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90 anni fa, nella notte tra il 15 e il 16 gennaio 1919, veniva assassinata Rosa Luxemburg. Insieme a lei, fu ucciso anche il grande rivoluzionario tedesco Karl Liebknecht. Il danno che seguì alla loro scomparsa è semplicemente incalcolabile.


Nello stesso periodo, altre decine di quadri rivoluzionari caddero vittime della repressione seguita alla sconfitta dell’insurrezione di Berlino del gennaio ‘19. L’ala sinistra del movimento operaio tedesco fu così pesantemente decapitata nel pieno sviluppo della rivoluzione. Il processo rivoluzionario in Germania, infatti, continuò a svilupparsi con fasi alterne almeno fino al 1923. Se tale occasione storica andò sprecata, la causa va ricercata nella debolezza della direzione rivoluzionaria e non in quella del proletariato tedesco. In una concatenazione di cause ed effetti, l’aborto della rivoluzione tedesca partorì la repubblica di Weimar il cui regime di oppressione “democratico-borghese” a sua volta preparò il terreno alla dittatura nazista.

Non si tratta quindi di tornare sul pensiero di Rosa Luxemburg solo per tributare un omaggio ad una delle più grandi marxiste vissute finora. Si tratta, attraverso la sua vicenda, di analizzare i processi che precedettero l’ascesa e la sconfitta della rivoluzione tedesca, forse il momento storico in cui il capitalismo internazionale fu più vicino alla propria fine. Come fu possibile che il movimento operaio tedesco, il più organizzato a livello internazionale, giungesse ad “assaltare il cielo” privo di una reale direzione politica? La socialdemocrazia tedesca (Spd) era stata infatti per 20 anni il fiore all’occhiello dell’Internazionale socialista. Forte nel 1914 di 1 milione e 85mila iscritti, con un bacino di 5 milioni di elettori e 2 milioni di lavoratori inquadrati nei propri sindacati, appariva come l’organizzazione naturalmente candidata a guidare una rivoluzione socialista vittoriosa. Eppure non solo i suoi vertici vennero meno alla propria funzione storica, ma finirono addirittura per essere la guida della repressione controrivoluzionaria.

Se le squadracce di destra dei Freikorps furono gli esecutori materiali dell’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, se la borghesia tedesca ne fu il mandante di classe, i dirigenti socialdemocratici ne furono infatti la regia. Come fu possibile un tale percorso degenerativo? Una cosa è certa: grazie al punto d’osservazione particolare che la storia le aveva riservato, la Luxemburg fu la prima marxista a poterlo osservare da vicino e a provare a rispondervi nella teoria e nella pratica.

Il nocciolo centrale del suo pensiero e della sua attività fu proprio la lotta contro il riformismo e contro il burocratismo dei dirigenti del movimento operaio. è la parte che mantiene la maggiore attualità; eppure la meno conosciuta. Un paradosso solo apparente: questa congiura del silenzio è precisamente la prova di quanto tali idee siano ancora vive e scomode. Sia sufficiente dire che tutt’oggi non sono pubblicate in italiano le sue Opere Complete. Con questa convinzione, e non per un vezzo accademico, abbiamo appena pubblicato il documento “Rosa Luxemburg, marxista e rivoluzionaria” di cui questo articolo anticipa solo alcuni temi e a cui affiancheremo altro materiale che verrà pubblicato su www.marxismo.net.


La lotta contro il riformismo


Rosa Luxemburg nacque in Polonia nel 1871, nella zona occupata dalla Russia zarista. Nel XIX secolo infatti la Polonia era priva di un’indipendenza nazionale e divisa in tre zone: quella prussiano-tedesca, quella austroungarica e quella russa. In quanto ebrea, Rosa subì la doppia oppressione derivante dalla politica zarista di russificazione forzata dei polacchi e di discriminazione degli ebrei. Eppure sin dall’inizio, dietro a ciascuna di tali oppressioni, vide il manifestarsi più generale della questione di classe. Dall’età di 15 anni fu attiva all’interno del gruppo marxista polacco Proletariat ed in seguito animatrice della Lega operaia polacca. Nel solco di questa esperienza e a dispetto della sua vicenda personale, divenne avversaria di qualsiasi particolarismo e nazionalismo, a partire da quello polacco. Vedeva nella rivoluzione polacca solo il capitolo particolare della storia più generale della rivoluzione socialista. Per questo la sua preoccupazione fu sempre quella di mantenere l’unità tra il movimento operaio polacco e il nascente proletariato russo.

La sua prima lotta politica fu per l’appunto contro i vertici del Pps (il Partito Socialista Polacco, nato nel 1893) i quali al contrario strumentalizzavano le posizioni elaborate da Marx sulla Polonia trent’anni prima per giustificare la propria posizione nazionalista. Nel condurre questa polemica, la Luxemburg si spinse fino a negare di principio il diritto all’autodeterminazione delle nazioni. Fu un errore, su cui Lenin sviluppò una polemica anni più tardi, ma un errore dettato in ogni caso da un sano eccesso di internazionalismo. Proprio l’attività politica la costrinse a fuggire dalla Polonia alla Svizzera per evitare la prigione.

Il suo attaccamento all’Internazionale la portò invece dalla Svizzera alla Germania nel 1898: era lì infatti che batteva il cuore dell’Internazionale. Non solo – come già detto – il partito socialdemocratico tedesco (Spd) era il più forte numericamente, ma era anche investito idealmente dell’eredità teorica di Engels, morto soltanto nel 1895. Ma in verità l’Spd stava subendo un sotterraneo processo di degenerazione. L’apparato del partito si era andato progressivamente adattando alla vita istituzionale. L’ascesa economica del capitalismo di fine ‘800 sembrava tra l’altro un processo inarrestabile.

Agli occhi del funzionario socialdemocratico medio, la rivoluzione appariva sempre di più come un processo lontano, da conquistarsi gradualmente attraverso una serie continua di vittorie elettorali e piccole conquiste. Fu su questa base che proprio nel 1898 sorse dentro il partito la corrente revisionista. Essa trovò la sua prima espressione in una serie di articoli e di scritti di Eduard Bernstein, la cui  posizione era ben sintetizzata da una frase: “lo scopo finale, qualunque esso sia, per me è nulla, il movimento è tutto”. Il movimento ininterrotto per accaparrare voti e ottenere piccole riforme era presentato come la nuova frontiera dell’attività socialdemocratica.

Marx era dichiarato superato, alla luce dei presunti cambiamenti sopraggiunti nella struttura del capitalismo. Nonostante la maggioranza della direzione dell’Spd non concordasse con tali posizioni, non era nemmeno determinata a combatterle: ciò che Bernstein proponeva in teoria, era già prassi consolidata nella routine quotidiana del partito, per il quale ormai non esisteva altro che il piano elettorale e istituzionale. Furono perciò alcuni giovani dirigenti a cominciare la lotta contro il revisionismo, tra cui Rosa Luxemburg. Fu così che nacque Riforma sociale o rivoluzione, forse il suo scritto migliore e senza dubbio uno dei capolavori del marxismo. Rapporto tra lotta quotidiana e rivoluzione, necessità di instaurare il potere operaio, descrizione delle contraddizioni crescenti del capitalismo: questi sono solo alcuni dei temi affrontati brillantemente in un testo così sintetico.

Le argomentazioni teoriche di Bernstein furono sbriciolate e per un certo periodo il revisionismo apparve in ritirata. Nell’Spd la linea di sinistra prevalse fino al 1906 e trovò nuova linfa vitale nei grandi episodi della lotta di classe nel 1905, tra cui la prima rivoluzione russa. Rivoluzione che Rosa, a causa delle proprie origini, visse in prima linea e con scrupolosa attenzione.

Ma sotto la superficie delle dichiarazioni ufficiali, il riformismo piantava salde radici nell’Spd. I principali dirigenti, tra cui il più noto era Karl Kautsky, avevano considerato la lotta contro il revisionismo come un puro esercizio accademico. All’atto pratico, il loro atteggiamento non differiva da quello della destra del partito.

La verità è che il burocratismo nell’Spd, ancora prima di essere una teoria, era una forza pratica: dal 1907 in poi, il partito sperimentò una serie inarrestabile di successi elettorali. Alle elezioni del 1912 prese oltre 4 milioni di voti, dai 3 del 1907. Le istituzioni   ne erano ormai il centro della vita interna. Da esse dipendeva a cascata un enorme apparato, formato da 110 deputati al Parlamento, 220 eletti nei diversi Stati federali, 2886 eletti nei comuni, 267 giornalisti e 3mila funzionari. Tuttavia, almeno fino al 1914, grossa parte della direzione del partito si mantenne a parole all’interno del campo marxista. Questo spiega perchè né Rosa Luxemburg né i bolscevichi sentirono in quegli anni l’esigenza di differenziarsi dentro l’Internazionale, costruendovi una corrente marxista. Eppure la Luxemburg fu tra le prime a intuire quanto fosse grande lo slittamento a destra del partito e a denunciarlo puntualmente nella pratica.

Dopo la polemica con Bernstein, infatti, criticò l’entrata dei socialisti francesi in un governo borghese, attaccò la teorizzazione della non violenza portata avanti dai socialisti belgi, spiegò la natura di classe della rivoluzione russa e si batté perché il partito generalizzasse una serie di lotte politiche e sindacali con la parola d’ordine dello “sciopero generale”. Fu quindi in prima linea nella polemica con la burocrazia sindacale, roccaforte del revisionismo. Criticò sempre un approccio all’attività sindacale slegato dall’attività politica e descrisse in più di un articolo la mentalità burocratica e ristretta del funzionario sindacale medio.


Una Luxemburg antibolscevica?


Gli scritti della Luxemburg contro il riformismo costituiscono tutt’oggi un patrimonio fondamentale. Eppure negli anni sono stati oscurati da una vasta pubblicistica nata per assolutizzare qualsiasi differenza tra lei e Lenin. Una piccola statistica può rendere l’idea: dei testi di Rosa Luxemburg pubblicati nel dopoguerra in Italia e depositati presso la Biblioteca Nazionale di Firenze più di un quarto riguarda le polemiche con il bolscevismo. Spesso sono stati raccolti sotto nomi fuorvianti come Centralismo o democrazia? o ancora Rivoluzione o polemica sul partito. Un suo articolo è stato reintitolato in diverse versioni internazionali Leninismo o marxismo? Vi sono poi le numerose biografie scritte con la stessa impostazione. Per decenni il problema non è stato portare alla luce il pensiero di Rosa Luxemburg, ma vivisezionarne le parti necessarie a contrapporla a Lenin.

I primi ad inaugurare tale scuola di distorsione furono gli stalinisti. Preoccupati di tagliare ogni ponte tra le masse sovietiche e le reali idee marxiste, dichiararono il luxemburghismo una deviazione riformista già dal 1925. Un danno diverso ma non minore fu causato paradossalmente dai cosiddetti  “luxemburghiani”. Molti di coloro che si definirono tali nel secondo dopoguerra lo fecero sulla base del presunto antileninismo della Luxemburg. Avvallarono l’idea che fosse stata la teorica dello “spontaneismo rivoluzionario”, se non addirittura della rivoluzione “democratica e graduale”, in contrapposizione all’autoritarismo bolscevico.

La tesi della contrapposizione sistematica tra Lenin e Rosa Luxemburg non regge alla prova dell’analisi degli scritti né dell’uno, né dell’altro. Può reggere solo estrapolando da qualsiasi contesto le loro reciproche polemiche. Come due scienziati non formano scuole di pensiero differenti alla prima divergenza in laboratorio, le differenze tra Rosa Luxemburg e Lenin non partorirono due sistemi di pensiero organici tra loro contrapposti. I loro punti di vista si svilupparono sempre all’interno del campo marxista. Per ogni grammo di polemica che volsero l’uno contro l’altro, ne dedicarono tonnellate contro il riformismo. Solo nella successiva storiografia stalinista e riformista, il rapporto è stato invertito, trasformando le tonnellate in grammi e viceversa.

Non ci fu mai ad esempio una vera e propria polemica tra la Luxemburg e Lenin riguardo alla struttura del partito, né una contrapposizione tra spontaneismo e centralismo. Tra i due vi fu uno scambio di articoli critici - ben due (!) per la precisione - riguardo al congresso della socialdemocrazia russa del 1903. Essi scrivevano semplicemente in contesti diversi: nel 1903 Lenin si trovava di fronte al problema di unificare il movimento rivoluzionario russo in un’unica organizzazione, superando il localismo dei numerosi comitati sparsi per il paese. Per questo poneva l’accento sulla necessità di un’unica organizzazione rivoluzionaria democratica e centralizzata.

La Luxemburg temeva che, traslata in Germania, tale posizione diventasse un’arma eccessiva in mano alla direzione socialdemocratica di cui iniziava a percepire il carattere conservatore. Rosa riconosceva che la lotta di Lenin era indirizzata contro l’opportunismo russo, che si celava sotto le parole d’ordine del “decentramento” organizzativo, ma era interessata a evidenziare come in Germania lo stesso opportunismo potesse nascondersi dietro a forme organizzative diverse: “Attribuire all’opportunismo come fa Lenin una preferenza generale per una determinata forma di organizzazione (...) significa in ogni caso misconoscere la sua intima natura. Opportunista com’è, l’opportunismo anche nei problemi organizzativi ha un solo principio – la mancanza di principi”. Se la Luxemburg avesse covato una qualsiasi proposta di “partito-movimento” o di organizzazione a rete, avrebbe potuto applicarla nella Socialdemocrazia polacca (SpdkiL) di cui fu comunque la principale dirigente. Eppure non solo l’SpdkiL fu un partito basato su un forte centralismo organizzativo, ma quando nel 1906 si fuse con la socialdemocrazia russa fece fronte con i bolscevichi, dando loro nuovamente la maggioranza dentro il partito. La Luxemburg e Lenin presentarono un emendamento comune sulla lotta alla futura guerra mondiale nel Congresso dell’Internazionale del 1907. Ancora nel 1910 – dopo che si era già sviluppata la polemica con Lenin riguardo al diritto d’autodeterminazione delle nazioni– la Luxemburg continuava ad essere comunemente considerata uno dei referenti dei bolscevichi in seno all’Spd. Ma la punta di lancia di chiunque voglia  contrapporla al bolscevismo, rimane senza dubbio lo scritto del 1917 La rivoluzione russa, probabilmente il testo più noto e pubblicato. Tutto questo malgrado la volontà della Luxemburg stessa che in vita decise di non pubblicarlo. Di che si tratta? Innanzitutto anche in questo testo, in teoria il più critico nei confronti dei bolscevichi, essa fa una professione di adesione spassionata alla rivoluzione d’ottobre e alle principali scelte del bolscevismo. In secondo luogo, cerca di mettere in evidenza in tutti i modi la necessità che nel 1918 il proletariato internazionale estenda la rivoluzione socialista su scala internazionale per non condannare quello russo all’isolamento e alla probabile sconfitta.

Infine muove una serie di critiche al cosiddetto comunismo di guerra, alle scelte cioè che i bolscevichi furono costretti a intraprendere nel 1918. Ma qual’è la storia di questo documento? In realtà non si tratta di un testo organico, ma di una serie di appunti manoscritti che la Luxemburg stese mentre si trovava in prigione. Non aveva alcuna notizia approfondita su quello che stava succedendo in Russia e per questo durante la prigionia non li pubblicò. Quando uscì di prigione, non vi tornò sopra. Scrisse al contrario ad uno dei suoi compagni più stretti dubbioso sul bolscevismo: “Anch’io ho condiviso tutte le tue riserve e i tuoi dubbi, ma nelle questioni essenziali me ne sono sbarazzata e in altre non mi sono spinta lontano quanto hai fatto tu”. Quando il suo compagno di una vita, Leo Jogiches, ritrovò parte di questi appunti nell’appartamento di Rosa devastato dai Freikorps, chiese di distruggerli “non per riguardo agli amici bolscevichi, ben in grado di sopportare critiche, ma per rispetto a Rosa che aveva modificato le proprie idee e non intendeva pubblicare quelle note”. Fu un ex militante comunista, Paul Levi, in procinto di guadagnarsi una candidatura parlamentare con i socialdemocratici a pubblicarle nel 1922, riproducendo tra l’altro il testo con diverse imprecisioni e forzature.

Basti dire infine che dal novembre ‘18 al gennaio ‘19, la Luxemburg calò le parole d’ordine bolsceviche nel vivo della rivoluzione tedesca. Dedicò gli ultimi giorni della sua vita alla lotta per il potere operaio e la democrazia consigliare sovietica. Ma, come già detto, questi sono solo alcuni dei temi sviluppati nel documento che abbiamo pubblicato.

Ci limitiamo qui a terminare con un breve accenno. Sotto il peso delle mistificazioni subite, il pensiero della Luxemburg è divenuto spesso preda di un movimentismo amorfo o di un riformismo dalla fraseologia radicale. Diverse volte ad esempio è stata cacciata a forza in questo o quel dibattito nel femminismo.

C’è chi l’ha accusata di non aver dato alcun contributo alla questione femminile e c’è chi al contrario l’ha invocata, non si sa con quale pudore, a sostegno di questa o quella tesi femminista. Per quanto riguarda la prima obiezione, ci sarebbe da ridere per non piangere all’idea che forse la più grande  rivoluzionaria del secolo scorso non abbia contribuito all’emancipazione di genere, solo perché si rifiutò spesso e volentieri di relegare la sua attività politica alla semplice questione femminile. è vero, scrisse poco a riguardo. Ma in quel poco non si scordò mai di riservare qualche schiaffo al femminismo borghese, a quelle donne per le quali emancipazione femminile è sinonimo in realtà di lotta per la propria carriera. Il contributo di Rosa Luxemburg alla questione femminile non fu scritto a penna, in questo o quel documento, fu scritto con l’esempio di una vita di lotta. E questa vita, la si racconti come si voglia, è oggi storia.

4 febbraio 2009

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