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Thefalloftheberlinwall1989La sera del 9 novembre 1989, in una conferenza stampa in diretta su canali televisivi e radiofonici, Günter Schabowski, responsabile propaganda della Sed, il Partito comunista della Repubblica democratica tedesca, comunica le nuove regole sull’apertura delle frontiere con l’occidente, regole decise da una riunione del Politbüro alla quale lo stesso Schabowski non ha partecipato. Alla domanda di un giornalista sulla decorrenza delle stesse (che avrebbe dovuto essere alle quattro del mattino del giorno dopo), imbarazzato, il burocrate cerca una risposta tra le veline che gli sono state trasmesse, non la trova e improvvisa: “Da quel che ne so, da subito… immediatamente”. 

Fu così che migliaia di berlinesi della parte Est della città che si trovavano in ascolto si riversarono ai tratti di transito dislocati lungo il muro che attorniava Berlino Ovest, chiedendo di passare ad incredule guardie di confine prese a dir poco alla sprovvista. Un aneddoto poco conosciuto ma significativo di due aspetti di avvenimenti più celebrati dalla propaganda anti-comunista. Il primo: è una falsificazione l’immagine che ci viene propinata del muro che cade sotto i colpi di una rivoluzione pro-capitalista. Il secondo: l’iniziativa dell’apertura dei confini era uno degli ultimi disperati tentativi da parte della burocrazia della Ddr di salvare un regime che stava crollando su se stesso.

Un sistema in crisi

La crisi dello stalinismo attanagliava infatti tutta l'Europa orientale e l'Unione sovietica: il sistema basato su un'economia nazionalizzata e pianificata ma sotto il controllo soffocante di una casta burocratica sempre più privilegiata e oppressiva (una caricatura del socialismo), aveva raggiunto i suoi limiti di sviluppo delle forze produttive e vedeva così crollare i tassi di crescita, mentre nei paesi occidentali il capitalismo viveva un boom.
Salito al potere dell'Urss nel 1985, Gorbachev aveva cercato di prevenire la rivoluzione dal basso con riforme dall'alto (la glasnost, trasparenza, e la perestrojka, riforma), ma queste, lungi dal reintrodurre un sistema di democrazia proletaria, finirono per destabilizzare ulteriormente il regime.
Un'ondata di fermento si diffuse in tutta l'Europa orientale, tra movimenti anti-burocratici di massa (come quello che depose Ceausescu in Romania, e gli scioperi dei primi anni '80 in Polonia) e i tentativi delle diverse burocrazie nazionali di far fronte alla precipitazione della situazione: in Ungheria, ad esempio, già prima del 1989 vennero introdotte delle riforme "democratiche" (leggi: nella direzione della restaurazione capitalista).
La burocrazia della Sed era tra le più restie ad andare nella direzione indicata da Gorbachev, al punto che il segretario generale della Sed Honecker avrebbe voluto prendere a mo' di esempio la repressione del movimento di piazza Tienanmen in Cina. 
Ma se i regimi stalinisti dell'Urss e dell'Europa orientale rappresentavano una caricatura del socialismo, la Repubblica democratica tedesca nei suoi ultimi aneliti era una caricatura della caricatura. Il regime si disfaceva come un castello di carte, il 18 ottobre 1989 Honecker si dimise sotto la pressione di un movimento di protesta che in autunno si diffuse nel paese rivendicando libertà di movimento e diritti democratici. La patata bollente passava così nelle mani del giovane Egon Krenz che, disperatamente e maldestramente (come messo a nudo dall'episodio della conferenza stampa di Shabowski), nonché invano, cercava di mettersi sulla strada delle riforme per salvare il salvabile, mentre la situazione sfuggiva dalle mani della burocrazia.
Se da un lato infatti decine di migliaia di persone già a partire dall'estate avevano lasciato il paese approfittando dell'apertura delle frontiere tra Ungheria e Austria, dall'altro le manifestazioni di protesta si diffondevano scandendo lo slogan "Wir bleiben hier!" (Noi rimaniamo qui!). Chiaramente, la rivendicazione della libertà di movimento non esprimeva una spinta verso il capitalismo, al contrario era un'istanza di cambiamento di un sistema la cui base economica (con i bassi prezzi delle case, la gratuità della sanità e dell'istruzione, la piena occupazione, ecc.) non era affatto messa in discussione.

il fallimento della Rivoluzione politica

Mentre sfilavano le grottesche celebrazioni per i quarant'anni della Ddr, le manifestazioni assumevano un carattere sempre più di massa: a Lipsia, uno dei principali centri del movimento, l'appuntamento dei manifestanti era fisso, ogni lunedì, e arrivò a raccogliere fino a 300mila persone il 30 ottobre (su una popolazione di circa 500mila); a Berlino il 4 novembre Alexander Platz si riempì di 500mila manifestanti al grido di "Wir sind das Volk!" (noi siamo il popolo), un altro slogan significativo che si riappropriava di una parola ipocritamente deformata dalla retorica della burocrazia.
Nel frattempo, a cercare di coordinare il movimento erano nati a settembre diversi raggruppamenti come Demokratie jetzt (Democrazia ora), Demokratische Aufbruch (Risveglio democratico) e Neues Forum (Nuovo forum). Il manifesto di fondazione di quest'ultimo recitava: "Nel nostro paese la comunicazione tra lo Stato e la società si è palesemente incrinata. (...) Alla base di tutte le aspirazioni a cui Neues Forum vuole dare espressione e voce, c'è il desiderio di giustizia, democrazia e pace così come protezione e salvaguardia della Natura. È questo l'impulso che vogliamo veder pienamente realizzato nella futura riorganizzazione della società in tutti i suoi ambiti".
Parole che lasciavano confusamente trapelare le istanze di una "rivoluzione politica", per dirla con l'espressione che Trotskij usò per definire la necessità per il proletariato dell'Unione sovietica di strappare il potere politico alla burocrazia, sostituendolo con un regime democratico, mantenendo al contempo la base nazionalizzata e pianificata dell'economia. Ma organizzazioni come Neues Forum avevano una visione "naïf", civica, della democrazia, incapace di mettere a fuoco la centralità del ruolo della classe operaia nello scontro con la burocrazia e nel governo di una futura società "riorganizzata". Il proletariato della Ddr non poteva d'altronde avere alcuna memoria storica di un sistema di democrazia proletaria a cui richiamarsi, essendo il regime nato direttamente sul modello di un'Unione sovietica già burocratizzata. Così il passaggio dall'aspirazione confusa alla chiarezza degli obiettivi della rivoluzione politica non avvenne mai.
Ciò lasciò lo spazio per far insinuare la propaganda pro-capitalista fomentata dal presidente della Repubblica federale Kohl, pronto ad approfittare della situazione a vantaggio del capitalismo della Germania occidentale.
In assenza di una chiara direzione, l'unica via d'uscita venne vista dalle masse dell'Est nelle sirene del capitalismo, con le promesse di benessere e opulenza che arrivavano dall'Ovest. In breve tempo al posto dello slogan "Wir sind das Volk" prese piede "Wir sind ein Volk" (siamo un popolo) e l'euforia per la caduta del muro e la riunificazione delle due Germanie si impadronì di milioni di tedeschi.

Desideri e realtà

La realtà non tardò però a dare il vero nome alle cose: la riunificazione fu una vera e propria annessione da parte della Germania occidentale; il capitalismo restaurato significò la desertificazione industriale con la chiusura delle fabbriche che venivano acquisite dai nuovi padroni della Repubblica federale. La piena occupazione si trasformò in disoccupazione di massa: dalla caduta del muro ad oggi il livello di disoccupazione all'Est si è pervicacemente mantenuto mediamente doppio rispetto a quello dell'Ovest.
Quello che era un paese industrializzato è stato trasformato in una regione depressa dalla quale tra il 1990 e il 2013 sono emigrate verso l'ex Germania Ovest 2,2 milioni di persone (a fronte di 3,8 milioni che fuggirono dalla dittatra nei dodici anni tra la fondazione della Repubblica democratica e la costruzione del muro). Non sorprendono quindi sondaggi come quello secondo il quale il 23% dei tedeschi dell'Est a 
volte rimpiangono il muro, mentre l'80% vedono favorevolmente la vita in uno Stato socialista per quanto riguarda l'occupazione, la solidarietà e la sicurezza. 
Quello che sì colpisce maggiormente è la percentuale ottenuta da questa stessa risposta tra i tedeschi dell'Ovest: il 72%; come se la crisi del capitalismo avesse condensato l'esperienza di 25 anni di restaurazione capitalistica all'Est.
Qualcosa suggerisce che le celebrazioni del venticinquesimo dalla caduta del muro, o meglio, le celebrazioni di 25 anni di capitalismo, non scalderanno gli animi dei lavoratori, né all'Est, né all'Ovest.

 

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