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Lo scopo di questo articolo è approfondire le teorie più importanti del movimento di lotta giornalisticamente definito “il ‘77 (1), non solo e non tanto per analizzare lo sviluppo di quel movimento, ma perché quelle concezioni, al di là della concreta forma che lì presero, accompagnano da sempre la storia del movimento operaio essendo, in ultima analisi, l’effetto dell’immaturità della direzione rivoluzionaria e della sua incapacità di prendere la guida del proletariato.

A trent’anni da quel movimento, considerato il fratello minore e violento del ’68, il servizio peggiore che si potrebbe fare a chi vi partecipò è attribuire quelle lotte alle teorie che allora andavano per la maggiore. Le lotte ci furono al contrario nonostante quelle teorie e i dirigenti che le proponevano. Come per gli stalinisti e i maoisti del ’68-’69, le loro lotte erano molto meglio delle loro idee. Analizzarle oggi, aiuta a capire perché il ’77 finì nel disastro del terrorismo e del “ritorno al privato”, per cercare di evitare che in futuro si ricada negli stessi errori.

La caratteristica principale del movimento del ‘77 fu la sua estrema radicalità in termini di parole d’ordine e di metodi di azione, unita però a un’impazienza che sfociava nell’infantilismo. In definitiva, i militanti più attivi, che dopo il ‘69 non erano riusciti a scalzare il Pci e il sindacato dalla loro posizione di referenti principali dei lavoratori, tramutavano questa realtà di impotenza in odio verso le organizzazioni tradizionali del proletariato. L’assenza di un’alternativa credibile ai vertici riformisti spinse il movimento in un vicolo cieco da cui uscì stritolato. L’impazienza e l’immaturità delle organizzazioni che si definivano rivoluzionarie all’epoca si espresse principalmente nella violenza che ne accompagnò le azioni. Aiutate dalle continue provocazioni dello stato borghese che, con la strategia della tensione, i tentativi di golpe, l’uso di gruppi fascisti, aveva messo in campo ogni mezzo per deviare il movimento verso la strada senza uscita del terrorismo, questi gruppi concepirono l’attività politica come un corpo a corpo continuo con le organizzazioni tradizionali del movimento operaio e con le forze repressive dello stato, con la conseguenza di consentire ai riformisti e alla polizia di isolarli e annientarli.

Nel 1969 il movimento era esploso nei bastioni della classe operaia, nelle grandi fabbriche metalmeccaniche e tessili, Milano, Torino. Nel 1977 l’avanguardia del proletariato se non in rotta, stava comunque ripiegando. Si affacciavano invece nuovi strati di lavoratori, nuovi soggetti. Non a caso più manifestazioni e azioni di lotta si svolsero per l’80% a Roma ed ebbero anche una diversa natura. L’autunno caldo produsse un picco senza precedenti di scioperi che annichilì il nemico di classe; il ’77 fu un susseguirsi di scontri anche armati con la polizia, di furti proletari, di manifestazioni che finivano spesso in battaglie disordinate. Si trattava di iniziative che non colpivano la borghesia quale classe proprietaria dei mezzi di produzione, ma miravano a indebolire l’apparato repressivo dello Stato. Se il fulcro del ’69 fu la grande fabbrica, Sesto San Giovanni, la Fiat, nel ’77, i centri delle lotte erano l’università, luoghi di lavoro di recente sindacalizzazione come gli ospedali. Si trattava di strati proletari tradizionalmente arretrati, ridestati alla lotta dall’ondata del ‘69-’73, ma che giungevano sulla scena quando il grosso delle forze operaie stava indietreggiando e, pur ottenendo significative conquiste, non riuscirono a rovesciare il rapporto di forze all’interno della classe.

Il movimento aveva una serie di anime molto diverse tra loro, dalle frange più anarchiche e sconfinanti nel surrealismo degli indiani metropolitani alle correnti terroriste attorniate da un’area grigia di illegalità diffusa (2). Più ancora che il ’69, le lotte si svilupparono al di fuori e in contrapposizione al movimento operaio ufficiale. Dal canto suo, ovviamente, la direzione delle organizzazioni tradizionali fece di tutto per emarginare, colpevolizzare questi giovani. Le provocazioni furono molteplici e nel basso livello politico del movimento vennero raccolte e amplificate. Si creò così un muro tra gli operai sindacalizzati e queste forze, ben sintetizzato dall’episodio della cacciata di Lama dall’università di Roma, una barriera che giocò a favore della stabilizzazione borghese. Per ogni giovane ridestato alla lotta da uno scontro con la polizia o con il Pci, ce ne erano cento che abbandonavano il campo. Ben presto, a combattere non rimasero che le organizzazioni terroristiche, impegnate in un futile gioco di guardie e ladri che seppellì definitivamente il movimento agevolando la svolta dell’Eur e la repressione della polizia.

Analizzando il ’77 va rifiutata la visione della sinistra “ufficiale” di un’68 ingenuo e positivo e di un ’77 cattivo e violento, ma va rifiutata anche l’idea dell’Autonomia che il ‘77 sia stato più radicale perché i protagonisti erano i “non garantiti”. La realtà è che la maggior violenza fu determinata dal fatto che nella coscienza dei militanti era ormai chiaro che non si stava andando da nessuna parte, che il Pci era riuscito a isolarli. La ragione principale del fallimento di quelle lotte imponenti sta appunto nell’incapacità di intervento nelle organizzazioni di massa, che permise ai loro dirigenti di continuare a guidare la maggioranza dei lavoratori verso la sconfitta dell’Eur e il compromesso storico, e salvò così il capitalismo italiano.

Le origini storiche e teoriche del ’77: l’operaismo

Giova una premessa quando si analizzano le basi teoriche su cui si costruì il movimento. A prescindere dalle differenze che le caratterizzavano, le correnti che parteciparono al ’77 erano unite dal provincialismo e dal dilettantismo teorico, mancando totalmente un approccio internazionalista. Anziché far tesoro di oltre 100 anni di lotte operaie a livello internazionale e della loro cristallizzazione teorica, il marxismo, i loro “teorici” ribadivano la specificità e le novità di quello che facevano, di fatto rifiutando le esperienze delle generazioni passate. Ciò li condannò, nonostante il coraggio e la radicalità, a ripetere errori ben noti alla storia della lotta di classe. Molti dei problemi che ai militanti del ’77 sembravano nuovi e inediti, facevano parte delle riflessioni del movimento operaio da lunga data, sviluppate soprattutto negli episodi di tradimento storico del socialismo da parte delle direzioni riformiste.

Il Psi e il Pci, pur con tradizioni e strutture differenti, erano, alla fine degli anni ’70, partiti socialdemocratici. Alla loro sinistra, si erano formati molti gruppi, alcuni di una certa consistenza, che si rifacevano a una variante o all’altra dello stalinismo, soprattutto al maoismo. Rispetto al ’69, la novità era costituita dall’emergere di correnti che derivavano le proprie teorie, a vario titolo, dall’operaismo.

L’operaismo è una teoria che affonda le sue radici nell’area della sinistra socialista e che ha in Raniero Panzieri la figura più nota. Alla sua origine, era un tentativo di frenare la deriva socialdemocratica del Psi attraverso un minuzioso studio della condizione della classe operaia come via per riscoprire le tradizioni rivoluzionarie del partito e legarsi alle lotte pur sporadiche di quegli anni. Tuttavia gli operaisti non cercarono mai di costruire una tendenza strutturata in seno alle organizzazioni dei lavoratori, dando invece vita a circoli di discussione, riviste anche molto importanti nel dibattito politico (Quaderni Rossi, Classe Operaia) ma senza incidere nelle dinamiche dei partiti operai. Così, la sinistra socialista, pur generosa e onesta, si dimostrò essere la quintessenza di una corrente centrista, una corrente cioè che parla e discute di rivoluzione senza però darsi i mezzi per intervenire nelle lotte e per scalzare il predominio dei riformisti sul movimento. Le critiche, a volte profonde e illuminanti, che fecero allo stalinismo e al riformismo non andarono oltre le aule dei convegni e le pagine delle riviste. La corrente andò dunque incontro a un’involuzione, con un progressivo distacco dei suoi esponenti dal movimento reale e dalle organizzazioni di classe.

Se agli inizi, l’area dell’operaismo comprendeva importanti dirigenti del movimento operaio (lo stesso Panzieri era un dirigente del Psi e partecipò al movimento di occupazione delle terre nel meridione), la sua sconfitta segnò lo scollamento dalle masse. Panzieri abbandonò il Psi quando le correnti di destra ne presero il controllo proponendo la fusione con il Psdi e smise di fare attività politica (disse che non voleva dirigere una piccola setta di fuoriusciti) (3). Morto Panzieri (a soli 44 anni nel ’64) un percorso parallelo si diede nel Pci, dove l’intellettuale operaista più noto, Tronti, segretario del circolo universitario del partito a Roma, si ritrovò del tutto isolato dopo la sconfitta della corrente ingraiana nel ’65 e di lì a poco venne radiato nel partito. Quando divenne chiaro che questi dirigenti non avevano la determinazione e la forza per sfidare la burocrazia e che erano emarginati, i giovani che li seguivano scelsero la strada di un’organizzazione separata. Nel ’67 venne fondato Potere Operaio. L’idea di organizzarsi per superare l’ambiente da circolo di discussione era in sé corretta e anzi giungeva in ritardo, visto che giganteschi movimenti di lotta erano alle porte. Il punto, che divenne da subito decisivo, era quali rapporti tenere con le organizzazioni tradizionali del movimento operaio. Tale aspetto determinò la parabola dei gruppi che a vario titolo si riferirono all’operaismo.

Il contesto in cui tali teorie si fecero organizzazione ne mise in luce le debolezze. Infatti, l’aspetto centrale delle opere di questi intellettuali è che se a prima vista danno la sensazione di analisi molto approfondite sul piano teorico, perché si riallacciano a categorie classiche del marxismo, in realtà sono qualcosa di già visto nella storia del movimento operaio: l’economicismo. L’idea di base è che per capire la classe basta studiare l’organizzazione che il capitalismo dà al processo produttivo in senso tecnico finendo nel sociologismo del lavoro. Inoltre, si cullavano nell’idea di “tornare a Marx” senza fare i conti con cento anni di marxismo, ossia con la degenerazione stalinista della rivoluzione d’ottobre. Questo dava l’idea di un linguaggio radicale ma nei fatti permetteva di non pestare i piedi alla burocrazia del Pci e del Psi. Così l’economicismo in campo teorico, l’idea cioè di un legame diretto e fisso tra forma del lavoro, situazione economica e ciclo delle lotte e dei movimenti, si saldava con un primitivismo politico assoluto, che li rendeva incapaci di comprendere lo sviluppo della lotta di classe nel suo complesso e soprattutto la funzione delle organizzazioni di massa. Pensavano che per spostare i partiti operai a sinistra bisognasse dimostrare come le nuove forme di organizzazione aziendale inasprissero lo sfruttamento dei lavoratori, come se la burocrazia potesse essere convinta a lottare sulla base di un’analisi più puntuale del processo produttivo. In questo si inseriva anche la totale assenza di approfondimento sulla natura dello stalinismo, che veniva etichettato superficialmente come “capitalismo di stato”, il che, tra l’altro, non permetteva di capire il perché avesse una tale presa sul proletariato occidentale. Le debolezze di queste teorie passarono nel movimento, particolarmente nella sua parabola discendente.


I protagonisti del ‘77

L’autunno caldo ebbe un effetto dirompente sui rapporti di forza tra le classi. Dopo il ‘69, la conflittualità operaia proseguì, ottenendo importanti vittorie. Il clima generale si mantenne di avanzata e di ottimismo. Gli operai in fabbrica sentivano di avere il controllo della situazione. Ogni tentativo di reazione padronale veniva respinto. Quando nella primavera del ’73 la Fiat cercò di riprendere il controllo di Mirafiori, partì un forte movimento di scioperi e cortei interni. Il 29 marzo la fabbrica venne occupata. Sui muri esterni e sulle porte vennero issate bandiere rosse e uno striscione con scritto “qui comandiamo noi”. Le lotte non rimanevano chiuse nelle fabbriche ma riempivano la società; tutte le forze progressive si raccoglievano attorno all’operaio di fabbrica quale motore del cambiamento. In questo contesto, i gruppi alla sinistra del Pci crebbero rapidamente (soprattutto Avanguardia Operaia e Lotta Continua), e non solo tra gli studenti (4).

Un cenno a parte lo merita Potere Operaio, il gruppo che fece da cerniera – sia nelle teorie che nei personaggi – tra i primi anni del movimento e l’Autonomia. In origine, si trattava di uno dei gruppi che si era inserito nel ciclo di lotte operaie, ad esempio alla Fiat Mirafiori con l’assemblea studenti-operai. Cresciuto fino ad avere alcune migliaia di militanti, teorizzò la svolta “insurrezionalista” già nel congresso di Roma del ’71. In quella circostanza, la violenza venne messa al centro dell’azione politica, mentre veniva rifiutata ogni attività concreta di costruzione del partito. In meno di un anno, tale azione avventurista distrusse il gruppo, che venne sciolto nel ’73, proponendo il passaggio alla clandestinità. Alcune componenti di Potere Operaio diedero poi vita alla stagione dell’Autonomia, altri finirono in organizzazioni terroristiche. Questi pochi riferimenti bastano a illuminare il dilettantismo politico, l’improvvisazione teorica mascherati dalla ferocia verbale e dall’ultimatismo di tale corrente (5), che si può considerare l’incubatrice delle posizioni che poi esplosero nel ‘77.

Come detto, anche se le idee di derivazione stalinista-maoista dominavano ancora la scena, al movimento parteciparono correnti molto eterogenee. In generale, allo scoppio del ’77 i gruppi erano entrati in crisi, i loro dirigenti si erano spesso accordati con le burocrazie operaie, scambiando le molotov per un più sicuro seggio nelle istituzioni. Si era così formata un’ala istituzionale e istituzionalizzata del movimento, rappresentata essenzialmente dal Pdup e dal Manifesto. Cresceva poi il peso delle correnti che venivano definite di Autonomia Operaia, che erano nate già nell’autunno caldo ma che solo in seguito avevano acquisito forza. L’area era nata ufficialmente nel marzo del ’73, quando a Bologna si era svolto il primo convegno nazionale delle assemblee e degli organismi autonomi di fabbrica e di quartiere, con circa 400 delegati. La conferenza non diede però luogo a un’organizzazione, al contrario, l’Autonomia rimase sempre un insieme di realtà locali scarsamente coordinate. In questo arcipelago erano anche presenti le strutture di Potere Operaio, in via di scioglimento. L’apice della forza di queste idee sul movimento si manifestò nel ’77, quando però iniziava anche la sua brusca parabola discendente con il famoso convegno di Bologna contro la repressione (22-24 settembre ’77), a cui parteciparono circa 10.000 militanti impegnati nell’imporsi reciprocamente l’egemonia in una serie continua di risse e scontri.

Nel complesso, le realtà riferibili a vario titolo all’autonomia operaia furono molte e significative. Sul versante operaio, la più nota è il Petrolchimico di Porto Marghera, dove per anni il comitato autonomo contese alla Cgil la direzione politica della fabbrica. In generale il Veneto fu una zona con una forte presenza autonoma, che a Padova superò la forza militante del Pci. A Roma la realtà più nota fu il collettivo di via dei Volsci, nato nel ’74, nel cuore del quartiere rosso di San Lorenzo, che aveva importanti legami con i lavoratori del Policlinico e con l’università; meno radicata era l’autonomia a Milano, dove si raccoglieva attorno alla rivista Rosso (6).

Tutte queste realtà, anche se poco coordinate e spesso in contrasto tra loro, sviluppavano un’azione politica abbastanza simile e legata, sia in fabbrica, sia nei luoghi di studio, alle idee di “contropotere” e di “sabotaggio” di cui poi parleremo. Si trattava in sintesi di azioni che confinavano con atti di terrorismo individuale (incendi, distruzione di macchinari, scontri) volti ad alzare la conflittualità e dunque, nelle loro intenzioni, il livello politico delle masse. Di qui, per molti, un salto abbastanza logico verso la lotta armata. Le organizzazioni terroristiche portano alle ultime conseguenze le chiacchiere sul sabotaggio e sullo scontro frontale dei teorici dell’Autonomia. A molti militanti sembrava che l’alternativa alla disperazione e alla rassegnazione fosse sparare: “sparare per sperare, sparare per non sparire”, come recitava un famoso slogan dell’epoca. Come la storia del movimento operaio insegna, questi metodi non conducono da nessuna parte, anche quando acquisiscono un carattere diffuso, come accadde in Italia (7). Vi è da dire che dove l’elemento operaio pesava maggiormente, come a Porto Marghera, questo scivolamento fu marginale. Fu generalizzato invece laddove dominavano elementi declassati di cui pure l’Autonomia teorizzava la centralità nel processo rivoluzionario.

L’impasse del movimento condusse dunque alla crescita delle organizzazioni terroriste, che coinvolse innanzitutto le due formazioni principali, Brigate Rosse e Prima Linea. Ad esempio, a Roma le Br contavano una cinquantina di militanti all’inizio del movimento, ma la loro area si allargò a centinaia e poi migliaia di simpatizzanti dopo il caso Moro. A Milano si conteranno oltre 150 gruppi clandestini. Nel complesso, tra organizzazioni armate e l’area “illegale” si parla di numeri rilevanti: oltre 20.000 inquisiti e 4.000 condannati, e un totale di persone coinvolte a vario titolo che l’allora ministro Cossiga stimò in un milione di persone, il che permette di eliminare ogni comoda spiegazione del terrorismo in termini di “infiltrati” (della Cia, dei servizi deviati, di Cosa Nostra o del Kgb, a seconda delle preferenze dell’esperto di turno). Dimostra anche quale immenso potenziale rivoluzionario teorie e pratiche sbagliate buttarono al vento.


Lo stato keynesiano e l’operaio massa

Come visto, i gruppi che diedero vita all’Autonomia avevano le loro radici teoriche nell’operaismo e nella pratica politica del movimento a partire dal ’69, tali teorie avevano conseguenze decisive nel loro agire politico.

Abbiamo già osservato che un tratto distintivo di tutto il movimento, anche quando si rifaceva formalmente all’elaborazione storica del marxismo, era che non ne aveva acquisito le lezioni a livello internazionale. Questo portava tutti i gruppi dell’epoca ad assumere unilateralmente alcune caratteristiche contingenti del capitalismo come qualcosa di nuovo e storicamente definitivo. Il pericolo maggiore di questo errore di prospettiva è che conduceva a tattiche e parole d’ordine del tutto fuori luogo: si continuavano a combattere battaglie di retroguardia dando così una mano inconsapevole al nemico di classe. Ad esempio, negli anni ’70, quando l’aumento dell’inflazione e del debito pubblico costrinsero la borghesia a rinunciare alle politiche di deficit spending di stampo keynesiano, tornando al classico bilancio in pareggio, alle privatizzazioni, al liberismo sfrenato, teorici come Negri si attardavano a parlare della funzione pianificatrice dello stato borghese come qualcosa di strutturale e definitivo nella storia del capitalismo. Peraltro, anche l’idea che lo stato keynesiano fosse “pianificato” è una visione superficiale, che conduceva non solo a errori nell’analisi dello sviluppo del capitalismo a ovest ma anche dei regimi stalinisti che venivano assimilati al modello keynesiano sotto l’ombrello vago e inutile del “capitalismo di stato” a cui si contrapponeva una società comunista altrettanto astratta. Ma il punto centrale è che si criticavano politiche economiche del passato disarmando l’avanguardia rivoluzionaria rispetto ai pericoli del presente. Mentre questi signori si attardavano a inveire contro il cadavere di Keynes, Reagan e la Thatcher si accingevano a schiacciare il movimento operaio dei rispettivi paesi.

In queste analisi, la natura necessariamente pianificatrice dello Stato borghese si riflette nella figura proletaria per eccellenza della prima metà del secolo, l’operaio specializzato. Esso incarna lo stato keynesiano, la pianificazione, e dunque il riformismo. Dalla natura riformista delle politiche economiche keynesiane si traeva la conclusione che questi lavoratori erano congenitamente riformisti, dimenticandosi di chi aveva animato la rivoluzione russa, il biennio rosso, la rivoluzione tedesca del ‘18, la rivoluzione ungherese del ‘56 e tutti gli episodi insurrezionali di quei decenni. È logico che se la natura profonda, inevitabile dell’operaio professionale è di essere un pezzo dell’ingranaggio dello Stato borghese interventista, non ha senso lavorare per acquisire forza nelle organizzazioni che lo rappresentano. Esse vanno combattute, in attesa che la massificazione della produzione imposta dal capitalismo, eliminando i lavoratori specializzati, le spazzi via dall’orizzonte politico. Tutto si lega dunque: spesa pubblica, operai ben pagati, sindacati e partiti operai acquiescenti. Di fronte a questo inutile fardello, sta, separato da un muro invalicabile, l’operaio massa, il “non garantito”.

Così, specularmente al binomio operaio di mestiere-riformismo, si fa strada la teoria – ancora oggi di moda – che le lotte del ’69 furono dovute esclusivamente all’operaio fordista, alla forte presenza di operai poco specializzati. Ovviamente, vi è un legame tra forme di lotta, sviluppi ideologici e concrete figure professionali prevalenti in un certo periodo della storia del capitalismo, ma teorizzare che gli operai professionalizzati sono riformisti e gli operai massa rivoluzionari è un colossale errore politico. Il riformismo non è un tratto di una certa organizzazione aziendale del capitalismo, ma, in definitiva, il riflesso dello sviluppo delle forze produttive in seno al movimento operaio e soprattutto alla sua direzione. Viceversa, quando il capitalismo entra in una fase di stagnazione, i riformisti trovano difficoltà crescenti a svolgere il proprio compito di mediazione sociale. Era così sin da prima di Marx. Vale per i braccianti come per i minatori, nelle fabbriche fordiste e post-fordiste. Nella concezione dell’Autonomia, l’operaio massa non poteva subire periodi di riflusso e non poteva essere controllato dal sindacato come invece l’operaio professionale che aveva fatto la Resistenza.

Non a caso una simile visione unilaterale dell’operaio fordista era stata fatta, inversamente, dai dirigenti riformisti poco prima dell’autunno caldo. Giovani, immigrati, senza esperienza politica, entrati in fabbrica grazie all’aiuto di un prete o di un amico, ricattabili, magari iscritti a un sindacato giallo. Secondo i burocrati sindacali, quella gente non poteva fare nessuna lotta. Per i dirigenti della Cgil come per gli autonomi, dunque, la divisione della classe operaia non era un problema politico ma sociale, strutturale. I sindacati guardavano ai giovani proletari come barbari da civilizzare, gli autonomi teorizzavano che gli operai professionali, in quanto “garantiti”, erano reazionari. Ecco un brano classico di Toni Negri su questo tema:

“alcuni gruppi operai, alcuni strati di classe operaia rimangono legati alla dimensione del salario, ai suoi termini mistificati. Vale a dire che essi vivono di rendita. In quanto vivono di rendita, anche all’interno delle grandi fabbriche, rubano plusvalore proletario e se ne appropriano, sono partecipi del racket del lavoro sociale alla stessa tregua dei loro padroni. Queste posizioni - e soprattutto la pratica sindacale che le nutre - vanno battute anche con la violenza. Non sarà la prima volta che un corteo di disoccupati entra nelle grandi fabbriche e distrugge, assieme alla corruzione dell’aristocrazia, l’arroganza della rendita!”(8).

È chiaro che quando si propone di far pestare gli operai iscritti al sindacato dai giovani non c’è nessuna possibilità di indebolire la posizione dei riformisti all’interno della classe operaia. Questa posizione suicida peggiora nel tempo, poiché il sindacato, travolto dalle lotte, invaso dalle nuove leve del proletariato, si adatta alle novità portate dal movimento, dai consigli di fabbrica al delegato di linea, superando le critiche dei gruppetti, che si attardano a inveire contro il sindacato di mestiere degli anni ’60. Paradossalmente, la vittoria del movimento, che costrinse il sindacato a fare proprie quelle rivendicazioni, segnò la fine di una presenza significativa della sinistra extra-parlamentare nelle fabbriche. I gruppi sottovalutarono clamorosamente le riserve di consenso dei partiti operai e dei sindacati e dunque del capitalismo. Quando, per riprenderne il controllo, le organizzazioni tradizionali si misero alla testa del movimento, gli “extra-parlamentari” non seppero rispondere se non esasperando la critica, con il risultato di allontanarsi sempre più dai lavoratori. Per esempio, negavano le significative vittorie contrattuali e politiche dell’autunno caldo. Ancora nel ’74, quando la Flm firmò il contratto più avanzato d’Europa che includeva il famoso accordo sulle 150 ore, lo bollarono come un accordo bidone. Sempre più emarginati negli strati decisivi della classe, rimasero organizzazioni di studenti o elementi declassati. Quando poi, le organizzazioni tradizionali deragliarono il movimento, la visione sociologista, secondo cui non era possibile che l’operaio massa arretrasse, non riuscì a spiegare il riflusso se non in base all’argomento che “le grandi fabbriche non ci sono più” con il corollario che dunque le lotte, da allora in poi, diventavano impossibili. In tale variante pessimista, quella teoria vive tuttora.


Riforme, rivoluzione e violenza

“Via dalle linee prendiamo il fucile/ Forza compagni alla guerra civile/ Agnelli, Pirelli, Restivo e Colombo non più parole ma pioggia di piombo” (dall’inno di Potere Operaio)

L’analisi sociologica anziché funzionale della classe operaia ebbe conseguenze decisive sul modo di fare politica di queste organizzazioni, innanzitutto impedendo di comprendere la lotta di classe nei suoi naturali alti e bassi. In questa concezione unilaterale, l’operaio massa, geneticamente votato alla lotta senza compromessi, era contrario a ogni tipo di accordi e riforme e lottava direttamente per il comunismo. Diventava dunque inutile ogni rivendicazione parziale: “tutto o niente”, come cantava l’inno di Potere Operaio. Lotte difensive o parziali erano bollate come un tradimento della classe operaia. Una simile visione meccanica non ha nulla a che vedere con le reali dinamiche della lotta sociale ed è invece qualcosa di ben noto alla storia del movimento comunista. Contro le giovani e immature direzioni comuniste d’occidente, Lenin fu costretto a spiegare che chi nega per principio un accordo è poi costretto dall’isolamento, dai rapporti di forza, a peggiori e più dannosi compromessi. Vi sono accordi e accordi. Non bisogna mai confondere la tattica con la filosofia, fu costretto a ripetere molte volte il dirigente bolscevico. Come sa qualunque rivoluzionario, fare accordi o ritirarsi non significa tradire, può essere molto più disastroso lanciare il partito prematuramente nella lotta quando non ve ne sono le condizioni. Se Lenin aveva ripetuto in ogni circostanza che il compito dei rivoluzionari è “spiegare pazientemente”, l’Autonomia faceva dell’impazienza l’alfa e l’omega del proprio programma.

In realtà, la lotta sindacale è per sua natura, nelle prime fasi, una lotta difensiva, in cui i salariati, in quanto venditori della merce forza-lavoro, cercano di spuntare il miglior prezzo per la sua vendita. Bollare questa fase come necessariamente di retroguardia è infantile. Osservò Trotskij che coloro che sono incapaci di difendere le conquiste già ottenute non potranno mai combattere per conquiste nuove. Detto diversamente, la difesa delle condizioni dei lavoratori nei posti di lavoro, fulcro dell’attività sindacale, è la base necessaria di partenza di ogni lotta. Quando il movimento si generalizza, diventa chiaro che la lotta per il contratto, per le condizioni di lavoro, è parziale e in ultima analisi perdente e occorre aggiungervi la lotta politica anch’essa, nei primi tempi, di natura “rivendicativa” che poi, quando si rivela impossibile conciliare le rivendicazioni operaie con la crisi del capitalismo, diventa una lotta per il potere. Questa escalation dalle misure minime alla lotta per il potere è la base del programma di transizione di Trotskij, il documento con cui venne fondata la IV Internazionale nel ‘38. Questo documento si propone di sviluppare un metodo con cui analizzare la situazione del capitalismo a livello mondiale e di contrapporre all’immobilismo dei riformisti - che dividono le insignificanti riforme quotidiane (programma minimo) dall’orizzonte astratto del socialismo (programma massimo) - un insieme di riforme le quali, pur compatibili singolarmente con il sistema, prese nel loro complesso imprimono una dinamica rivoluzionaria al programma, da cui appunto, la sua natura di transizione (9).

Tutto ciò per gli autonomi era inutilmente arretrato: “solo la lotta armata corrisponde alla domanda operaia. Solo la lotta armata è potente sul piano dei rapporti di forza fra le due classi” (10). A qualunque programma o riforma andava sostituita la “lotta per il comunismo”, il che significava la conquista immediata del potere. In attesa dell’insurrezione, anziché lotte sindacali o politiche occorreva dedicarsi al sabotaggio, alla sovversione: “sovvertire l’articolazione capitalistica del comando sul lavoro sociale…costituisce il compito tattico primario dell’organizzazione rivoluzionaria” (11). Si tratta di proposte che, prese sul serio, conducono al terrorismo, altrimenti sono sterili esercizi verbali. Parlare di insurrezione senza che si sia pronti in concreto a prendere il potere significa solo aiutare la repressione e gettare le avanguardie rivoluzionarie allo sbaraglio. Anziché presentare un programma di transizione, in grado di legare i differenti strati della classe lavoratrice a un’azione comune sotto la direzione della sua avanguardia, queste correnti si distaccarono dal proletariato concentrandosi sull’esaltazione della violenza.

Si è detto che gli autonomi consideravano l’illegalità e la violenza quasi con compiacimento. Va premesso che le responsabilità per le violenze degli anni ’70 sono innanzitutto dello Stato, che non esitò a ricorrere a ogni infamia, compresa la strategia della tensione, per stabilizzare il potere borghese. A chi si lamenta della violenza dei cortei e dei picchetti ricordiamo i tentativi di golpe, i gruppi neofascisti, le stragi, la P2 (12). La storia del movimento operaio insegna che in determinati processi politici la violenza è inevitabile e non si può passare da uno sciopero per il contratto alla rivoluzione socialista senza passare anche per episodi di violenza di massa. Il punto è se tali azioni sono funzionali o meno alla crescita del movimento. È normale che i lavoratori, soprattutto giovani e poco organizzati, esprimano una genuina rabbia operaia che può andare dall’umiliare i capetti boriosi in fabbrica, allo scontrarsi con la polizia, ma questo infantilismo deve lasciare il posto a una lotta politica per rafforzare le organizzazioni proletarie e metterle in grado di prepararsi a prendere il potere, altrimenti non impensierisce in alcun modo la classe dominante. Al contrario, questa forma iniziale di lotta venne teorizzata dall’Autonomia come funzionale alla conquista del potere. La violenza politica verso avversari esterni e interni venne accentuata mano a mano che il movimento cozzava contro il doppio muro della repressione e delle direzioni riformiste. Se nei primi anni ’70 le divergenze politiche in piazza si risolvevano a bastonate, l’Autonomia partecipava ai cortei con fucili e pistole.

A giustificazione di questo avventurismo c’era l’ovvia considerazione che il capitalismo è un sistema violento. Ora, anche gli operai più arretrati condividono la necessità di difendere un picchetto o un corteo dalla polizia e dai fascisti, il problema è partire da questa ovvietà per autoeleggersi a supereroi del movimento operaio, veri rivoluzionari in quanto armati, un’ideologia tipica degli ambienti declassati da cui il movimento ormai emarginato pescava. Il problema della violenza è una questione pratica e così viene concepita dai lavoratori; l’errore di questi gruppi era imporre la propria impazienza e il proprio infantilismo allo sviluppo del movimento di classe. Anche in questo non c’è nulla di nuovo. Nella Russia zarista, dove la repressione di ogni dissenso era brutale, i socialisti venivano criticati dai narodniki (i terroristi anarchici) per l’impraticità delle loro concezioni di fronte alla rapidità delle pistole. Generazione dopo generazione i narodniki si immolarono alla “concretezza” del gesto esemplare, senza scalfire lo zarismo che venne invece distrutto in piche settimane dall’azione di massa del popolo russo guidato dal proletariato industriale. Naturalmente, il marxismo non ha nulla a che spartire con il falso pacifismo dei riformisti, che fanno finta di scandalizzarsi per la violenza del movimento ma difendono la violenza imperialista, condannano un picchetto operaio mentre inviano eserciti ad annientare intere popolazioni. Le forme di lotta devono però seguire la maturazione complessiva della coscienza di classe. L’avanguardia rivoluzionaria ha il dovere di non seguire i pregiudizi dei lavoratori meno avanzati ma nemmeno di allontanarli con azioni premature. In questo senso, alcune forme di lotta scelte nel corso degli anni ’70 non erano sbagliate in sé ma non erano adatte al contesto in cui venivano calate.

Esemplare a questo proposito è il caso delle autoriduzioni. Quando nel ’74 si costituirono comitati congiunti utenti-lavoratori dell’Enel per eliminare l’effetto del carovita sui salari operai, la lotta raggiunse centinaia di migliaia di persone. La compattezza dei partecipanti e il coinvolgimento dei lavoratori impedì che le famiglie che si riducevano la bolletta subissero distacchi di linee. Fu un successo. Ma quando, alla fine del movimento, gruppetti di autonomi entravano in un supermercato e lo saccheggiavano parlando di autoriduzione, si trattava di azioni fuori dalla logica di sviluppo del movimento. Il fatto che alcuni proletari, soprattutto i più arretrati, vedessero queste azioni con favore, non cambia i termini del problema. Anche quando i gruppi terroristi uccidono qualche politico borghese particolarmente odiato, i lavoratori non si strappano i capelli, il punto è che il movimento non fa nessun passo avanti; come osserva Trotskij “noi diciamo al terrorista: non è possibile sostituire le masse”. Gli autonomi teorizzavano che qualunque azione violenta e illegale fosse rivoluzionaria, dagli agguati alle rapine, una concezione che li condusse a pescare a piene mani dal mondo sottoproletario, processo che venne teorizzato reclutando rapinatori e assassini con cui avevano magari condiviso la cella in prigione. Così, il basso livello politico di questi gruppi, l’inaridirsi dei loro legami con le masse, favorirono il passaggio a forme di militanza che sconfinavano con il banditismo.

Come sempre succede nei periodi di forte ascesa della lotta operaia, il movimento creò forme originali e incisive per combattere il capitalismo. Senza bisogno di dotte analisi sul rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita, i proletari compresero che lo sfruttamento non è confinato alla fabbrica ma pervade la società. Al travalicare dell’alienazione capitalistica in ogni meandro della società, venne contrapposta una lotta a tutto campo in forme nuove. Per esempio, se la borghesia cercava di riportare verso il basso i salari aumentando i prezzi e le tariffe, si producevano, come visto, lotte di massa per l’autoriduzione delle bollette e dei trasporti, dei beni di prima necessità. Inoltre, i lavoratori introdussero vere novità nella lotta di classe, ampliando alcune forme di lotta intraviste già negli anni ’60: scioperi a gatto selvaggio, cortei interni e anche il sabotaggio della produzione (il “salto della scocca” ma anche l’intenzionale distruzione di macchine e prodotti finiti). Questa insubordinazione operaia era un tentativo, a tratti primitivo, ma onesto, di arginare la controrivoluzione in fabbrica. Laddove l’Autonomia teorizzava il “rifiuto del lavoro”, gli operai proponevano, dentro e fuori i sindacati, aumenti uguali per tutti, la riduzione dell’orario, condizioni migliori di lavoro. Sia nella fabbrica che nella società i lavoratori davano fondo alla propria inventiva per attaccare il capitalismo. Anche in questo caso, l’illegalità contenuta in queste forme di lotta non è di per sé dannosa, come sostenevano le burocrazie, ma nemmeno un feticcio, come ritenevano gli autonomi. Serviva nella misura in cui conduceva a passi in avanti effettivi del movimento. Mentre gli autonomi teorizzavano che il socialismo potesse avanzare rubando alcolici dai banconi dei supermercati, la borghesia aveva ripreso il controllo delle fabbriche.


Dal “rifiuto del lavoro” al rifiuto dell’organizzazione

Non tirate la cinghia tirate le molotov (slogan del ’77)

L’esaltazione del lavoro come mezzo di emancipazione sociale è uno dei tanti aspetti deteriori del revisionismo socialdemocratico. Solo nell’iconografia riformista il bravo operaio, coscienzioso e diligente, ama il proprio lavoro prefigurando in esso la società futura, definita appunto la “civiltà del lavoro”. Nella realtà, i proletari odiano il posto in cui devono sputare sangue una vita e che, senza una rivoluzione, non li emanciperà mai da nulla. A questa agiografia del lavoro, che subordina la soggettività politica dell’operaio alla sua quotidiana esistenza di produttore, rispondeva un altrettanto arretrato anarchismo degli autonomi che teorizzavano il rifiuto del lavoro, intendendo con ciò non la rivolta contro la subordinazione della classe operaia, ma il rifiuto tout court dell’attività lavorativa. Questo condusse a errori disastrosi. Durante le lotte contro i licenziamenti, gli operai influenzati da queste posizioni erano i primi a proporsi per la cassa integrazione o ad accettare dei soldi per andarsene, si concepiva l’assenteismo come strumento di lotta anziché come manifestazione di uno scontro in atto.

Nel “rifiuto del lavoro” torna la rozza e fuorviante analisi secondo la quale nell’epoca moderna non c’è bisogno del sindacato organo di mediazione perché la lotta è per il potere. Ciò non solo significava tagliarsi fuori dagli sviluppi reali della lotta di classe, ma anche fornire un’idea del tutto astratta della società futura (13). Anche qui si fa sentire la dannosa assenza di un programma di transizione che conducesse dalle lotte giorno per giorno alla presa del potere e questo conduceva a un salto nel vuoto astratto e utopico, in cui il rifiuto dell’esistente, tra cui il lavoro salariato, avrebbe dischiuso magicamente le porte dell’avvenire. La politica dello struzzo presentata come il massimo della radicalità anche attraverso la “teoria dei bisogni” (14). Questo rifiuto avveniva alla fine di un lungo processo che andava ben oltre le intenzioni soggettive dell’Autonomia. Il ’68 aveva conquistato vasti spazi di modernizzazione, dalla fabbrica alla società. Aveva come tramortito l’avversario di classe ma senza nulla togliergli nella sostanza del comando. Quando si vide che nonostante gli ottimi contratti, avendo ancora il potere e le fabbriche, i padroni potevano passare al contrattacco in varie forme, con l’inflazione e la disoccupazione, con la repressione e l’eroina, si fece avanti l’idea di una soluzione di fuga, appunto il rifiuto del lavoro. L’intuizione giusta era che nel capitalismo occorre lottare per sganciare il reddito dal lavoro, rifiutare non solo il cottimo, ma ogni decurtazione produttivistica del lavoro, far pagare invece la crisi ai padroni. Ma qui si teorizzò che l’operaio massa non fosse affatto interessato al lavoro, alla fabbrica, alle condizioni che vi trovava, ma volesse solo fuggirne. Il rifiuto del lavoro divenne dunque rifiuto della società esistente e della lotta per cambiarla, finendo con proposte come rinchiudersi in comuni hippy o nel privato, dando insomma una giustificazione teorica al ritiro dalle lotte.

Si è detto dell’identificazione di keynesismo, riformismo e operaio di mestiere fatta propria dai teorici dell’Autonomia. Ma essi andavano oltre: vi legavano anche la forma partito bolscevica, secondo loro, per giunta, incarnata fedelmente dall’apparato del Pci. In pratica, il modello bolscevico, nelle sue caratteristiche di fondo sia interne al partito sia proprie dello stato operaio, in quanto riflesso dell’organizzazione produttiva pre-fordista, non era più praticabile, si parlava anzi di una crisi inscritta in trasformazioni irreversibili del processo produttivo, dunque anch’essa irreversibile: “il leninismo finisce quando perisce il fordismo”. Perché preoccuparsi di contendere l’egemonia al Pci, votato all’estinzione come il calesse nell’epoca dei viaggi spaziali? Perché criticare lo stalinismo, quando i gulag e ogni altra forma di degenerazione delle esperienze rivoluzionarie sarebbero inserite a pieno titolo in quel contesto “novecentesco” e con esso morirebbero? Occorreva dunque rigettare il leninismo, in ogni sua variante e pensare ad altro.

Alcune correnti portarono queste teorie alle estreme conseguenze. L’errore stava non in questa o quella forma organizzativa, ma nell’organizzarsi. Ogni struttura organizzata è votata alla degenerazione riformista o stalinista: “l’organizzazione, qualsiasi organizzazione è nemica mortale della liberazione” (15). Ancora una volta, nulla di nuovo: si tratta di rimasticature di idee molto antiche del movimento operaio, l’anarchismo nella sua variante comunista, che propone di non costruire una forza per prendere il potere ma creare spazi di comunismo qui e ora. Da qui le comuni, i centri sociali e tutte le altre forme di “isole di comunismo” che stanno a una nuova società come uno zoo sta a un ecosistema.

In attesa di questa liberazione a spizzichi e bocconi, l’arcipelago autonomo costruiva però iniziative politiche attraverso strutture profondamente anti-democratiche, in cui comandavano le spranghe e non le idee, in cui la possibilità della base di decidere la linea politica era ancora minore che nelle organizzazioni più classicamente staliniste (16). Alle tradizioni distorte dello stalinismo, questi gruppi contrapponevano strutture organizzative ancora più arretrate, (l’assemblearismo, il leaderismo, “siamo tutti delegati”), spesso mutuate dal movimento studentesco. I dirigenti, privi di ogni verifica in congressi, conferenze, momenti di confronto strutturato, derivavano la presa sull’organizzazione dal controllo dell’apparato militare come i servizi d’ordine. Queste strutture parallele, a loro volta, si legavano al leader del momento, e agivano prive di ogni controllo democratico, mettendo l’organizzazione davanti al fatto compiuto.

Le concezioni autonome viste sin qui implicavano una violenza estrema nei confronti delle organizzazioni operaie. Infatti, secondo queste teorie, la crisi del Pci era irreversibile in quanto innestata nel processo di sussunzione reale del lavoro al capitale (in sintesi: alla deprofessionalizzazione del lavoratore). Lo scontro era dunque tra passato e futuro del movimento operaio, senza compromessi. Si trattava, a pensarci bene, di una riedizione in forma di farsa delle teorie staliniste del “Terzo periodo”, quando l’Internazionale Comunista stalinizzata bollava i riformisti come socialfascisti ed esaltava le sconfitte del movimento operaio a opera del fascismo e dell’imperialismo come primo passo verso la vittoria. Allo stesso modo, in piccolo, di fronte all’attacco del padronato alla classe Negri sostiene: “questa ristrutturazione capitalistica…determina le condizioni della più ampia unificazione sociale del proletariato”. La realtà è ovviamente ben diversa: la sconfitta non unifica nulla, disperde il movimento.

Ad ogni modo, unite alle concezioni sull’azione diretta, queste teorie conducevano a uno scontro fisico continuo con il Pci e sindacato, particolarmente duro nelle zone rosse, come Firenze o Bologna. La contrapposizione frontale, l’aggressione fisica non aprivano ovviamente nessuna breccia tra i militanti di quelle organizzazioni. Rafforzavano invece la presa dell’apparato. Dal canto loro, ai dirigenti del Pci riusciva facilmente il gioco della provocazione verso correnti connotate da un basso livello politico e una fluidità organizzativa tale da facilitare ogni sorta di infiltrazione. Nulla fu lasciato intentato per erigere un muro tra movimento e operai organizzati. I dirigenti del Pci ad esempio fecero loro il “teorema Calogero”, dal nome del magistrato che condusse l’indagine contro i gruppi autonomi, e che propose l’idea che l’autonomia, le Br e chiunque fosse alla sinistra del Pci facesse parte di un’unica organizzazione sovversiva con una sorta di divisione dei compiti tra terroristi veri e propri, fiancheggiatori e teorici.

Il capolavoro di provocazione del Pci in cui cadde il movimento fu la cacciata di Lama dall’università di Roma. Il 17 febbraio del ’77 l’allora capo dello Cgil e il servizio d’ordine del Pci si presentarono davanti alla Sapienza con un chiaro intento intimidatorio. Ne seguirono scontri nel corso dei quali gli autonomi ebbero la meglio e Lama dovette andarsene. L’Autonomia esaltò questa vittoria militare che fu un invece la definitiva vittoria politica del Pci, che facendo abboccare gli autonomi alla provocazione riuscì a convincere la gran massa degli operai che l’università era un covo di teppisti che giocavano a fare i rivoluzionari. L’illusione degli autonomi è che siccome avevano cacciato Lama dall’università, controllavano le piazze e le fabbriche. La realtà fu che il muro eretto dalla burocrazia tra classe operaia e avanguardie rivoluzionarie era ormai completo e solidissimo. Il movimento era sconfitto.

Guardando a decenni di distanza quegli eventi è ancor più facile scorgere il ruolo reazionario giocato dalle forze ufficiali del movimento operaio. Il Pci, in particolar modo, utilizzò la sua enorme autorità e la forza del suo apparato per schiacciare ogni dissenso alla sua sinistra, non esitando ad allearsi con uno stato in mano a generali golpisti, servizi segreti stragisti, politici in mano alla P2 e alla mafia. A questi signori, secondo la direzione del Pci, andava proposto un “compromesso storico” per assicurare ai lavoratori benessere e progresso.

Conclusione: spiegare pazientemente

La stagione che si aprì con l’autunno caldo terminò dopo un decennio di poderose lotte sociali nel disastro dell’Eur, del compromesso storico, del terrorismo e del disimpegno. Si trattò di un movimento grandioso, che avrebbe potuto cambiare la storia dell’Italia e del mondo, e si concluse invece schiacciato dalla repressione borghese, dalla burocrazia riformista e dall’infantilismo dell’Autonomia con una sconfitta storica che per molti versi dura tuttora. È dovere di ogni comunista interrogarsi sul perché quell’immensa forza produsse un esito così catastrofico. A nostro giudizio si scoprirà che la debolezza principale del movimento furono le sue idee. Da un lato i riformisti si ponevano solo il compito di gendarme del capitalismo, dall’altro, le avanguardie non riuscirono a fare breccia nella massa operaia. Gli mancò una teoria sul lavoro nelle organizzazioni di massa. Come osservò Lenin, gli estremisti sono spaventati dal compito di un paziente lavoro di reclutamento e spiegazione, di lavoro a contatto con le masse nelle organizzazioni dove essa effettivamente milita, ma il loro spaventarsi di fronte ai compromessi non è che lo spavento di fronte al proprio opportunismo nascosto. La sorte di gran parte dei dirigenti del movimento, partiti a lanciare le molotov contro i riformisti e finiti a dirigere aziende, giornali, istituzioni borghesi è una prova lampante di quanto Lenin avesse ragione. Ai militanti onesti che parteciparono a quegli eventi e a tutti quelli che sono interessati a comprendere la parabola del ’77 proponiamo di far propria la lezione del marxismo sui rapporti tra avanguardie rivoluzionarie e il proletariato nel suo complesso, sintetizzata magistralmente da Lenin come segue:

“L’avanguardia proletaria è ideologicamente conquistata. Questo è l’essenziale. Senza ciò non si può fare nemmeno il primo passo verso la vittoria. Ma di qui alla vittoria la distanza è ancora abbastanza grande. Con la sola avanguardia non si può vincere…Ma affinché effettivamente tutta la classe, affinché effettivamente le grandi masse dei lavoratori e degli oppressi dal capitale giungano a prendere tale posizione, la sola propaganda, la sola agitazione non bastano. Per questo è necessaria l’esperienza politica delle masse stesse.”(17)

Marzo 2008 

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Note

1) Sul movimento del ’77 vedi “1977 - un anno di svolta per il movimento operaio e giovanile” di Fernando D’Alessandro.
2) Sulle correnti femministe si può vedere la rivista In difesa del marxismo n. 5, “La liberazione della donna. Una prospettiva comunista”, 2002.
3) Quando nel ’56 Nenni propose l’unificazione con il Psdi, Panzieri ruppe con il partito ritenendolo definitivamente conquistato dalla destra. Tuttavia, al successivo congresso di Venezia del ’57, le correnti di sinistra presero la maggioranza (sommando le correnti di Vecchietti con il 49% e di Basso il 17%) mentre la destra di Nenni ottenne solo il 33%. Ma a quel punto, la corrente di Panzieri era divenuta solo un insieme di intellettuali. Panzieri continuò a scrivere articoli, di diverso valore teorico ma senza più intervenire incisivamente nella dinamica del movimento operaio.
4) Sul movimento del 68-69 e il ruolo dei gruppi si veda la rivista In difesa del marxismo n. 2, “1968-1969. Un biennio rivoluzionario”, 1999.
5) La primitività dell’azione politica di Potere Operaio viene descritta acutamente dal giudice che istruì l’inchiesta sul rogo di casa Mattei: “rivoluzionari che mantengono un aristocratico distacco dalle masse popolari...incapaci di operare sul piano ideologico e politico, identificano le idee che affermano di voler eliminare con le persone fisiche che le manifestano”. Azioni come questa ebbero un ruolo non secondario nel condurre allo sbandamento e poi allo scioglimento il gruppo.
6) La rivista Rosso nacque da diverse esperienze locali soprattutto del nord tra cui il gruppo Gramsci (che proveniva dal movimento studentesco), residui dell’area negriana di Potere Operaio, con contatti anche con il collettivo di Via dei Volsci e divenne la più importante area dell’Autonomia. Le sue teorie e pratiche politiche sono la quintessenza della concezione autonoma: l’odio verso le organizzazioni operaie tradizionali, l’esaltazione del “sabotaggio”, la giustificazione delle rapine di autofinanziamento. Su quella strada, il gruppo perse pezzi verso il terrorismo, mentre una corrente diede vita al fenomeno dei centri sociali.
7) Sul problema del terrorismo si veda “L’illusione terroristica” su Fm n. 124
8) Il dominio e il sabotaggio, ora raccolto ne I libri del rogo, p. 275.
9)  Il saggio di Trotskij “Il programma di transizione”, lo puoi leggere cliccando qui.
10) A. Negri, Partito operaio contro il lavoro, op. cit., p. 110.
11) A. Negri, Crisi dello stato-piano, op. cit., p. 48.
12) A chi anche a sinistra se lo dimentica, ricordiamo che “dal 1969 al ’75, il terrorismo di destra compie circa l’85 per cento di tutte le azioni terroristiche in Italia” (S. Zavoli, La notte della repubblica, p. 184).
13) Si arriva a negarla del tutto. Si legge in un articolo di Potere Operaio del ’69: “il rifiuto del lavoro è rifiuto, insieme, del capitalismo e del socialismo come forme di produzione che si fondano sull’estrazione sociale del profitto” (cit. in La generazione degli anni perduti, p. 105).
14) Sviluppata dall’allieva di Lukacs Agnes Heller, tale teoria propone una lettura del marxismo come mezzo di realizzazione individuale, volto a soddisfare nel presente i bisogni umani, trasformando il socialismo scientifico in una teoria etica e antropologica. Gli strumenti per perseguire tali teorie non sono più quelli classici del movimento operaio tra cui il partito, ma le comuni e le altre modalità per costruire aree di comunismo senza prendere il potere. Si veda, A. Heller, La teoria dei bisogni in Marx, 1974.
15) P. Tripodi in Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, p. 46.
16) Come riconobbero loro stessi: “i nuclei dirigenti delle organizzazioni autonome sono state quanto di più verticistico e leaderistico abbia prodotto la storia politica del movimento operaio” (Gli autonomi.., op. cit., p. 49).
17) Lenin, L’estremismo, p. 150.

 

Riferimenti bibliografici

AA VV, Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, Derive approdi, 2007.
AA VV, Una sparatoria tranquilla, ediz. Odradek, 1997.
Bianconi, La generazione degli anni perduti. Storie di Potere Operaio, Einaudi, 2003.
Galli G., Il partito armato, Kaos edizioni, 1993.
Lenin, L’estremismo, Ac Editoriale, 2003.
Massari R., Il terrorismo, Erremme, 1998.
Morucci V., La peggio gioventù, Rizzoli, 2004.
Negri A., I libri del rogo, Castelvecchi, 1997.
Panzieri R., L’alternativa socialista. Scritti scelti 1944-1956, Einaudi, 1973.
Panzieri R., Dopo Stalin. Una stagione della sinistra, Marsilio, 1970.
Tronti M., Operai e capitale, Einaudi, 1966.
Trotskij L., La bancarotta del terrorismo individuale, (1909)
Trotskij L., Perché i marxisti si oppongono al terrorismo individuale, (1911)

 

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