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Ricorre in questi giorni il ventennale della sconfitta operaia nella lotta dei "35 giorni" del 1980 contro la Fiat, e si moltiplicano i commenti e i ricordi dei protagonisti. La Fiat, come è logico, celebra la sua vittoria. Ma più interessanti ci paiono i pareri di coloro che allora erano nel campo degli sconfitti.

Come è noto ci sono molti modi di essere sconfitti. Il più grave è quando l’avversario non solo ti schiaccia, ma ti convince anche delle sue ragioni. È questo il caso,fra tanti altri, di Piero Fassino, allora dirigente del Pci torinese, che ha ribadito più volte che in sostanza la Fiat aveva ragione. Fassino, sia pure dal suo punto di vista, indica con chiarezza come da quella sconfitta e da quella capitolazione politica e ideologia discese, come logica conseguenza, tutte le successive sconfitte sindacali e lo spostamento della Cgil e della sinistra tutta su posizioni sempre più moderate.

Diverso è certamente l’atteggiamento di chi, come il segretario nazionale della Fiom Sabattini, o come lo stesso Bertinotti, ha preso posizioni diverse, contestando le posizioni della Fiat di ieri e di oggi, mostrando gli effetti disastrosi per i lavoratori e per l’insieme della società della vittoria padronale, rifiutando la resa proposta da Fassino e altri.

E tuttavia, leggendo molti dei commenti susseguitisi in questi giorni, compreso l’ampio speciale pubblicato su Liberazione il 15 ottobre ci pare rimangano tante, troppe domande senza risposta.

I lavoratori Fiat vennero in quei giorni indubbiamente traditi dai vertici confederali. Ma quel tradimento non cadeva dal cielo: era il frutto legittimo della politica dell’Eur, vera e propria antesignana della concertazione di questo decennio (e altrettanto disastrosa).

E allora domandiamo: chi si oppose seriamente a quella politica disastrosa? Chi nella Cgil, nel Pci, nel movimento operaio può dire di aver seriamente tentato di organizzare un’opposizione fra i lavoratori, di aver lavorato per costruire un’alternativa? Gli operai e i delegati tentarono di "barricarsi" nelle fabbriche, di tenere la politica dell’Eur fuori dai cancelli delle aziende. Ma questo tentativo difensivo era destinato alla sconfitta, come in effetti lo fu alla Fiat, se non trovava una espressione politica alternativa.

L’amara realtà è che i quadri, coloro che si trovavano come Bertinotti e Sabattini in posizioni di responsabilità accettarono o subirono, pur senza condividerlo, l’impianto della maggioranza del gruppo dirigente del sindacato. E quando si arrivò al momento della verità non ci fu uno, uno solo capace di alzarsi e dire "No". E allora ogni spiegazione perde gran parte del suo valore. Perché parlare della situazione economica, delle cause obiettive, della politica generale del sindacato e del Pci è certamente giusto. Ma non basta dire cosa non si doveva fare (e invece fu fatto): bisogna dire anche cosa si doveva fare (e invece non fu fatto).

Imprescindibili ragioni di spazio legate agli avvenimenti in Jugoslavia e in Palestina ci impediscono di trattare su questo numero della rivista l’argomento Fiat con l’ampiezza che meriterebbe. Ci riserviamo di farlo nel prossimo numero, limitandoci per ora a questa breve nota.

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