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“Perchè siamo noi proletari del sud noi operai massa... che abbiamo costruito lo sviluppo del capitale e di questo Stato. Siamo noi che abbiamo creato tutta la ricchezza che c'è e di cui non ci lasciano che le briciole. Abbiamo creato tutta questa ricchezza crepando di lavoro alla Fiat o crepando di fame al sud. E adesso noi che siamo la grande maggioranza del proletariato non ne abbiamo più voglia di lavorare e di crepare per lo sviluppo del capitale e di questo suo Stato... è ora di finirla con questi porci che tutta questa enorme ricchezza che noi produciamo qua e nel mondo... non sanno che sprecarla e distruggerla... Con tutta questa ricchezza che c'è la gente invece potrebbe non più morire di fame potrebbe non più lavorare. Allora prendiamoci noi tutta questa ricchezza allora prendiamoci tutto” (da “Vogliamo tutto” di N. Balestrini).

Il brano citato chiarisce bene l’atteggiamento e il modo di pensare di migliaia di lavoratori che quarant’anni fa, nelle strade di Torino, furono i protagonisti della rivolta di corso Traiano. Fu l’evento che mostrò in modo dirompente tutta la rabbia e la combattività accumulata dagli operai, in particolare dagli operai Fiat. Fu l’evento che di fatto aprì la stagione rivoluzionaria passata alla storia come Autunno Caldo.


Torino: fabbrica e immigrazione


Per tutti gli anni sessanta la Fiat costruisce la propria espansione ed i propri profitti sull’intenso sfruttamento dei lavoratori. Allo stabilimento di Mirafiori, l’enorme città fabbrica che racchiude nel suo cuore una forza lavoro di circa 50 mila elementi, la situazione è drammatica. Un ferreo apparato gerarchico impone turni massacranti, condizioni di lavoro insalubri, uso arbitrario del potere disciplinare. Testimoni unanimi descrivono le officine come un vero e proprio inferno. Gli operai sono costretti a sfruttare l’assenza per malattia al fine di riacquistare forze fisiche e soprattutto mentali. Per riprendersi un pò della propria vita. L’azienda richiede in prevalenza un proletariato non qualificato, facilmente intercambiabile ed adibito a mansioni monotone e ripetitive. La crescita economica ha concentrato nelle grandi realtà industriali del nord Italia, e soprattutto a Torino, centinaia di migliaia di immigrati provenienti dal sud. Mancano gli alloggi, per cui molti sono costretti ad accettare affitti da strozzini per vivere in piccole e fatiscenti stanze. Nel peggiore dei casi, condividono lo stesso letto con altri colleghi impegnati su diversi turni, o dormono alla stazione o in auto abbandonate. Vivono quotidianamente sulla propria pelle il razzismo ed il classismo; soffrono la solitudine, l’alienazione in fabbrica, l’ostilità di un ambiente sociale che li discrimina. Sono molto giovani e l'impatto con il duro mondo della fabbrica fortifica in loro la volontà di rivalsa. Le condizioni di vita cui sono sottoposti sono paragonabili a quelle odierne dei lavoratori immigrati stranieri.

In fabbrica il sindacato è quasi assente. I membri della commissione interna, in tutta Mirafiori, sono solo 18. La Cgil, non ancora ripresa dalla sconfitta di metà anni ’50, è incapace di costruire un'adeguata contrapposizione alle pretese padronali. Non è in grado di comprendere come fra le giovani leve appena entrate alla Fiat si annidino i soggetti in grado di guidare la riscossa. Soprattutto, ed almeno in un primo momento, i dirigenti sindacali non hanno alcuna intenzione di dare il giusto spazio al protagonismo operaio ed alle lotte dal basso. In una situazione di calma piatta, che dura almeno da sette anni (scontri di Piazza Statuto del ’62), anche il Pci ha visto ridurre notevolmente il proprio peso nella roccaforte operaia torinese. Anni di moderatismo politico, in aggiunta ad un'attenzione quasi esclusivamente rivolta al versante istituzionale, hanno di fatto azzerato la sezione del partito all’interno di Mirafiori.


Primavera rossa a Mirafiori


Nei primi mesi del ’69, sfruttando una congiuntura favorevole, la proprietà provvede ad una massiccia immissione di forza lavoro, nonché ad un aumento dei già tremendi ritmi. Molti nuovi assunti hanno esperienze di lotte rivendicative al sud. La risposta non si fa attendere, e comunque non nasce nel vuoto. Già il ’68 ha visto la rivolta degli studenti imperversare nelle strade e nelle università italiane, primo sintomo di una combattività latente pronta ad esplodere in tutta la società. Anche gli operai hanno già iniziato a rialzare la testa: le lotte alla Valdagno di Vicenza, a Porto Marghera, alla Pirelli di Milano, solo per citare pochi esempi, sono lì a testimoniarlo, fulgido presagio dell’uragano in arrivo.

La primavera di Mirafiori inizia l’11 aprile ’69, con il primo sciopero interno da vent'anni, partecipatissimo, per protestare contro l'uccisione di due lavoratori da parte della polizia a Battipaglia, nel corso di una manifestazione. Poi il 13 maggio alle Ausiliarie, grazie anche alla presenza di militanti dello Psiup, i lavoratori allungano uno sciopero proclamato per un’ora, autonomamente dal sindacato, e ne allargano la piattaforma rivendicativa. Lo stesso processo si verifica in altri reparti ed in altre officine nei giorni successivi. La combattività e la volontà di gestire dal basso, in prima persona le vertenze sono elementi del tutto nuovi. Nei mesi di maggio e giugno la lotta coinvolge tutta Mirafiori e si allarga ad altri stabilimenti Fiat. La produzione è bloccata; le officine sono attraversate da imponenti cortei interni, guidati da bandiere rosse. Il fiore all’occhiello degli Agnelli, la fabbrica modello, è scossa da grida quali “Potere operaio”, “Ho Chi Minh”, “Agnelli l’Indocina, ce l’hai nell’officina” (chiari riferimenti alla lotta di liberazione in Vietnam). I giovani operai, immigrati, non sindacalizzati, chiedono aumenti uguali per tutti, passaggio immediato di categoria e diritti sindacali in fabbrica. Fatto più importante di tutti, iniziano a creare quelle strutture di lotta da affiancare al sindacato (ed in alcuni casi per sostituirsi ad esso vista la passività dei suoi dirigenti) al fine di garantire l’incisività della lotta e la conquista degli obiettivi. Si tratta delle assemblee, luogo in cui costantemente vengono discusse fra tutti i lavoratori, di determinati reparti o squadre, le scelte e le rivendicazioni da adottare. Si tratta dei delegati, eletti e revocabili dai propri compagni di lavoro, responsabili solamente di fronte all'assemblea operaia. Questi elementi di auto organizzazione operaia, di controllo democratico delle vertenze, diventano gli eredi di quei consigli che caratterizzarono la rivoluzione italiana del Biennio Rosso 1919-1920). Sono nient’altro (come i soviet nel 1917 in Russia) che l’embrione di una nuova società, di una democrazia operaia contrapposta al decadente Stato borghese.

I delegati, riuniti in consigli, diventeranno l’elemento protagonista e centrale della lotta autunnale. Il sindacato, dapprima diffidente e in netta contrapposizione, sarà costretto non solo ad accettarli ma anche a farsi promotore della loro elezione. Tale scelta permetterà ai sindacati confederali di recuperare molto del terreno perso nelle lotte spontanee e dal basso di primavera, soprattutto nei confronti di un nuovo soggetto comparso in quei mesi: l’Assemblea operai – studenti.

Questa struttura, da cui sorgeranno di lì a poco i gruppi a sinistra del Pci di Lotta Continua e di Potere Operaio, rappresenta per un paio di mesi il soggetto in grado di togliere al sindacato la guida della protesta operaia alla Fiat. È figlia di due realtà: da un lato, dell’incontro con i lavoratori Fiat di gruppi di studenti protagonisti del ’68 torinese (che, in quella primavera, si orientano correttamente verso la classe operaia); dall’altro, dell’attività di piccoli gruppi politici operaisti, in parte successori di pubblicazioni quali “Quaderni rossi” e “Classe operaia”, cioè di un’importante lavoro di inchiesta fra la classe operaia nel corso degli anni ’60 e di ricerca di un’alternativa nei confronti dalla rigida burocrazia Pci rappresentata da Togliatti e soci. Ad ogni modo, attraverso un costante lavoro di volantinaggi, di presenza davanti ai cancelli, di riunioni a fine giornata, l’Assemblea operai - studenti diventa un punto di riferimento. Sarà proprio questa struttura a convocare il corteo che darà vita alla battaglia di Corso Traiano. Senza negare l’importanza del lavoro di questi attivisti nello stimolare la radicalità e l’autogestione delle lotte, è innegabile sottolinearne la miopia politica nel sottovalutare le organizzazioni tradizionali dei lavoratori, che li porterà a giudicare come superato il sindacato mentre dopo poche settimane il sindacato stesso con prepotenza sarebbe tornato egemone fra gli operai. Allo stesso modo, l’incapacità di comprendere il valore politico dei delegati (la cui elezione viene esclusivamente definita come una manovra burocratica), nonché l’assenza di una reale democrazia all’interno dell'assemblea (sotto lo sterile ed infantile slogan “siamo tutti delegati”), porteranno alla precoce fine dell’esperienza. I germi dell’estremismo qui accennati segneranno i gruppi a sinistra del Pci per tutti gli anni settanta, ponendo così un invalicabile fossato tra una generazione di onesti e combattivi rivoluzionari e la classe operaia nel suo complesso.


“Cosa vogliamo? Vogliamo tutto!”


La scritta citata compare il 3 luglio 1969, su una barricata, in mezzo a bandiere rosse, lungo corso Traiano a Torino. Quel giorno il sindacato ha convocato uno sciopero sulla questione casa, con manifestazione nella mattinata, e vi è stata una partecipazione di massa. Nel primo pomeriggio, per il corteo convocato dall’Assemblea operai alcune migliaia di lavoratori e studenti sono davanti alla porta 2 di Mirafiori. Altri devono arrivare in corteo dallo stabilimento del Lingotto, altri ancora da Nichelino, grosso centro operaio dell'hinterland dove è in corso una dura lotta per il diritto alla casa, con occupazione del municipio. Il corteo dovrebbe puntare al centro della città, ma non partirà mai. La polizia, presente in forze ingenti, attacca i manifestanti con estrema violenza. I lavoratori sbandano, iniziano a disperdersi, ma poi si ricompattano in corso Traiano, la grossa arteria stradale che attraversa il quartiere operaio di Mirafiori o porta diritto alla Fiat. Qui inizia la leggendaria battaglia. I lavoratori e gli studenti iniziano a bersagliare la polizia con pietre, a formare barricate, a cercare armi di difesa nei numerosi cantieri della zona. Gli operai del quartiere, le donne, i giovanissimi scendono in strada dar man forte ai propri compagni. La polizia risponde con raffiche di lacrimogeni. Gli scontri si allargano a tutto il quartiere. Intorno alle 17, con un azione veloce, determinata e furibonda, gli operai conquistano la strada. “Corso Traiano è ora completamente in mano ai dimostranti, comincia ad imbrunire e si diffonde il rumore del martellare ritmico delle pietre che i dimostranti battono sull'acciaio dei pali dei lampioni” (da Il giorno più lungo. La rivolta di corso Traiano di D. Giachetti). Si sentono urla di gioia, canti e slogan rivoluzionari. La polizia riconquisterà il terreno molto lentamente, nel corso della serata, mentre la rivolta si allargherà ai quartieri dormitorio di Borgo San Pietro, Moncalieri e Nichelino. Le forze dell’ordine si rendono protagoniste di violenza inaudite, picchiando chiunque capiti a tiro, compresi anziani, donne e ragazzini. Operano rastrellamenti casa per casa, sfondando le porte, rispolverando metodi degni dei nazisti. Scontri si verificano anche nel centro di Torino, presso la facoltà di architettura del Valentino, dove è in programma un’assemblea di studenti ed operai. La battaglia prosegue sin quasi all'alba, spostando il proprio centro a sud, verso Nichelino, dove gli operai ereggono decine di barricate ed impegnano strenuamente e coraggiosamente la polizia. Il bilancio finale vedrà circa duecento fermati, 29 arresti, un centinaio di agenti feriti, mentre ben pochi fra dimostranti si recano presso gli ospedali a farsi curare, per il timore di essere fermati dalla polizia.


La rivoluzione alle porte


I giornali borghesi del giorno dopo (e scandalosamente anche L’Unità) parleranno di gruppi di infiltrati, provocatori giunti da altre città o addirittura dall’estero, studenti estremisti, soggetti estranei alla classe operaia. Nulla di più falso. La rivolta ha coinvolto il cuore del proletariato torinese, lì nel suo quartiere e di fronte alla sua fabbrica. E non è stata neppure una sollevazione di pura rabbia repressa, distruttiva, anarcoide, paragonabile alle rivolte dei ghetti neri d'America così frequenti in quegli anni. La battaglia del 3 luglio 1969 è invece strettamente collegata alla lotta operaia scoppiata in quella primavera, ed alle maestose lotte che di lì a poco sarebbero pienamente esplose.

Corso Traiano dimostra non solo la rabbia, ma anche la forza dei lavoratori torinesi. Dopo agosto, la classe operaia prenderà consapevolezza di questo e lo scontro diventerà durissimo, aprendo concretamente in tutto il paese un periodo rivoluzionario. La possibilità di costruire il potere operaio, uno stato libero da capitalisti e da sfruttamento, diventa concreta. Torino è l’epicentro di un sisma politico e sociale che sconvolge ed esalta l’Italia, i cui effetti dureranno almeno un decennio. A settembre, sotto la pressione dal basso che si esprime nell'elezione e nella strutturazione dei delegati, il sindacato convoca i primi scioperi per i rinnovi contrattuali. Le strade sono colme quotidianamente di cortei operai e studenteschi, e delle loro parole d’ordine rivoluzionarie. Gli scontri con la polizia sono all’ordine del giorno. Ad ottobre e novembre la Fiat è letteralmente in mano agli operai, che assaltano a più riprese gli edifici della direzione. Tutte le fabbriche sono in agitazione; si susseguono lotte di ogni tipo, per la casa, lotte per l'autoriduzione dei prezzi, addirittura si segnalano casi di protesta all’interno delle forze dell'ordine. Governo e padroni saranno costretti a concedere diversi avanzamenti in termini di salario e di diritti nei contratti nazionali sottoscritti al termine di quell’anno. Pochi mesi dopo verrà concesso lo statuto dei lavoratori e l’amnistia a tutti i condannati per reati politici nelle recenti lotte.

La prospettiva rivoluzionaria, la reale posta in gioco, cioè la concreta possibilità di liberarsi dell’oppressione capitalista, della sua violenza e della sua miseria, viene però rimandata. La borghesia conta sul freno messo dai dirigenti sindacali, sempre fermamente contrari ad estendere e coordinare le strutture dei delegati, evitando così di trasformarli in autentici organismi di contropotere popolare. Il Pci, di gran lunga il principale partito operaio e che ingloberà al proprio interno migliaia di lavoratori politicizzati negli anni a venire, è ben lontano dal volere guidare un cambiamento rivoluzionario del Paese.

Questa stragia verrà concretizzata nella proposta del “compromesso storico” con la Dc avanzata da Berlinguer nel 1973. Moderatismo dei dirigenti operai, unito alla strategia della tensione (a cominciare da piazza Fontana) ed a minacce golpiste troveranno l’obiettivo comune di mantenere inalterato lo status quo. Nonostante questo, le lotte operaie del ’69 avranno un’influenza decisiva su tutto il decennio degli anni settanta, segnato da un netto spostamento a sinistra della società. Le conquiste, gli avanzamenti, gli stravolgimenti, frutto di quelle lotte, saranno sotto gli occhi di tutti. Sarà così per ciò che riguarda i diritti dei lavoratori, ma non solo: nella cultura, nei rapporti fra i sessi, in ogni ambito del vivere comune le lotte popolari determineranno notevoli progressi. Tutto ciò che inesorabilmente padroni, governi e loro lacchè stanno cercando di sottrarci in questi anni.

Ricordare la battaglia di corso Traiano, il ’69, non vuole essere una lezione di storia, né tanto meno il tentativo di crogiolarsi nel ricordo di bellissime lotte e lanciarsi così in operazioni di nostalgia, come purtroppo ormai troppo spesso accade. Analizzare, criticare e diffondere quegli eventi alle presenti generazioni di lavoratori e studenti vuol dire valorizzare uno dei passaggi fondamentali della storia del movimento operaio italiano. Vuol dire farne un patrimonio a disposizione di tutti. Vuol dire prendere quelle ragioni, quella spinta, quella rabbia, e renderle vive e reali oggi.

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