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Poco più di vent’anni fa, il 12 novembre 1989, Achille Occhetto annunciava che il Partito Comunista Italiano, di cui era segretario, avrebbe cambiato il proprio nome. Questa dichiarazione fatta all’improvviso alla fine della commemorazione di una battaglia partigiana in un quartiere popolare di Bologna, piombò come un fulmine a ciel sereno per molti militanti del Pci. Per quattordici mesi in migliaia di sezioni si dibatté animatamente sulla “svolta della Bolognina”: alla fine del gennaio del 1991 il Pci si sciolse, dando vita al Partito Democratico della Sinistra. Una minoranza degli iscritti non accettò quella scelta, dando vita a quello che diventò dopo pochi mesi il Partito della Rifondazione Comunista.

In occasione dell’anniversario di quella svolta, sono stati pubblicati alcuni libri. Si pongono obiettivi differenti, ma sono tutti scritti da autori contrari al cambiamento del nome: due di loro, Giuseppe Chiarante e Lucio Magri, furono tra i principali esponenti del “fronte del no”. Il testo di quest’ultimo, Il sarto di Ulm, è sicuramente un lavoro importante, una vera e propria storia del Pci nel dopoguerra, come suggerisce il sottotitolo.

Alcuni interrogativi ricorrono in questi testi. La fine del Pci era già scritta? Se non lo era, in che modo si sarebbe potuta evitare? è qui che la risposta è insoddisfacente.

La linea che prevale è infatti che con qualche aggiustamento di linea politica, approfondendo la “svolta a sinistra” avviata da Enrico Berlinguer all’inizio degli anni ottanta, oppure con maggiore coraggio da parte dei sostenitori del “no”, si sarebbe potuto fermare la deriva occhettiana.


Il compromesso storico


La crisi del Partito Comunista Italiano ha radici molto più profonde. Un momento decisivo è rappresentato dagli anni settanta. Nel 1976, il Pci raggiunse il massimo storico sia in termini di voti assoluti (oltre 12 milioni e mezzo) che in percentuale (34,4%). Questo risultato fu il frutto delle grandi lotte degli anni precedenti: le masse guardavano al Pci perché portasse avanti il cambiamento a livello politico. I vertici del Pci, invece, scelsero il governo di solidarietà nazionale, appoggiando dall’esterno il monocolore Dc: nel 1979 persero 2 milioni di voti, scendendo al 30,4%. Tutto ciò avvenne sulla base della teoria del compromesso storico, sviluppata da Berlinguer nel 1973, per “imporre una nuova svolta alla società e allo stato”.

In questa proposta di governo con la Dc c’era qualcosa di radicalmente nuovo rispetto alla storia del Pci? Niente affatto e Magri lo riconosce: “Togliatti scelse in anticipo la partecipazione a governi di unità nazionale e ne accettò anzi una versione ancor più moderata del necessario” (L. Magri, Il sarto di Ulm, il Saggiatore, pag. 279). Allora Togliatti giustificava quella partecipazione all’esecutivo come una tappa della “via italiana al socialismo”, come Berlinguer considerava il “compromesso storico” come un momento necessario per la costruzione della “terza via” tra capitalismo e “socialismo reale”. Sia il Pci di Togliatti che quello di Berlinguer subirono i diktat di De Gasperi e Andreotti e poi vengono liquidati dalla Dc. Il momento storico era tuttavia cambiato.

Nel dopoguerra, il capitalismo potè concedere alcune delle “riforme di struttura” propugnate dai dirigenti comunisti sulla base del boom economico, conquiste sempre ottenute con le lotte e i sacrifici della classe operaia.

Alla fine degli anni settanta, invece, iniziò un diverso ciclo economico: la borghesia doveva riprendersi tutto quello che aveva ceduto. Cominciò così il tempo delle controriforme, a cui i vertici del Pci e della Cgil erano pronti a dare il loro appoggio, con gli appelli all’austerità di Berlinguer e la politica dei “due tempi” di Luciano Lama, il segretario della Cgil dell’epoca. Gli spazi per il riformismo si erano quindi esauriti e la strategia del Pci rivelò tutta la sua inadeguatezza.


L’“alternativa democratica”


Berlinguer tentò di imprimere una svolta dopo la sconfitta elettorale del ’79. Sia Chiarante che Magri parlano di svolta vera, volta a rinnovare profondamente il partito, di un “secondo Berlinguer”. Non neghiamo la volontà di quest’ultimo di rimediare agli errori del passato, volontà spezzata dalla sua tragica morte, ma la strategia non cambiò nelle linee fondamentali. Venne lanciata la parola d’ordine “dell’alternativa democratica” e del “governo degli onesti”, proposte che, oltre che impraticabili in quel contesto, rimasero comunque tutte all’interno del capitalismo.

Il problema era più profondo e Magri lo spiega piuttosto bene: “La peculiarità del Pci, sulla quale Togliatti aveva fatto leva, era quella di essere un partito di massa che ‘faceva politica’, ‘agiva nel paese’, ma si insediava nelle istituzioni e le usava per realizzare risultati e costruirci delle alleanze. Era un elemento costitutivo di una via democratica. Una medaglia che aveva però un suo rovescio. (…) Nel corso di decenni, e particolarmente in una fase di grande trasformazione sociale e culturale un partito di massa diventa più che mai necessario, così come la sua capacità di porsi problemi di governo. Ma da quella stessa trasformazione viene molecolarmente trasformato a sua volta, nella sua composizione materiale.” (op. cit., pag. 363)

Il Pci, dopo decenni di amministrazione di comuni, provincie e regioni, e attraverso la costituzione di un forte movimento cooperativo che giocava un ruolo importante in diversi campi dell’economia sulla linea “delle riforme di struttura”, creò un settore che resisteva ad ogni cambiamento, pur timido, a sinistra. Questa cricca espropriò la base dei militanti e divenne la massa di manovra che Occhetto e i suoi sfruttarono nel 1989: “Le sezioni erano da tempo disabituate ad essere sedi di lavoro di massa, di formazione quotidiana di quadri, erano straordinariamente attive solo nell’organizzazione delle Feste dell’Unità, e ancor più nelle scadenze elettorali; le cellule di lavoro erano poche e delegavano quasi tutto al sindacato” (op.cit., pag. 364).

Si può capire quindi perché nel novembre dell’89, malgrado non fosse mai stata discussa prima (anche se da più parti invocata nel corso degli anni ‘80), i due terzi del Comitato Centrale del Pci approvarono la proposta di Occhetto (una percentuale che poi si ripropose nei congressi di sezione).


Un problema di strategia


L’elemento scatenante fu certamente il crollo del muro di Berlino: davanti a un avvenimento epocale come quello della fine del socialismo reale, si doveva dare una risposta. Anche in questo caso, il terreno era già stato preparato in precedenza: non fu forse Berlinguer che dichiarò di “sentirsi più tranquillo sotto l’ombrello della Nato”, abbracciando quindi la stessa visione della socialdemocrazia nei confronti dell’Urss e dei paesi satelliti? Un progressivo allontanamento da quel modello, senza un ritorno alle idee di Lenin e alla necessità di una rivoluzione antiburocratica nei paesi stalinisti, non potè che portare, una volta finito il “socialismo reale”, ad abbracciare senza più reticenze nemmeno verbali il “capitalismo reale”.

Le decine di migliaia di persone che si opposero alla svolta della Bolognina dimostrarono che la possibilità di invertire il corso delle cose c’era, ma serviva un radicale cambiamento di strategia, abbandonando ogni concessione al riformismo e al governismo, imbracciando una via rivoluzionaria. Il fronte del “no” non possedeva un’alternativa sostanziale al nuovismo di Occhetto, era unito solamente per contrastare la proposta del segretario. Di fronte al fallimento del gradualismo riformista che portò alla morte del Pci è necessario rimettere al centro della discussione due nodi chiave per i comunisti: la rottura rivoluzionaria e la conquista del potere. Magri rigetta totalmente questa ipotesi: “sul terreno della nuova e superiore forma di potere politico (…) il leninismo ha subito una dura sconfitta” (pag. 429) mentre per Chiarante “l’abbandono del concetto di rottura rivoluzionaria era ormai ineludibile”.

Come molti compagni possono capire, questo dibattito non è da relegare al passato, ma si intreccia a tanti temi decisivi per il presente, alla luce del difficile momento che sta attraversando Rifondazione Comunista.

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