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Nello scorso numero della rivista abbiamo già spiegato come e perché nel 1975, nonostante tutte le atrocità commesse, l’imperialismo statunitense fu sconfitto in Vietnam, il paese fu riunito, il latifondismo ed il capitalismo aboliti, instaurando un regime a immagine e somiglianza dell’Unione Sovietica stalinista.

Nonostante l’enorme passo in avanti compiuto il popolo vietnamita non vide mai lo sviluppo di una reale democrazia operaia come in Russia nel 1917.

Con sacrifici enormi il popolo vietnamita pagò la sconfitta della rivoluzione del 1945, dove i lavoratori con al seguito la maggioranza dei contadini del paese avevano avuto la possibilità di assumere il potere, di sconfiggere il colonialismo straniero e di instaurare un autentico sistema socialista. Nel prossimo periodo il tema delle guerre di liberazione nazionale si imporrà nuovamente sul terreno della storia e visto il tentativo di schiacciare con la forza i popoli del terzo mondo, è doveroso oggi imparare la lezione di quella sconfitta.

 

Colonialismo francese

 

L’Indocina divenne una colonia francese nel 1870, le materie prime e la manodopera a buon mercato erano sfruttate dai monopoli francesi come Michelin. Il sistema di coltivazione della terra era molto arretrato. Circa 700 coloni europei erano proprietari del 20% del terreno coltivabile di cui solo la metà era lavorata. La gran massa dei contadini poveri possedeva meno di cinque acri e, nel nord, spesso meno di un acro.

La produzione industriale era trascurabile, il 96,5% delle esportazioni consisteva in materiale grezzo. I due terzi del carbone venivano esportati. Sebbene il suolo indocinese fosse ricco di carbone ed altri metalli vi era solo una fonderia in tutto il paese. Lo sviluppo industriale è stato ritardato dal colonialismo, l’imperialismo francese vedeva nella non industrializzazione delle colonie una garanzia di stabilità. Esso cercava con tutti i mezzi di impedire lo sviluppo di un proletariato numeroso; ciò nonostante, una piccola classe operaia si sviluppò nell’industria, nei trasporti e nelle miniere, riuscendo  presto a collegarsi alla lotta più generale per la liberazione nazionale.

Proveniva da questo movimento il Partito Comunista Indocinese che fu fondato nel 1929 sotto la direzione di Ho Chi Minh. Il processo di fondazione del Pc fu fortemente influenzato dalla rivoluzione russa del 1917. La rivoluzione Russa era stata la prova vivente che anche in un paese economicamente arretrato, dove esistevano ancora residui di feudalismo come la Russia zarista, era possibile anche per una piccola classe operaia impadronirsi del potere e abolire il capitalismo ed il latifondismo.

Tuttavia, nel corso degli anni ’20, una burocrazia privilegiata usurpò il potere alla classe operaia sovietica. Riflettendo gli interessi della burocrazia di Mosca, che cominciava a sollevarsi al di sopra delle masse sovietiche, l’Internazionale Comunista che doveva essere l’arma politica della rivoluzione socialista mondiale si trasformò in un docile strumento a difesa degli interessi della burocrazia al potere nell’Unione Sovietica.

 

La rivoluzione permanente

 

Il problema immediato in Vietnam era quello di risolvere i compiti classici della rivoluzione borghese: lo sviluppo dell’industria, la riforma agraria, la garanzia di uno stato unificato ed indipendente, ecc.

Come aveva spiegato Trotskij, nell’epoca moderna nei paesi sottosviluppati la classe capitalista, numericamente ed economicamente debole, legata ai proprietari terrieri ed in ultima analisi al capitalismo straniero, è troppo debole perché possa svolgere un ruolo progressista. Di fronte alla reazione delle masse e per timore di perdere i propri privilegi, avrebbe cercato inevitabilmente un accordo con l’imperialismo straniero e con i latifondisti. Spettava quindi al proletariato prendere il potere, nazionalizzare la produzione, abolire il latifondismo ed il capitalismo e liberarsi dal giogo straniero. Una volta preso il potere non avrebbe dovuto limitarsi ad assolvere i compiti della rivoluzione borghese, ma per necessità avrebbe dovuto oltrepassare tali limiti in direzione della rivoluzione socialista con l’aiuto ed il sostegno dei contadini. Per porre le basi della costruzione del socialismo, doveva essere estesa oltre i propri confini nazionali ed estendersi anche ai paesi economicamente più avanzati.

 

La teoria delle “due tappe”

 

L’Internazionale Comunista ormai saldamente in mano agli stalinisti, sosteneva invece la strategia delle “due tappe”: in primo luogo era necessaria un’alleanza con una presunta borghesia progressista per realizzare l’indipendenza nazionale ed ottenere i diritti democratici sulla base del sistema capitalista; solo in un indefinito futuro si sarebbe dovuto lottare per la trasformazione socialista della società.

Questa teoria delle due tappe era già stata disastrosamente applicata in Cina nel corso degli anni ’20, dove il Partito Comunista Cinese venne fatto sciogliere nel raggruppamento borghese del Kuomintang di Chang Kai Shek: in questo modo un movimento enorme di operai e contadini fu sconfitto dalla borghesia “progressista” di Chang Kai Shek e migliaia di militanti comunisti furono imprigionati ed uccisi.

 

La prova dei fatti

 

L’idea che potesse esistere una classe borghese “progressista” era altrettanto inadeguata per la situazione del Vietnam. La prima metà degli anni ‘30 fu caratterizzata da numerose rivolte contadine e scioperi nelle industrie. Migliaia di lavoratori e contadini videro nel Pc di Ho Chi Minh e nei raggruppamenti che si riallacciavano all’Opposizione di sinistra di Trotskij il loro punto di riferimento principale. L’opposizione allo stalinismo ed alla teoria delle due tappe portò il movimento troskista ad assumere una forza di massa, particolarmente tra i lavoratori dei centri urbani come Saigon. Per tutto un periodo storico, il Pc fu oscurato dal movimento troskista che raggruppava oltre 5000 militanti e pubblicava il giornale “Tranh Dau” (La Lotta).

L’influenza delle posizioni dell’Opposizione di sinistra erano talmente forti che nel 1939 nelle elezioni del Consiglio coloniale della Cocincina (nel sud del Vietnam) i candidati troskisti Ta Tu Thau (che aveva partecipato al tentativo sconfitto di insurrezione a Canton durante la rivoluzione cinese del 1925-27), Tran Van Tach e Pan Van Hum ottennero l’80% dei voti, sconfiggendo sia i candidati del partito borghese che gli stalinisti, che ottennero circa l’1% delle preferenze.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939, tutti i partiti operai furono dichiarati illegali, Ta Tu Thau, Tran Van Tach e molti altri dirigenti e militanti comunisti furono arrestati e mandati nei campi di concentramento. I più colpiti sono proprio i troskisti, mentre i dirigenti del Pc poterono rifugiarsi in Cina dove ricevettero fondi e armi dal governo in funzione anti-giapponese.

 

La seconda guerra mondiale

 

Nel 1940 l’esercito giapponese occupò il Vietnam. La Francia era ormai caduta nelle mani dei nazisti ed i giapponesi permisero al regime collaborazionista di Vichy di continuare ad amministrare il Vietnam.

Nel maggio del 1941 fu formato il Vietminh (Lega per l’indipendenza del Vietnam) su iniziativa del Pc, un fronte di “patrioti di tutte le età e di tutte le classi: contadini, operai, commercianti e soldati”, che lanciò una guerra di guerriglia contro le forze giapponesi partendo dalle zone rurali del nord della Cina. Alla fine della guerra le condizioni per la popolazione erano disperate, a causa della carestia morirono oltre due milioni di persone mentre nello stesso tempo l’imperialismo giapponese esportava il riso vietnamita per sfamare le proprie truppe.

Alla notizia della sconfitta giapponese nell’agosto del 1945 ci fu un’enorme esplosione sociale. Ho Chi Minh, con 112.000 soldati cinesi, s’installò nell’area del Vietnam del Nord senza colpo ferire. Il 2 settembre, in conformità con la teoria delle due fasi, proclamò l’indipendenza della Repubblica Democratica del Vietnam su un programma che non metteva in alcun modo in discussione il capitalismo e sulla base di una costituzione modellata sulla dichiarazione di indipendenza americana! Alcuni ufficiali dell’esercito statunitense erano presenti sul palco delle autorità ed una banda vietnamita suonò l’inno nazionale americano. Organizzando le elezioni che dovevano tenersi nel gennaio dell’anno successivo promise ai partiti vietnamiti non comunisti che gli sarebbero stati concessi 70 seggi nella prima legislatura, al patto che non partecipassero alle elezioni. Non c’è da stupirsi quindi se la vittoria dell’unica lista di candidati fu schiacciante: il 90% della popolazione andò alle urne e 1’80% votò per il “Fronte Patriottico”!

Soprattutto nel sud del paese, specialmente a Saigon, si erano formati comitati popolari, organismi paragonabili ai Soviet già visti durante la rivoluzione Russa, che cominciarono ad assumere il potere. I contadini occuparono le terre, i lavoratori presero il controllo delle fabbriche, dei porti e dei principali centri urbani del paese. Le condizioni per la trasformazione socialista della società erano le migliori, a tal punto che si era costituita una direzione centrale provvisoria dei comitati popolari. Purtroppo il Pc era completamento imbevuto di spirito di collaborazione di classe, implicito nella teoria delle due tappe. Questo si rifletteva ormai anche nella composizione stessa del Pc, dove gli elementi operai erano un’esigua minoranza, il 20% erano contadini e la stragrande maggioranza dei membri era composta da intellettuali e membri della classe media urbana. Il Pc era più debole nel sud del Vietnam, economicamente più sviluppato e con una classe operaia numericamente più forte e combattiva,  e temeva un movimento indipendente delle masse, specialmente dei lavoratori che erano ancora fortemente influenzati dalle idee trostkiste. Disperato, nel tentativo di controllare la situazione, si alleò con l’ala destra del Unf (fronte patriottico). Nguyen Van Tao, dirigente del Pc dichiarò: “Coloro che incitano i contadini ad assumere il controllo della proprietà fondiaria, saranno implacabilmente puniti […] Il nostro governo, ripeto, è un governo democratico borghese, anche se ora i comunisti sono al potere”. La classe operaia aveva costituito milizie per difendere la rivoluzione sotto la direzione delle organizzazioni trostkiste. Questo era visto con terrore dai dirigenti del Pc che dichiaravano “coloro che incitano la gente ad incrociare le braccia saranno considerati provocatori e sabotatori, nemici dell’indipendenza nazionale”. Ancora “le libertà democratiche saranno meglio garantite dai nostri alleati democratici”.

 

Gli alleati “democratici”

 

Chi erano questi alleati democratici? Nell’intento di seguire i propri interessi imperialistici gli Alleati avevano partecipato alla guerra contro la Gernania nazista dalla stessa parte dell’Unione Sovietica. Questo però non significava che gli imperialisti si erano trasformati in “sinceri democratici” e che si erano votati al bene delle popolazioni sfruttate. Tuttavia, questa era la posizione acritica sostenuta dal Pc. Nel congresso di Yalta del 1945 Stalin aveva raggiunto un accordo con Roosvelt e Churcill sulla divisione del mondo nel dopoguerra in sfere di influenza. Stalin non aveva interesse a sviluppare la rivoluzione in Vietnam e giunse ad un accordo per la suddivisione del paese al 16° parallelo. Per controllare la resa ed il ritiro giapponese, il nord fu occupato dalle forze cinesi, il sud da quelle inglesi: erano questi gli “alleati democratici” che occupavano nuovamente il Vietnam e che il Pc sostenne con ogni mezzo a sua disposizione.

Il Vietminh organizzò manifestazioni con lo slogan di “benvenuto agli alleati” e concesse persino le proprie sedi alle truppe britanniche! Come risposta, gli “alleati democratici” chiusero i giornali, vietarono le manifestazioni, imposero la legge marziale, liberarono ed armarono le truppe francesi imprigionate. La strategia statunitense di contenimento dell’influenza sovietica aveva come perno in Europa la Francia, che a tale scopo fu nuovamente aiutata a riprendere, almeno inizialmente, le proprie posizioni in Indocina. Eroicamente le masse risposero alla nuova occupazione coloniale, erigendo barricate, occupando le città e lanciando una nuova offensiva contro le forze imperialiste.

Mentre i lavoratori combattevano disperatamente per difendere la rivoluzione, la preoccupazione principale del Pc era eliminare tutti i suoi oppositori, con in prima fila i troskisti che si erano sempre opposti alla loro politica errata. Ta Tu Thau fu ucciso a Quang Ngai per ordine del leader del Pc Tran Van Giau, decine di militanti rivoluzionari seguirono la stessa sorte: la direzione dell’organizzazione troskista fu decapitata. Questa era la conclusione logica cui doveva portare la disastrosa teoria delle due tappe: la politica di collaborazione di classe una volta accettata non conosce fasi. “Siamo disposti a mettere l’interesse del paese al di sopra degli interessi di classe”: questa era l’asse su cui si muoveva la direzione del Pc, ma persino la lotta per l’indipendenza nazionale era impossibile una volta che si fosse separata dalla lotta della classe operaia.

Incapace di vincere militarmente a causa della situazione sociale presente nel paese, l’imperialismo francese cercò di vincere “diplomaticamente”. Sfruttando la debolezza politica della direzione del Pc proposero un accordo al Vietminh: avrebbero riconosciuto l’indipendenza della Repubblica del Vietnam all’interno della Federazione Indocinese ed all’Unione Francese in cambio della presenza di 25mila soldati francesi per i cinque anni successivi. In cambio della promessa di uno stato libero, Ho Chi Minh permise alla Francia di rinforzare numericamente le proprie truppe, di occupare le principali città ed i punti chiave del paese. Ovviamente, Ho Chi Minh chiese alla popolazione di accogliere i francesi come liberatori… Gli accordi furono costantemente violati dai francesi, che nel novembre del 1946 arrivano a bombardare i quartieri operai della città di Haiphong, provocando secondo le stime ufficiali 6.000 morti, la cifra reale fu di almeno tre volte superiore. Il governo di Hanoi si appellò alla comunità internazionale e al Papa, chiedendo il rispetto degli accordi agli Alleati. La teoria delle “tappe” si dimostrò nuovamente disastrosa.

 

La sconfitta francese

 

Tra il novembre 1946 e l’estate del 1954 i colonialisti francesi condussero una lunga guerra contro le forze del Vietminh, che si concluse con una completa sconfitta a Dien Bien Phu 1’8 maggio del 1954. Due mesi più tardi la guerra era finita, gli Usa avevano speso 2,6 milioni di dollari per sostenere ed armare la Francia. La Francia aveva avuto 172mila morti e perse per sempre la sua colonia. La Conferenza di Ginevra che seguì alla sconfitta francese stabilì una linea militare provvisoria al 17° parallelo. Prevedeva inoltre la riunificazione del paese con lo svolgimento di elezioni da tenersi entro e non oltre il luglio 1956 sotto il controllo di una commissione internazionale (International Control Commission) formata da rappresentanti del Canada, India e Polonia. Inutile ricordare che non ci fu né riunificazione, né elezioni. Il Presidente statunitense Heisenhower ammise in seguito che “Se si fossero svolte le elezioni, l’80% dei voti sarebbe andata ai comunisti di Ho Chi Minh”.

La burocrazia di Mosca, votata alla difesa dello status quo e della coesistenza pacifica, si limitò ad esprimere attestazioni di solidarietà al governo di Ho Chi Minh ed a concedere un prestito di trenta milioni di rubli da impiegarsi nell’acquisto di materiale bellico.

Dal 1955 al 1961, gli Stati Uniti versarono al governo Sud vietnamita oltre due miliardi di dollari per assistenza economica e militare, incrementarono il numero dei loro osservatori militari ed iniziarono un coinvolgimento dal quale ne furono successivamente risucchiati (vedi articolo sul numero scorso della rivista FalceMartello e l’articolo “La guerra in Vietnam” pubblicato sul n° 2 della rivista teorica In difesa del marxismo).

 

Conclusioni

 

Il popolo vietnamita pagò un prezzo enorme per ottenere la riunificazione e l’indipendenza. Nonostante questo non ebbe mai una reale partecipazione e non videro mai una vera democrazia operaia.

I lavoratori del Vietnam mostrarono un enorme potenziale rivoluzionario, ma il processo rivoluzionario seguì successivamente un corso estremamente deformato e peculiare. Se non riuscirono a prendere il potere nelle loro mani fu soprattutto per l’assenza del fattore soggettivo ovvero di un partito, come fu il partito bolscevico di Lenin, che potesse giocare un ruolo dirigente nella rivoluzione. Il ruolo dell’Urss e della Cina, l’impasse dell’imperialismo e la mancanza di una direzione furono i fattori che determinarono l’esito del processo rivoluzionario nel secondo dopoguerra.

In questa nuova epoca di declino del capitalismo e dopo il crollo dello stalinismo, vedremo nuovamente presentarsi ulteriori possibilità rivoluzionarie; a noi il compito di costruire quella direzione capace, con un programma socialista, di conquistare la guida delle masse sfruttate che torneranno presto sul terreno della lotta contro l’imperialismo.

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