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Il Quarto Stato

“In via generale, l’uomo esprime nell’arte l’esigenza di una vita armoniosa e piena, vale a dire del bene supremo che gli è negato appunto dalla società di classe. Per tale motivo la creazione artistica è sempre un atto di protesta, cosciente o inconsapevole, attivo o passivo, ottimista o pessimista, contro la realtà.”

Lev Trotskij (L’arte e la rivoluzione; lettera alla Partisan Review 1938)

Nel 1902 il pittore socialista Giuseppe Pellizza da Volpedo portava a compimento il Quarto Stato, un capolavoro pittorico destinato a diventare un’icona simbolo della classe operaia.

A cento anni dalla prematura scomparsa del suo autore (suicidatosi nel 1907 in seguito alla morte della moglie e dell’ultimogenito) vogliamo rendere omaggio a questo grande artista, rivivendo quell’intreccio di eventi che rese immortale la sua arte.


Non è possibile comprendere la produzione artistica di Giuseppe Pellizza senza prendere in esame il contesto storico, politico e familiare entro il quale si forgiò la sua persona.

La crescente voglia del movimento operaio di emanciparsi dallo stato di schiavitù in cui era costretto, i moti rivoluzionari e le ondate controrivoluzionarie, la nascita e la morte di correnti artistiche quali il realismo, il simbolismo e l’impressionismo sono elementi che non è possibile trascurare.

Giuseppe Pellizza nacque a Volpedo nel 1868 esattamente vent’anni dopo la storica comparsa delle bandiere rosse sulle barricate parigine, e aveva solo tre anni quando l’esperienza della Comune di Parigi veniva soffocata nel sangue. Le origini borghesi gli permisero di affinare il suo estro artistico nelle più importanti accademie italiane, ma non gli impedirono di maturare una spiccata propensione verso le problematiche sociali.

Si tenga presente che nella seconda metà dell’Ottocento il Piemonte (insieme alla Lombardia e alla Liguria) era una delle pochissime regioni del neonato Stato italiano ad assistere a un primo sviluppo industriale con la conseguente organizzazione del proletariato a partire dalle società di mutuo soccorso.

Le idee socialiste trovarono un terreno fertile dove attecchire, si aggiunga la peculiarità della provincia di Alessandria (nella quale si trova Volpedo), prima città italiana ad essere governata da una giunta socialista.

Giuseppe Pellizza iniziò a sviluppare un pensiero politico che lo portò ad abbracciare ideali socialisti. Inizialmente tale adesione ebbe un carattere per lo più sentimentale, com’è confermato dallo stesso artista che affermò a riguardo, “la causa del proletariato mi commuoveva…” Successivamente, in coincidenza con la nascita e lo sviluppo della Seconda Internazionale, il pittore raggiunse un grado di consapevolezza politica più elevato, anche grazie ad uno sforzo teorico che si può legittimamente definire straordinario se si tiene in considerazione il fatto che non si sta parlando di un attivista politico (non s’iscrisse mai né al Partito dei lavoratori italiani né successivamente al Partito socialista).

Gaetano Salvemini a tal proposito scrisse: “Quel giovane di ventitre anni, fra il 1894 e il 1896, aveva divorato il Manifesto dei comunisti e gli scritti di Marx sulle lotte di classe in Francia nel 1848, sul colpo di stato del 1851 e sulla Comune, aveva scoperto il suo Vangelo nel Materialismo Storico di Antonio Labriola, e aspettava con impazienza ogni due settimane la Critica Sociale di Turati”.

All’epoca il termine socialista comprendeva le correnti riformiste, centriste e massimaliste, e questo articolo non ha la presunzione di collocare Giuseppe Pellizza in nessuna di queste tendenze, data la scarsità delle informazioni esistenti a riguardo.


1891: l’anno della svolta


Pellizza dimostrò di possedere un’innata capacità nel saper coniugare le problematiche politiche dei suoi tempi a un discorso di avanguardia artistica. La sua produzione pittorica trovò piena espressione in seguito all’adesione al movimento divisionista che avvenne mediante un percorso di sperimentazione molto personale a partire dal 1891.

Questa data segnò una svolta fondamentale sia per Pellizza che per la classe operaia italiana, quell’anno infatti nacquero le Camere del lavoro e Milano ospitò la prima Triennale di Brera.

Se il primo evento costituì un importantissimo passo in avanti verso la costruzione di un’organizzazione sindacale a livello nazionale, il secondo segnò una vera e propria rivoluzione per l’arte italiana.

Innanzitutto alla Triennale furono esposti i primi quadri di stampo divisionista, corrente artistica corrispondente al pointillisme francese che a sua volta traeva origine dalle ceneri del movimento impressionista e dalle ultime scoperte scientifiche nel campo dell’ottica e dei colori.

Il termine divisionismo fu coniato in relazione alla particolarità della tecnica pittorica che si basava su di una accortissima divisione dei colori primari e dei loro complementari direttamente sulla tela.

Secondariamente la mostra sancì il prepotente ingresso della classe operaia nell’arte italiana.

I quadri raffiguranti soggetti religiosi (che sino a quel momento avevano dominato la scena artistica nazionale) furono pochissimi, di contro iniziarono a vedersi numerosi dipinti con soggetti sociali.

Furono soprattutto due quadri a suscitare enorme scalpore: Piazza Caricamento di Plinio Nomellini, che ritraeva dei portuali genovesi durante il lavoro, e l’Oratore dello sciopero del milanese Emilio Longoni che aveva rappresentato una manifestazione svoltasi in piazza Duomo.

L’importanza di questa mostra fu davvero epocale se si considera che da quel momento gli artisti italiani iniziarono a raffigurare con intenti di denuncia sociale le condizioni di vita delle classi lavoratrici, mostrando una particolare attenzione verso il proletariato urbano.

Fu da queste premesse che nacque l’arte rivoluzionaria di Giuseppe Pellizza. Questo pittore fece dell’impegno sociale la sua bandiera ed ergendosi al ruolo di “coscienza critica” tra gli artisti dell’epoca, fu autore di un’arte innovativa e sovversiva che troverà nel Quarto Stato il suo pieno compimento.


Il Quarto Stato: un’avanzata inarrestabile


Il Quarto Stato viene unanimemente considerato il manifesto dell’impegno politico del pittore ed è il frutto di una lunghissima gestazione durata un decennio.

La genesi del dipinto generalmente viene ricondotta ad una manifestazione contro il caro pane a cui l’artista assistette a Milano. Questa esperienza lo spinse ad intraprendere un percorso artistico-politico che iniziò a partire dalla tela Ambasciatori della fame e che passando per Fiumana e il Cammino dei lavoratori culminò nel capolavoro a noi tutti noto con il nome di Quarto Stato.

Il titolo fu scelto riprendendo una frase apparsa sul giornale Sempre Avanti! Giornale socialista per gli umili e i pratici che, aggiornando la terminologia inerente alle classi sociali cara alla rivoluzione francese, parlava della nascita di un quarto stato che si apprestava a rovesciare il terzo.

L’opera (di matrice chiaramente divisionista) raffigura una folla di lavoratori che avanza compatta verso lo spettatore, la scena è ambientata nella piazza di Volpedo ed i suoi abitanti funsero da modelli per i personaggi del dipinto.

Quest’ultimo è costruito mediante piani paralleli e antepone alla schiera dei lavoratori il terzetto di figure in primo piano; lo sfondo è invece dominato da una sottile e cupa striscia di cielo.

L’incedere dei due uomini in prima fila non evoca autoritarismo, essi si lasciano affiancare da una donna scalza (che è la moglie di Pellizza) palesando l’intenzione dell’artista di ribadire il concetto di totale uguaglianza tra i sessi. Tale esigenza viene anche sottolineata da un altro particolare non secondario: sulla destra del dipinto un uomo si occupa della cura della prole liberando simbolicamente le donne da questa mansione.

Il corteo in secondo piano è composto da lavoratori di diverse età e mestieri, questa caratteristica suggerisce che la coscienza di classe nel proletariato non è relegata a pochi settori ma ha ormai assunto un carattere di massa. I lavoratori più poveri appaiono dimessi nell’abbigliamento, le braccia aperte di taluni sembrano indicare il colmo dell’insopportabilità delle privazioni a cui sono sottoposti, le mani vuote di altri simboleggiano la povertà che contraddistingue l’esistenza operaia, mentre i pugni chiusi incarnano la ferma volontà dei manifestanti di migliorare la loro condizione sociale.

Il Quarto Stato assume così un ampio significato destinato a celebrare l’emancipazione del proletariato che ormai consapevole della propria forza marcia unito verso la conquista dei propri diritti. La massa dei popolani, ritratta in umili abiti da lavoro, procede serena e fiduciosa in una marcia lenta ma ormai inarrestabile.

La scena è illuminata nella direzione dell’osservatore e ciò contribuisce a creare un contrasto simbolico tra le tenebre dello sfondo ed il chiarore verso il quale il gruppo avanza. Questo particolare infonde al dipinto una grande carica allegorica: appare evidente che i lavoratori si stanno lasciando alle spalle un passato di miseria e sacrifici per approdare verso un raggiante futuro. In questa lunga e ardua marcia non ancora conclusa, noi siamo sempre stati al fianco della classe operaia e lo saremo fino a quando essa non avrà liberato l’umanità dall’oppressione capitalista.

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