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Innanzi tutto un rivoluzionario


Sono passati quasi cinquanta anni dallo storico trionfo della rivoluzione cubana e il grande rivoluzionario argentino continua a far parlare di sé. La sua figura e il suo pensiero si mantengono al centro di un dibattito internazionale che sembra non esaurirsi mai e ovviamente il quarantennale della morte non poteva che segnare l’ennesima tappa di tale discussione.

Un vero e proprio fiume d’inchiostro ha inondato i principali quotidiani nazionali, tuttavia constatiamo che la rotta tracciata dalle più disparate testate giornalistiche verte su di un unico punto d’approdo: attenuare, occultare o addirittura stravolgere l’eredità rivoluzionaria che Guevara ha lasciato alle nuove generazioni. Non vi è alcun dubbio che la sua fosse una personalità poliedrica, ma presentarlo come un “icona pop” o “un’opzione estetica”, o addirittura cimentarsi in improbabili paragoni “scomodando” personaggi immaginari come Zorro e Sandokan sono operazioni che travalicano il buon senso ed ogni limite della decenza!

In primo luogo prendiamo atto che Liberazione non si è lasciata sfuggire l’occasione per rinvigorire la già radicata “aura romantica” che aleggia intorno al Che. Quest’ultimo nell’intervista realizzata a Paco Ignacio Taibo II viene per lo più descritto come un giovanotto ribelle, irriverente e amante della poesia. L’esperienza rivoluzionaria di un uomo che per tutta la sua esistenza ha lottato per un mondo dove non esistessero sfruttati e sfruttatori viene completamente elusa. Porre in risalto questi aspetti secondari ed elevarli a tratti qualificanti della persona è sintomo di una logica sterile e perdente in partenza; se tale ragionamento vale per Guevara allora perché non dovrebbe valere per qualsiasi altro personaggio storico? Perché allora non parlare di Mussolini come un eccellente violinista e di Hitler come un promettente pittore?

La risposta è elementare, Hitler e Mussolini non hanno influenzato il corso della storia del ’900 per queste loro presunte abilità, come del resto Che Guevara non è diventato il simbolo della riscossa per tutti gli oppressi del mondo perché ricopiava poesie nei momenti di bivacco durante la guerriglia boliviana.

Non ci convincono nemmeno i voli pindarici del compagno Sansonetti che in modo francamente pretestuoso prima asserisce che “Guevara passa alla storia come uomo d’azione, e invece è stato un grande per le sue capacità di pensiero, di giudizio, di scelta, per le sue straordinarie doti di critico e i suoi dubbi, i suoi ripensamenti”, poi afferma che “alla fine ha decretato che la grandezza della rivoluzione non è nella presa del potere né nel suo esercizio, ma è nella critica del potere, dei suoi metodi, della sua sostanza, del suo valore oppressivo”, e infine prova a tracciare una invalicabile linea di demarcazione tra Guevara e gli altri dirigenti marxisti del ventesimo secolo dicendo che i giovani d’oggi “non si metterebbero mai una maglietta con l’effige di uno dei tanti leader socialisti e comunisti del novecento, mettono quella del Che perché sentono di avere tante cose in comune con lui”.

Tutto ciò alimenta soltanto confusione e di contro non aiuta a far chiarezza sul contributo che il rivoluzionario argentino ha dato alla causa del proletariato.

Crediamo sia dunque opportuno e doveroso esprimere alcune considerazioni in merito.

Anzitutto la capacità di Guevara di riflettere e di mettersi in continua discussione è il sintomo della sua immensa onestà intellettuale; cadremmo però in una pozzanghera colma d’ipocrisia se dicessimo che è stato il suo contributo teorico a farlo diventare un’icona immortale del movimento operaio. Sosteniamo questo perchè l’analisi politica di Guevara non si è mai sviluppata in modo armonico, ma al contrario ha attraversato numerose tappe spesso in evidente antitesi tra loro. Questo impedisce a chiunque voglia discutere in modo serio di tale tematica di arrogarsi il diritto di proclamare che il pensiero politico del Che abbia raggiunto una tappa finale: la sua tragica morte ha infatti sancito l’interruzione di un pensiero che rimaneva comunque in continua evoluzione.

Uno degli aspetti più importanti nell’evoluzione del pensiero del Che, ossia la sua rottura con lo stalinismo, viene ridotto a un “anti-potere” dal sapore salottiero.

Saremmo molto grati al compagno Sansonetti se rispondesse a questo interrogativo: Guevara quando sbarcava a Cuba con il Granma, quando addestrava gli studenti congolesi alla guerriglia o marciava nella boscaglia boliviana, stava cercando di promuovere focolai rivoluzionari volti alla conquista del potere o si stava interrogando sulla sostanza ed il valore oppressivo del potere stesso?

Concludiamo dicendo che le nuove generazioni si legano alla figura del Che perché vedono in lui un esempio concreto di lotta all’inumano sistema capitalista, del resto questa è la medesima motivazione che spinge moltissimi giovani ad avvicinarsi a figure di spicco del movimento comunista del secolo scorso quali Lenin, Trotskij, Rosa Luxemburg o Gramsci.

La figura del Che merita a nostro avviso il rispetto di un dibattito rigoroso, nel quale non vi sia posto per l’infantilismo di chi, a suon di citazioni, aneddoti e cavillose testimonianze, cerca di accreditare una particolare comunanza tra la propria corrente politica e il pensiero di Guevara, a proprio esclusivo uso e consumo. Discutiamo e discuteremo del pensiero e dell’opera del Che innanzitutto dal punto di vista militante di chi continua a cercare la strada per cambiare il mondo. Solo da questo punto di vista si può apprendere tanto dagli errori, che non mancarono, quanto dalle vittorie.


Le oscenità del “Secolo d’Italia”


Resta da segnalare come a destra, assieme alle rituali cantilene sul “sanguinario guerrigliero comunista” vi sia anche chi sceglie una strada più “originale” per gettare fango sulla figura del Che.

In un ributtante articolo comparso sul Secolo d’Italia e intitolato “40 anni dopo, Che Guevara visto da destra” hanno avuto la faccia tosta di scrivere che “la figura del Che si comprende meglio all’interno della tradizione culturale di una destra che affonda le sue radici nella temperie incandescente e immaginifica del Novecento, nel quadro, cioè, di quel volontarismo europeo, di una giovane borghesia volontarista, disposta a vincere o a perdere, pronta nella guerra o nell’insurrezione a giocare il tutto per tutto e specialmente se stessa (…)”.

Appare lampante che siamo di fronte ad un ignobile tentativo di distorcere la realtà storica, questa goffa e meschina operazione che non trova alcun riscontro oggettivo prova a vincolare le vicende politiche di un sincero rivoluzionario ad un retroterra reazionario e borghese.

È bene ricordare a certa “gente” che Guevara per tutta la sua esistenza ha sfidato col pensiero e con l’azione l’imperialismo e il dominio borghese, pagando al caro prezzo della sua stessa vita la ferma volontà di lottare contro il capitalismo. Ed è proprio la sua incrollabile dedizione alla causa ultima del proletariato che lo ha reso l’emblema della rivalsa per le classi oppresse in tutto il mondo.

Rimangono poi anche molte perplessità nei riguardi di una fantomatica borghesia volontarista che più che giocarsi il tutto per tutto e specialmente se stessa ha da sempre giocato con la vita di milioni di proletari.

Ma lo scempio non finisce qui, “dall’appropriazione indebita” si fa (qui è proprio il caso di dirlo) di tutta l’erba un fascio e scorrendo l’articolo di Filippo Rossi ci si rende conto di quanto siano foschi i meandri dell’idiozia umana; il Che ed i valorosi guerriglieri che con lui hanno combattuto sarebbero stati animati dal “fascino delle cause perdute, delle imprese senza speranza, della bella morte”, lo stesso fascino che li accomunerebbe alle esperienze reazionarie dei “FreiKorps in Germania, alla guardia Bianca in Russia e ancora all’avventura di D’Annunzio a Fiume”.

Come si vede siamo ben oltre il comune senso del pudore…

Crediamo che il solo modo per difendere l’eredità rivoluzionaria del Che sia quello di lottare instancabilmente contro il giogo capitalista e l’oppressione imperialista, di unire giorno dopo giorno la classe operaia conquistandola alla bandiera del marxismo. Una bandiera che non può raccogliere solo i proletari italiani ma che deve essere sorretta da quelli di tutto il mondo, perché come soleva ripetere Guevara: “L’internazionalismo proletario è un dovere, ma anche una necessità rivoluzionaria”.

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