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Angelo Del Boca è uno di quegli storici che hanno seriamente contribuito a mettere in luce i lati nascosti e censurati della nostra storia, e il suo “Italiani, brava gente?” pubblicato nel 2005 costituisce una lettura illuminante. Il testo peraltro ripercorre altri lavori dell’autore, noto soprattutto come il maggiore studioso delle imprese del colonialismo italiano in Libia e Africa Orientale.

Del Boca evidenzia come la raffigurazione del “buon italiano”, sempre animato da sentimenti umanitari, bonaccione e incapace di ferocia, altro non fosse se non un mito dietro il quale si celava una realtà brutale di sfruttamento, razzismo, disprezzo per le popolazioni straniere e per le classi popolari. Si comincia dalla guerra al “brigantaggio”, seguono poi le descrizioni della prima impresa coloniale dell’Italia di Crispi in Eritrea, un episodio ben poco conosciuto, ossia la partecipazione italiana alla spedizione punitiva contro la rivolta dei boxer in Cina al principio del ‘900, la guerra di Libia nel 1911, i massacri della Prima guerra mondiale, le imprese del quadrumviro fascista De Vecchi in Somalia negli anni ’20, la “riconquista” della Libia ad opera di Badoglio e Graziani, la guerra di Etiopia, l’occupazione italiana in Jugoslavia, e infine la Repubblica di Salò e la resistenza.

Ognuno di questi capitoli, presenta un catalogo di orrori, dalle fucilazioni in piazza dei “briganti”, alle deportazioni e ai massacri che avrebbero portato “all’annientamento, in combattimento e nei campi di sterminio, di un ottavo della popolazione libica”.

Del Boca è sempre rigoroso, ed è rimasta celebre la sua polemica con Montanelli, che a lungo negò, prima di dovere infine ammettere il proprio errore, che in Etiopia il regime fascita avesse fatto uso dei gas come invece dimostrato dalle ricerche dello storico. Ma il libro non è solo un catalogo di orrori o una requisitoria da tribunale. Mette invece assai bene in luce i nessi tra la cultura della classe dominante, il disprezzo verso i poveri, verso gli stranieri, verso i popoli “primitivi”, e gli atti narrati, così come evidenza il nesso tra squadrismo, sete di profitto e gestione dell’occupazione coloniale nel periodo fra le due guerre. Decisivi i capitoli sull’operato del fascismo in Etiopia e in Jugoslavia, sintetizzato dalle parole del generale Robotti “Si ammazza troppo poco!”, del maggiore Agueci “Gli sloveni dovrebbero essere ammazzati tutti come cani e senza alcuna pietà”. L’Italia repubblicana, dopo il 1945, faceva alcunché per punire i responsabili, che anzi venivano con tutti i mezzi scagionati, difesi e posti al riparo da qualsiasi serio processo a loro carico.

E leggendo le pagine di Del Boca non si può non pensare che allora come oggi, le parole civiltà, umanità, progresso non siano altro che le maschere della violenza di sempre. Sono cambiati i termini, ma il meccanismo è lo stesso: non guerra ma “missione di pace”, non mercenari ma “contractors”, non occupazione militare ma “aiuto alle popolazioni”. E il mito degli italiani “brava gente” è stato sistematicamente riproposto ad ogni missione militare degli ultimi 20 anni, dalla Jugoslavia fino all’Iraq e all’Afghanistan.

Del Boca non si avventura su questo terreno, la sua impostazione è tutt’altro che estremista ed anzi, la concezione di fondo che esprime particolarmente nelle pagine finali del libro, certamente le più deboli. Risente dell’arretramento generale che la cultura, anche quella storica, ha compiuto in questi anni, tendendo a rifuggire dalle conquiste che il marxismo e il metodo materialista avevano comunque fatto diffondere in molti campi, e a ripiegare a volte in una sterile classificazione che tenta di incasellare i fatti storici, inclusi i fatti violenti e sanguinosi, in categorie astratte che sono precisamente quanto più di antistorico si possa concepire.

Resta che i suoi libri sono un vero e proprio raggio di luce su vicende cruciali che ancora oggi non trovano spazio nei manuali di storia e solo raramente nel dibattito pubblico.

Angelo Del Boca, “Italiani, brava gente”. Ediz. Neri Pozza (12 euro).

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