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Sono passati 30 anni da quel fatidico 14 ottobre 1980 quando per le vie di Torino sfilavano 5mila capi, crumiri e “amici” della Fiat, diventeranno 15mila nei Tg della sera, 30mila per la Stampa, 40 mila per la Repubblica, e come tali verranno ricordati: la marcia dei 40mila. Quel corteo a sostegno della Fiat chiudeva un’intera fase di lotte sociali nel nostro paese.

Dopo 35 giorni di lotta contro i 23mila licenziamenti annunciati dal Lingotto, e 12 anni di mobilitazioni quasi ininterrotte arrivò la sconfitta, altre ne seguiranno sul piano internazionale: i controllori di volo Usa nel settembre dell’81, i dipendenti pubblici francesi nell’82-’83, i minatori inglesi nell’84-’85.

Un periodo di lotta di classe e di rivoluzioni chiudeva i battenti per aprire la strada a un lungo riflusso politico e sociale. Con il crollo dell’Urss e dei regimi dell’Est si completava il quadro.

Ed è così che l’Italia, culla del movimento operaio e del comunismo occidentale cambiava pelle e si trasformava nel paese che è oggi, con la destra egemone e i comunisti ridotti ai minimi termini fuori dal Parlamento.

Ovviamente non si tratta di un processo il cui approdo era determinato, ci sono cause e responsabilità ben precise che vanno ricercate nella politica dei gruppi dirigenti della sinistra e del sindacato.

L’assemblea dello Smeraldo e gli inganni che ne seguirono


Ciò che stava accadendo quel 14 ottobre di 30 anni fa venne immediatamente avvertito dagli operai e dai delegati che lo vissero in prima persona. Quel pomeriggio si tenne una riunione sindacale, al cinema Smeraldo, nella periferia di Torino.

Di fronte alle facce impassibili di Lama, Carniti e Benvenuto (segretari confederali), di Pio Galli (segretario della Fiom), di Enzo Mattina del Flm (all’epoca il sindacato unificato dei metalmeccanici), il “consiglione” (così veniva chiamato il Cdf di Mirafiori composto da oltre 500 delegati) si riunì. Fu la sua ultima riunione. La più grande sconfitta dagli anni ’50 venne presentata dai dirigenti sindacali come un buon accordo, “la Fiat rinunciava ai licenziamenti alla fine della cassaintegrazione”.

torino1980_2Tutti i presenti sapevano che le cose non stavano così.

Dal libro, Lavorare in Fiat di Marco Revelli, riportiamo gli interventi di alcuni dei delegati presenti: Pasquale Inglisano con la voce rotta dalla commozione: “Ma perché in quella organizzazione in cui io ho creduto e continuo a credere, ci devono essere ancora i meccanismi contro i quali mi batto all’interno di questa società?”.

Liberato Norcia: “dopo dodici anni di militanza e di lotta, aspettavo questo momento. Che ci fossero tutti quanti, qua… Ci fosse Lama, ci fosse Carniti, ci fosse il compagno Mattina… per il fatto che devono capire che il delegato, quando entra alle sei e mezza dentro la fabbrica, porta i problemi suoi familiari, si scontra con i problemi degli altri lavoratori all’interno della fabbrica, si scontra con i problemi del lavoro e con il padrone, e deve sopportare anche le malefatte che fanno i dirigenti sindacali con le loro interviste e dichiarazioni…(applausi scroscianti). Perché non c’è nessuno più che, all’interno della fabbrica, in queste condizioni, può andare avanti!”.

Angelo Caforio: “Chi contratterà l’accordo se con questi 23mila avranno fatto fuori la parte più importante della classe operaia Fiat?”, De Montis: “Sapete cosa dimostrate all’opinione pubblica? Che loro con una manifestazione sola hanno sconfitto 35 giorni di lotta degli operai…”, per ultimo Giovanni Falcone, tra i delegati più prestigiosi, silenzio di tomba in sala: “Per me dodici anni di lotta non sono stati semplicemente dodici anni di lotta così, ma è stata una lunga esperienza politica. Lo è stata per tutti. Ci pensate? Un emigrante che viene su dalla campagna come tanti altri, non riusciva a dire una parola… tanta timidezza – in parte ce l’ho ancora, ma molta è superata -, riuscire a fare dei discorsi politici. Voi pensate che la Fiat possa ancora tenere uno come me all’interno della fabbrica? Possa ancora richiamarlo? … Credo che la possibilità come operaio Fiat, come delegato Fiat, non ce l’avrò mai più. Almeno ho la soddisfazione di aver concluso in bellezza, e sono contento di tutte le lotte che ho fatto, al di là che il padrone non mi riprenda più… (applausi scroscianti)”.

La tragedia si stava consumando. Da lì a pochi giorni venivano espulsi dalla fabbrica 200 delegati tra i più audaci e combattivi e migliaia di attivisti sindacali. La classe operaia torinese veniva decapitata della sua coscienza, della sua avanguardia e con il beneplacito delle direzioni sindacali. Nel corso degli anni ’80, 100mila lavoratori verranno licenziati nel gruppo Fiat, se ne aggiungeranno centinaia di migliaia nelle altre fabbriche del paese.

Il gruppo dirigente del Pci, capitolava senza chiamare la sconfitta con il suo nome. Il 16 ottobre l’Unità titolava: “La Fiat non è passata”. Lo stesso slogan si poteva trovare nei volantini distribuiti ai cancelli dai funzionari del Partito comunista.

Lama, Benvenuto, Carniti, Mattina, Pio Galli, Garavini, Bertinotti (all’epoca segretario della Cgil in Piemonte)… nessuno disse allora chiaramente ciò che qualunque operaio cosciente aveva capito perfettamente.

Anche se ci fossero stati i rapporti di forza più sfavorevoli (e così non era), ciò che non si può perdonare a quei dirigenti è di aver mentito alla classe, di averla ingannata coscientemente usando ogni tipo di sotterfugio.

Sempre da Lavorare in Fiat:“Di quella giornata un’immagine è rimasta, salvata dall’oblio perché rimasta impigliata, quasi per caso, nella celluloide di una pellicola cinematografica. Fissata, a futura memoria, da una troupe Rai di “Cronache”. Mostra il grande piazzale antistante la palazzina delle Meccaniche di Mirafiori, coperto di ombrelli e di uomini serrati l’uno all’altro in un unico, massiccio blocco. Al centro gli operai, ben riconoscibili dai volti segnati, dai giacconi pesanti. Sul fondo, un po’ distaccata, la folla più rada dei capi e degli impiegati, gli impermeabili chiari, in tranquilla attesa. Sul palco improvvisato, Carniti. Lo speaker invita tutti a chiudere, per qualche minuto gli ombrelli, poi mette in votazione l’ipotesi di accordo: “Chi è favorevole?”. Si alzano alcune decine di mani sul fondo. “Chi è contrario?”: una selva di pugni chiusi e di braccia alzate. “Chi si astiene?”: una mano solitaria si leva al centro del piazzale. Poi mentre già i più vicini si apprestano a festeggiare, proclama: “L’accordo è approvato a grande maggioranza”. Quando ci si interroga sulla crisi del sindacato, sulla pesante disaffezione operaia, e sul lungo silenzio della Fiat negli anni ’80, è a quell’immagine che conviene riandare…”.

Scriveva bene Revelli 20 anni fa, peccato che in seguito lui stesso si sia messo alle spalle quella classe operaia che aveva così ben celebrato, scrivendo Oltre il novecento, secondo Luigi Pintor “il libro più anticomunista mai letto”.

La crisi politica della sinistra cominciava lì. Da una sconfitta che aveva assunto un carattere catastrofico per il ruolo meschino delle direzioni politiche e sindacali. Tutto questo ha trasformato i 35 giorni alla Fiat nell’8 settembre della classe operaia italiana.

I punti di resistenza


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 Berlinguer in vista ai cancelli di Mirafiori durante i 35 giorni

Ovviamente come in tutti i processi reali, il senso di rassegnazione non colpì tutti allo stesso modo, né il contesto divenne uniformemente negativo.

Ci furono vari tentativi di riorganizzare i punti di resistenza, dall’iniziativa del comitato cassaintegrati di Mirafiori nei primi anni ’80, al movimento degli autoconvocati del 1984, alle lotte dei lavoratori dell’Alfa di Arese (che nel 1986 veniva praticamente regalata dallo Stato alla famiglia Agnelli), al movimento dei consigli del ’92-93.

Arese diventerà nel corso degli anni ’90 la punta avanzata del conflitto di classe in Fiat. Il contesto era quello immediatamente successivo alla firma degli accordi di luglio, in cui Cgil-Cisl-Uil accettavano in pieno la logica della concertazione. La Fiom di Vigevani era totalmente interna a quella logica. Anche con l’elezione di Sabattini a segretario (avvenuta nel 1994) ci vorranno diversi anni prima di avvertire una differenziazione di posizioni tra la Cgil e la Fiom, che in realtà si evidenziarono solo con la segreteria Rinaldini.

È così che ad Arese di fronte a numerosi accordi indigesti firmati da Fim-Fiom-Uilm (con una commissione interna che non veniva rieletta da 8 anni) nel marzo del ’90, grazie all’opera infaticabile di una cellula di fabbrica di Democrazia Proletaria (che l’anno dopo entrerà in Rifondazione Comunista), nasce il Cobas dell’Alfa Romeo, con un sostegno iniziale di circa 2mila lavoratori.

“Il Cobas inizialmente non si stacca dagli scioperi confederali, ma vi interviene per costruire all’interno del movimento un punto di riferimento, una potenziale direzione sindacale alternativa.” (Gigi Malabarba in Dai Cobas al Sindacato). Una linea che si dimostrerà vincente e permetterà al Cobas di conquistare l’egemonia in fabbrica.

La risposta della Fiat sarà quella di avviare nel gennaio del 1994 una procedura di tremila licenziamenti “politicamente mirati”. Sarà una botta tremenda. Il referendum farsa organizzato nell’azienda (con modalità simili a quelle viste di recente a Pomigliano) vedrà prevalere il Sì con il 57% dei voti. L’accordo passerà ma il Cobas nonostante tutto diventerà la prima forza sindacale prendendo il 44,20% dei voti nelle elezioni della Rsu, contro il 42,66% della Fiom, con Fim e Uilm relegate al 6%.

La combattività dei lavoratori di Arese veniva spezzata con le espulsioni dalla fabbrica e l’autoritarismo più bieco. La Fiat chiuderà progressivamente lo stabilimento di Arese (definito da Romiti una Beirut sindacale) mettendosi alla ricerca del “prato verde” e cioè di una nuova classe operaia da sfruttare senza alcun tipo di esperienza sindacale.

Il “prato verde”


L’accordo di Melfi del 1990 prevederà la chiusura della Lancia di Chivasso, dell’Autobianchi di Desio, della Maserati di Lambrate e dell’Alfa di Arese; come ha osservato Malabarba: “rappresenta per la Fiat l’approdo al cosiddetto toyotismo dopo i vari tentativi di contenimento della forza operaia attuati con la risposta tecnologica alla fine degli anni ’70 (Digitron, Robogate, Lam) e dall’automazione spinta degli anni ’80 (Cassino).”

Nel 1993 verrà aperto lo stabilimento. L’accordo sottoscritto dalla Fiat con le Confederazioni prevederà assunzioni con Cfl, deroghe al lavoro notturno per le donne, 18 turni, ritmi del 30% più elevati, esclusione degli aumenti aziendali e un salario di 3 milioni di vecchie lire inferiore a quello percepito negli altri stabilimenti. Lo Stato ci metterà 3.100 miliardi di lire, a cui seguiranno altri finanziamenti diretti ed indiretti della Regione Basilicata.

Parallelamente all’operazione sud Italia vengono intensificati gli investimenti in Brasile, Polonia e Serbia, alla ricerca del basso costo del lavoro e di una classe operaia vergine.

Il caso del Brasile è significativo, a Betim, nella regione di Minais Gerais, nel corso degli anni ’90 lo stabilimento della Fiat (aperto nel 1986) vedrà l’afflusso di ingenti investimenti che lo porteranno da 12mila a 18mila dipendenti. All’azienda sarà permesso licenziare 5mila operai, tra i più sindacalizzati (tra cui 9 dei 13 delegati sindacali) e assumerne circa 10mila con uno stipendio che era la metà di quello che ricevevano a Sao Paulo gli operai della Ford e della Wolkswagen.

In una parola condizioni di lavoro orrende dappertutto, ci vorranno 10 anni prima che a Melfi quella giovane classe operaia senza esperienza e fortemente ricattabile decida di ribellarsi con la lotta dei 21 giorni del 2004, ma quando la mobilitazione partirà non avrà niente da invidiare alle pagine eroiche che erano state scritte dalle precedenti generazioni di operai Fiat.

Lo stesso vale per i lavoratori di Termini Imerese che nel 2002 si opporranno ai tagli occupazionali, con una lotta esemplare che si spinse fino a tentare l’occupazione dello stabilimento. Furono Sabattini e Rinaldini (gli unici sindacalisti che avevano l’autorevolezza per farlo) a frenare i lavoratori dal compiere un passo che avrebbe potuto cambiare gli esiti della lotta ed evitare che qualche anno più tardi si andasse verso la chiusura dello stabilimento di Termini.

È inutile dire che la Fiom, che pure a partire dal 2001 iniziava a prendere le distanze dalla linea ufficiale della Cgil, aprendo la stagione dei contratti separati e dei pre-contratti, resisteva ma era priva di una linea di rottura con la logica delle compatibilità e di una strategia conseguente.

Questi limiti si sono trascinati fino ai giorni nostri. In un contesto in cui si minaccia di togliere al principale sindacato metalmeccanico le “agibilità” nei luoghi di lavoro (come effetto della disdetta di Federmeccanica del contratto del 2008), la questione diventa quanto mai urgente da affrontare.

Pomigliano, la Fiom e il partito di classe


Quel gruppo dirigente che si è formato alla scuola di Sabattini prima e Rinaldini poi, aldilà degli errori commessi, un pregio l’ha avuto. Mentre il quadro sindacale e politico della sinistra arretrava sempre più, la Fiom si manteneva ancorata a una logica di classe, seppure all’interno di un quadro riformista.

Nasceva il Pd, si frantumava Rifondazione, la Cgil prendeva una sbandata dietro l’altra, ma la Fiom si manteneva ferma sulle sue posizioni.

Tuttavia in una fase come questa non è più possibile stare fermi sulle posizioni, se non si avanza inevitabilmente si arretra, risucchiati dall’enorme pressione padronale e dal ricatto occupazionale. La crisi impone un salto di qualità.

Su Pomigliano la Fiom ha tenuto pur tra molte incertezze. Questo da una parte le ha dato la simpatia di milioni di lavoratori, giovani ed attivisti, ma dall’altra l’ha esposta ad un attacco concentrico da parte di padroni, governo, Pd e sindacati concertativi, senza che ci sia a sinistra un partito sufficientemente forte che la possa sostenere, e con una Cgil che lavora alla “normalizzazione”.

La vicenda di Pomigliano è emblematica perchè riassume la storia dello scontro di classe nel gruppo Fiat, i metodi sono gli stessi del passato, quello che è cambiato è il contesto. Come nell’80 a Torino l’azienda ha tentato la marcia filo-padronale. Ma questa volta le è andata male. Il clima non è più lo stesso. Non si è alla fine di un ciclo di lotte, ma al suo inizio.

Il 19 giugno alla fiaccolata di Pomigliano pro-Fiat c’erano meno di 500 persone. Il referendum del 22 giugno si è rivelato una vittoria di Pirro per Marchionne.

I lavoratori di Pomigliano sono diventati un punto di riferimento in tutto il paese. Si è visto chiaramente negli scioperi del 25 giugno e del 2 luglio dove c’era un ambiente nuovo e centinaia di striscioni inneggianti a Pomigliano e alla Fiom.

Nel mezzo della crisi economica più dura dagli anni ’30 e dopo 30 anni di politiche liberiste e di “flessibilità globale”, si è raggiunto un limite fisico oltre il quale i lavoratori non sono più disposti ad andare ed è questo che li spinge verso la ribellione. Inoltre per la prima volta da anni i lavoratori hanno la sensazione che c’è un sindacato di massa che è disposto a condurre la mobilitazione e dei riferimenti precisi nelle grandi fabbriche del paese. Si tratta di tre elementi nuovi e fondamentali.

Pomigliano diventa non solo un simbolo, ma la nuova frontiera dello scontro di classe in Italia, il centro gravitazionale in cui confluiscono non solo le mobilitazioni, ma anche le aspettative che si sono aperte sul fronte operaio e non solo. La lotta di Pomigliano assume quindi un carattere generale. La classe operaia torna ad essere il soggetto centrale nella percezione di massa.

Oggi a fronte di un contesto politico della sinistra che rischia di trasformarsi in un piagnisteo, le uniche assemblee dove si respira entusiasmo e fiducia sono quelle dove è coinvolta la Fiom.

La subalternità al Pd, ha ridotto la sinistra ai minimi termini. È necessario un nuovo inizio, che metta al centro il conflitto sociale e superi quella fase in cui esistevano anche dei movimenti ma che non riuscivano a parlarsi tra di loro.

La soluzione non è l’ennesimo inefficace assembramento di gruppi dirigenti (Fds), né l’affidamento a un leader e alle sue “fabbriche”. Bastano già quelle in cui i lavoratori devono entrare ogni santo giorno.

La costruzione di un nuovo partito della sinistra italiana è un processo, che può nascere solo da un movimento di massa, di cui i primi germi iniziano a manifestarsi nelle mobilitazioni di questi giorni. La manifestazione del 16 ottobre è un passaggio significativo. L’appello operaio lanciato dai delegati di Pomigliano, a cui hanno aderito centinaia di attivisti sindacali, politici e di movimento è solo il punto di partenza su cui aggregare nuove forze.

Su questa via c’è un futuro per la Fiom e la sinistra di classe, altrimenti saranno i lavoratori a pagarne il prezzo più alto.

 

Per approfondimenti sulle lotte alla Fiat


1) Sulla marcia dei 40 mila e la lotta dei 35 giorni vedi:

- Fiat 1980: le lezioni dei “35 giorni” di Pietro Sassi

- Lavorare in Fiat di Marco Revelli, edizioni Garzanti

- Cento… e uno anni di Fiat a cura di Antonio Moscato, edizioni Massari

2) Sul movimento dei cassaintegrati alla Fiat

L’altra faccia della Fiat i protagonisti raccontano,  Erre Emme Edizioni

3) Sull’autunno caldo alla Fiat

- Un bienno rivoluzionario  di Alessandro Giardiello

- Cercando la rivoluzione di Claudio Bellotti

- La Fiat in mano agli operai di Diego Giachetti e Marco Scavino, edizioni Bfs

4) Sulle lotte all’Alfa Romeo di Arese

- Dai Cobas al Sindacato di Gigi Malabarba, edizioni Datanews

5) Sulla lotta di Termini Imerese del 2002

- Speciale La lotta alla Fiat: Resistere un minuto più del padrone

di Paolo Brini, Paolo Grassi, Roberto Sarti

6) Sulla lotta dei 21 giorni a Melfi:

- I lavoratori di Melfi tornano in fabbrica a testa alta! di Paolo Grassi

La primavera di Melfi, a cira di Paolo Ferrero e Angela Lombardi, Edizioni Punto Rosso

7) Sulla vertenza di Pomigliano e le mobilitazioni successive al referendum:

- Il Risiko di Marchionne sulla pelle dei lavoratori di Alessandro Giardiello

- La vittoria di Pirro di Marchionne di Alessandro Giardiello

- Cronaca di una giornata di lotta alla Fiat Sata di Melfi di Jacopo Renda

 

 

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