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Gli eventi del giugno 1914 sono esemplificativi come pochi altri nel Novecento delle potenzialità rivoluzionarie che si aprono improvvise nelle crisi di legittimazione della classe dominante, così come della forza della reazione che riconsolida il proprio potere quando la rivolta non si arma di un programma di transizione per la conquista del potere politico.

Il fatto che segna l’inizio di quella che verrà chiamata la Settimana rossa avviene il 7 giugno ad Ancona, giorno della Festa dello Statuto Albertino. In opposizione alla parata militare celebrativa, socialisti, repubblicani e anarchici promuovono alla Villa rossa, sede del Partito repubblicano, un comizio contro il militarismo e la guerra in Libia, cominciata nel 1911. Un vasto movimento antimperialista si era formato in contrapposizione all’aggressione coloniale, e la manifestazione era stata promossa per la liberazione di Augusto Masetti, l’anarchico che sparò al suo ufficiale nella caserma di Bologna per protestare contro l’invio delle truppe, e di Antonio Moroni, il sindacalista recluso nelle famigerate “Compagnie di disciplina”, istituti di rieducazione repressiva per gli agitatori politici sotto la leva.
Dopo le parole infuocate di Errico Malatesta, esponente storico dell’anarchismo, e del giovane repubblicano Pietro Nenni, i manifestanti si scontrano con il blocco della polizia, che spara e lascia sulla strada tre giovani morti, Antonio Casaccia, Nello Budini e Attilio Giambrignone.
è indetto immediatamente uno sciopero ad oltranza, e la reazione all’eccidio assume caratteri insurrezionali: i palazzi pubblici vengono occupati, si assaltano le armerie, porto e stazione vengono bloccati. Ampie zone delle Marche e della Romagna sfuggono al controllo dello Stato, i comitati rivoluzionari annunciano la nascita della Repubblica dei lavoratori, si rifiuta la moneta con l’effige del re e nelle piazze svettano per l’ultima volta gli Alberi della libertà della tradizione giacobina. Gli archivi comunali vengono ovunque dati alle fiamme. Nei paesi più accesamente anticlericali, anche le chiese subiscono la sorte riservata ai simboli dell’oppressione.
Nei giorni seguenti s’innalzano barricate in tutte le grandi città industriali e nei territori rurali prostrati dalla miseria endemica. Scontri violentissimi impegnano i militanti della sinistra contro le forze dell’ordine e i nazionalisti. A Torino, Milano, Roma, Napoli, Bari, Firenze si contano morti tra i manifestanti. A Milano, Benito Mussolini e Filippo Corridoni, allora due dei capi rispetttivamente della sinistra socialista e del sindacalismo rivoluzionario, vengono arrestati dopo aver partecipato ad un comizio all’Arena di fronte a 60mila persone.
Nel frattempo si muove l’esercito, che il 10 giugno riesce a sbarcare ad Ancona. L’intervento delle forze armate allarma la Confederazione generale del lavoro, che al contrario del Partito socialista era ancora nelle mani degli elementi riformisti. Il 13 giugno decreta la cessazione dello sciopero generale. Nonostante gli insorti non avessero certo aspettato gli ordini del sindacato per muoversi, ora, abbandonati a loro stessi, cessano l’agitazione e i militari riconquistano senza incontrare resistenza le terre ribelli.
Il 14 giugno è finita la Settima rossa, il bilancio a livello nazionale è di 16 manifestanti uccisi e 600 feriti. Quella settimana, che nella visione di Lenin non bisogna lasciar passare perché spartiacque storico tra due epoche, viene lasciata esaurirsi dalla Cgl e da un Partito socialista incapace di prendersi le responsabilità della direzione della lotta rivoluzionaria, come si ripeterà nel Biennio rosso. Un paio di settimane dopo, la biforcazione storica è definitiva: l’assassinio di Francesco Ferdinando il 28 giugno, nella Sarajevo capitale della Bosnia-Erzegovina da pochi anni annessa all’Impero austro-ungarico, determina l’accelerazione dell’infernale macchina bellica che travolgerà i popoli dell’Europa nel lago di sangue della Grande guerra celebrata da tutti i nazionalismi.

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