuovo sotto il cielo.

Ma quello che ci sembra incredibile è che Ramon Mantovani invece di rivolgere i propri strali contro Pablo Iglesias, non rivolga tutta l’attenzione critica di cui dispone, verso i suoi amici di Izquierda unida.

Non è forse vero che in tutte le coalizioni di “unità popolare” che si sono formate, Podemos era presente, mentre non si può dire lo stesso di Izquierda unida?

A Madrid, Izquierda unida, si è candidata autonomamente e in competizione con la candidata di Ganemos-Ahora Madrid, raccogliendo un penoso 1,1%, contro il 31,5% della lista capeggiata da Manuela Carmena.

Barcellona, l’unica realtà di cui ci parla Mantovani, è anche una delle pochissime (con Bilbao e Murcia) nella quale Iu è entrata in coalizione con le altre forze del movimento.

Non è forse vero che in Andalusia, dove l’apparato del Pce e di Iu si sentiva sufficientemente forte, non solo non ha partecipato alle liste di Ganemos, ma ha persino espulso circoli e militanti che sostenevano le liste che nascevano
dal movimento?

La critica di Mantovani rovescia completamente la realtà, in quanto Barcellona è stata l’eccezione non la regola.

 

Podemos e Izquierda unida

A primeggiare sul terreno del settarismo in queste elezioni non è stata Podemos, ma Izquierda unida, che era unitaria solo dove era troppo debole per fare altro, ma mostrava tutta la sua arroganza burocratica ovunque avesse maggior forza e radicamento. Questo non ha fatto che rafforzare la diffidenza e il sospetto già diffuso tra gli attivisti verso la burocrazia di Izquierda unida per le scelte passate verso le coalizioni di governo in Andalusia, Catalogna ed Estremadura (in quest’ultima Iu ha persino sostenuto dall’esterno un governo del Pp), oltre che per l’istituzionalismo dell’apparato di Madrid.

Questo e parecchi altri errori hanno permesso a Podemos di costruire un proprio insediamento nei bastioni tradizionali della sinistra spagnola, quelli di Iu e quelli del Psoe.

Secondo un’inchiesta di El diario (http://www.eldiario.es/piedrasdepapel/voto-Podemos-graficos_6_264983501.html), il voto a Podemos avrebbe quattro caratteristiche principali:

• Cresce quanto maggiore è la partecipazione al voto (o soffre quando è più alta l’astensione). Ogni punto in più di partecipazione al voto è associato a un aumento del voto di Podemos.

• Ha un marcato carattere di classe. A Madrid storicamente i quartieri ricchi votavano per il Pp e i quartieri poveri per il Psoe e Iu. Questa tendenza che esisteva per i partiti tradizionali, si mantiene oggi anche per i nuovi partiti: Ciudadanos va bene nei quartieri ricchi e Podemos in quelli poveri. Il voto a Podemos è più alto nei quartieri proletari di Madrid e Barcellona, più ancora che nelle zone poverissime, in quelle dove la popolazione è stata “maggiormente colpita dalla crisi”, vedendo un rapido deterioramento delle proprie condizioni di vita: È indiscutibile che questo fattore include anche una fetta importante del ceto medio.

• Podemos ha anche il voto più giovane. A Madrid avanza maggiormente nei quartieri dove l’età media è più bassa.

• Inoltre raccoglie il proprio consenso fondamentalmente in parti uguali o da ex elettori di sinistra (Iu-Psoe) o nel campo dell’astensione. I quartieri dove il Psoe (ma anche Iu) cala di più sono anche quelli dove cresce maggiormente Podemos.

Secondo eldiario.es, da una prima analisi del voto emergerebbe che “le forze che sostengono Podemos sono sufficientemente strutturate da non prevedere che questa formazione possa dissolversi come uno zuccherino nelle prossime scadenze elettorali”.

Una considerazione che ci sentiamo di condividere, sulla base della quale raccomandiamo al buon Ramon e ai compagni del gruppo dirigente di Izquierda unida di cambiare atteggiamento se vogliono continuare a sopravvivere politicamente. È meglio che le loro preoccupazioni gravitino di più su una corretta e coerente linea politica piuttosto che su una sterile critica al presunto settarismo di Podemos.

Se Podemos è riuscita in così poco tempo a diventare una realtà strutturata, con più di 300mila iscritti in tutta la Spagna (sulla carta dieci volte di più dei militanti di Izquierda unida) e un consenso elettorale superiore a quello del Psoe e di Iu messe assieme, forse sarà utile ragionare in primo luogo sugli errori commessi in questi anni dall’organizzazione di Cayo Lara.

La verità è che i “dinosauri” di Iu (così come quelli di Rifondazione) hanno fatto il loro tempo, è arrivata l’ora che si facciano da parte lasciando il testimone nelle mani di una nuova generazione. Per questo non basta candidare alla presidenza un giovane con la faccia pulita come Alberto Garzón.

Ciò che conta è rompere con le politiche d’austerità e le alleanze con i partiti che sostengono l’austerità. Non bastano le parole, ci vogliono i fatti. Ora ci sarà la prova più difficile, quella del governo, con le numerose giunte di sinistra che si formeranno in tutto il paese.

Si vedrà allora quale è il futuro della sinistra spagnola, che potrà vincere solo se saprà aprirsi la strada verso una rottura con il sistema capitalista. In mancanza di questo nuove disfatte sono all’orizzonte. Iglesias è avvisato così come tutti i suoi imitatori qui in Italia, a partire dallo stesso Landini. Un discorso che vale sia nelle vesti di sindacalista che in quelle di “politico” della Coalizione sociale.

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