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 Il 28 settembre 1864 nasceva a Londra la Prima Internazionale. Per la prima volta lavoratori di distinti paesi si riunivano superando i limiti imposti dalla barriere nazionali e ponendosi come classe organizzata in lotta.

L’Associazione internazionale dei lavoratori, questo il nome che si diede, iscrisse fin dal preambolo del suo Statuto il principio fondamentale che “l’emancipazione della classe operaia deve essere opera dei lavoratori stessi; che la lotta della classe operaia per l’emancipazione non deve tendere a costituire nuovi privilegi e monopoli di classe, ma a stabilire per tutti diritti e doveri eguali e ad annientare ogni predominio di classe.”

L’Internazionale nacque dopo un lungo periodo di reazione seguito alla sconfitta delle rivoluzioni in Europa del 1848-’49, e in particolare a quella degli operai parigini, schiacciati dalla reazione nel giugno 1848. Scriveva Marx nell’Indirizzo inaugurale dell’Associazione internazionale dei lavoratori: “Dopo l’insuccesso della rivoluzione del ’48, tutte le organizzazioni di partito, tutti i giornali del partito delle classi lavoratrici sono stati spezzati sul continente dalla ferrea mano della forza bruta. I figli più progrediti del lavoro se ne andarono disperati nella repubblica di oltre-Atlantico (…) I sogni effimeri d’emancipazione sono svaniti al soffio dell’epoca della febbre industriale, del marasma morale e della reazione politica.”

Tuttavia i 15 anni successivi alla sconfitta del ’48 e lo slancio dello sviluppo capitalistico avevano avuto anche altri effetti. La classe operaia inglese riusciva a conquistare la legge sulle dieci ore. Il movimento economico e cooperativo della classe provava “non attraverso argomenti, ma attraverso azioni, che la produzione su larga scala (…) può venire esercitata senza l’esistenza di una classe di padroni”, come sottolineava Marx sempre nell’Indirizzo inaugurale, al tempo stesso avvertendo che il solo lavoro cooperativo “non è in grado di emancipare le masse e neppure è capace di alleviare in modo sensibile il fardello della loro miseria.”

 

Il ruolo di Marx ed Engels

I tempi erano maturi per proclamare che “proprio la conquista del potere politico è divenuto il grande dovere della classe operaia”, unita al di sopra delle frontiere e delle barriere di
nazionalità, religione, cultura.

L’Internazionale non nacque omogenea, ma si formò attraverso l’aggregazione delle principali tendenze del movimento operaio dai tradeunionisti, ai socialisti utopisti, agli anarchici fino ad arrivare ai marxisti ed ai repubblicani mazziniani.

Queste diverse correnti portarono con sé concezioni sviluppate in precedenza che segnarono il dibattito e l’azione della nascente Internazionale. Essa non fu mai un movimento di massa, essendo le Trade unions inglesi le uniche organizzazioni che, grazie al maggiore sviluppo industriale, potevano contare su una forte base proletaria.

L’influenza di Marx ed Engels sulla Prima Internazionale fu enorme, ma si basò innanzitutto sulla forza del loro arsenale teorico, e svolse un enorme lavoro di chiarificazione politica e programmatica nel rapporto e anche nella polemica con le altre tendenze presenti. “Fermo nei principi, delicato nella forma”: con queste parole Marx descriveva ad Engels il modo con cui si rapportava con i dirigenti dei sindacati inglesi più inclini all’opportunismo nei confronti della borghesia liberale.

Se formalmente l’Indirizzo inaugurale dell’Internazionale fu adottato a larga maggioranza, molte contraddizioni politiche rimanevano sullo sfondo. Sarebbero stati gli eventi della lotta di classe degli anni a venire a renderli sempre più chiari.

Uno degli elementi principali fu quello dell’indipendenza di classe dalla borghesia. Il 1866 fu per il Regno Unito un anno di intensa lotta politica. Il suffragio universale rappresentò un terreno importante di scontro. Nel giugno Londra fu attraversata da una imponente manifestazione come non si vedeva da anni. In questo contesto i dirigenti britannici, malgrado i consigli di Marx, decisero un’alleanza con un settore della piccola e media borghesia commerciale guidato da sentimenti democratico liberali. Ne venne fuori una riforma elettorale in base alla quale avevano diritto di voto esclusivamente gli operai maschi e che avessero un alloggio. Venivano quindi escluse le donne e il vasto settore proletario che viveva nei dormitori pubblici, che rappresentavano un settore importante del proletariato britannico.

La stessa capitolazione accadde tra un settore di dirigenti in Francia di fronte ad alcune concessioni democratiche da parte di Napoleone III.

La crescita della lotta di classe pose nuove problematiche. La questione dei sindacati sollevò numerose discussioni. I francesi si opponevano agli scioperi e consideravano il sistema della cooperazione la chiave per risolvere la questione operaia. Dietro questo dibattito c’era una incomprensione di fondo dei meccanismi della società capitalista quando parlavano di “un contratto libero e giusto”.

La basi del cosiddetto “mutualismo” come il credito a buon mercato, le società di mutuo soccorso e il sostegno reciproco tra gli associati prevedevano un miglioramento della condizione operaia esclusivamente sul terreno della lotta economica rinunciando alla lotta contro le basi del regime capitalista.

Ma l’Internazionale fu anche capace di cogliere quelli che sarebbero stati e restano punti nevralgici dello scontro di classe come la lotta per la riduzione della giornata lavorativa “la condizione preliminare senza la quale ogni tentativo di miglioramento e di emancipazione della classe operaia sarebbe rimasto infruttuoso”.

 

La Comune di Parigi

Quando nel settembre del 1870 la Francia di Napoleone III venne sconfitta dalla Prussia bismarckiana, il crollo del Secondo Impero aprì le porte all’insurrezione della Comune di Parigi. Per 71 giorni gli operai della capitale mantennero il potere creando il primo esempio di Stato operaio. Nonostante gli errori e le incertezze della Comune, Marx si schierò risolutamente al suo fianco, come testimoniano i tre “Indirizzi” da lui redatti per il Consiglio generale dell’Internazionale, poi raccolti sotto il titolo La guerra civile in Francia.

Isolata dal resto della Francia e vittima dei suoi stessi errori (dalla mancata occupazione della Banca di Francia alle incertezze nel confronto militare con le truppe della reazione), la Comune cadde vittima di una feroce repressione. La borghesia francese terrorizzata si vendicò sul popolo parigino con ventimila morti, esecuzioni sommarie, carcere e deportazioni. La sconfitta ebbe un effetto particolarmente nefasto sull’Internazionale.

L’esperienza della Comune dimostrava sul campo la necessità da parte della classe operaia non di impadronirsi dell’apparato statale borghese ma di costruire il proprio Stato, cioè del proletariato armato, organizzato come classe dominante. Per fare questo era necessaria una direzione ferma, capace di non limitare il potere operaio ad una sola città ma estesa a tutto il paese. Bakunin e gli anarchici raggiunsero conclusioni opposte basate sull’idea che fosse necessario combattere ogni forma di Stato e che si potessero organizzare “Comuni” in città isolate l’una dall’altra.

La sconfitta esacerbò lo scontro con gli anarchici (e anche con i dirigenti più moderati delle Trade unions, che si dissociarono dagli indirizzi presentati da Marx), uno scontro nel quale Bakunin non esitò a ricorrere a manovre di ogni sorta, che portarono infine all’espulsione degli anarchici.

Ma anche il tentativo di rigenerare l’Internazionale spostandone la sede negli Stati Uniti (1872), non andò a buon fine ed essa venne infine sciolta nel 1876.

Nacque nello scontro fra Marx e Bakunin il mito dell’“autoritarismo” dei marxisti, che sarebbe stato poi rovesciato con forza decuplicata contro Lenin, Trotskij e la Terza Internazionale. Un mito che non solo la borghesia ha sempre alimentato (e non sarebbe logico stupirsene) ma anche tanti “movimentisti” più o meno radicali che ancora oggi propongono di risolvere la crisi politica della sinistra con un “ritorno” alla Prima Internazionale. E con questo “ritorno” intendono tornare a tutto ciò che nella storia dell’Internazionale si dimostrò caduco: la eterogeneità politica, la fragilità organizzativa, l’incapacità di creare un autentico organismo centralizzato di lotta.

Noi celebriamo invece l’Associazione internazionale dei lavoratori come grandioso tentativo pionieristico, il primo che provò a tradurre in azione e organizzazione i principi enunciati quindici anni prima nel Manifesto comunista, che aprì la strada al movimento operaio nel mondo, la prima organizzazione che scrisse sulla sua bandiera il motto “Proletari di tutti i paesi, unitevi!”.

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