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Abbiamo chiesto ad un autista dell’azienda Tper di Bologna le ragioni che hanno portato, il 14 marzo scorso, ad un’iniziativa di forte rottura come quella di rifiutarsi di uscire dai depositi, incompatibile con le attuali regole anti-sciopero vigenti anche nel settore del trasporto pubblico.


Il motivo che ha fatto traboccare l’acqua dal vaso, è stata la dismissione di alcuni depositi dell’area esterna della provincia: Silla, Montese, Vidiciatico e Imola. Con la politica della riduzione dei costi, questi depositi sono considerati da Tper come dei rami secchi. Ci sono però, in tutti questi depositi, una cinquantina di lavoratori che vivono e che hanno radici con la loro famiglia in quelle località e che sarebbero costretti a vivere a Bologna o a farsi una quantità di chilometri ogni giorno solo per andare e tornare dal lavoro, con grandissima difficoltà sia di spostamenti che di vita reale. Nel caso delle 4 linee urbane di Imola, inoltre, le corse verrebbero fatte fare ad una ditta privata non con un appalto ma con una dismissione diretta. La chiusura dei depositi esterni, secondo noi, è solo l’inizio dello smaltimento di linee e servizi e la ricaduta sarà in primis sui lavoratori, ma anche sugli utenti. Di queste cose siamo stati informati dai sindacati mercoledì 13 marzo, la sera precedente lo sciopero, in un’assemblea, chiesta a gran voce e ottenuta dai lavoratori di tutte le sigle sindacali, che è andata avanti fino a notte fonda nella sede principale della Zucca. I sindacati ci hanno detto che l’Azienda aveva già deciso e quindi noi dovevamo prenderne atto.

Questa è stata la goccia, ed è lì che tutti i lavoratori all’unanimità hanno deciso lo sciopero “selvaggio”. Quello che ha unito i lavoratori è stato che, all’inizio dell’assemblea, i lavoratori dei gruppi esterni erano intenzionati a fare lo sciopero da soli, per protestare contro quest’arroganza e contro le decisioni prese sulla loro pelle. A quel punto tutti i colleghi del servizio urbano hanno fatto immediatamente fronte comune con quelli dell’extraurbano: non era mai avvenuto.

Motivi di tensione tra l’azienda e i lavoratori però non mancavano…

Dalla fusione di Atc con Fer, che ha dato vita a Tper, ci sono stati diversi altri motivi che si sono sommati nella decisione ultima di reagire con lo sciopero: l’erogazione unilaterale di un anticipio sulla 14° mensilità, da parte dell’azienda, per dimostrare di essere “in salute”, anticipo non richiesto dai lavoratori ma da essi restituito mensilmente per un importo al lordo superiore a quello erogato al netto:

- lo spostamento del giorno di pagamento degli stipendi al 10 di ogni mese, contro una prassi ultra-trentennale, che fissava al 27 questa scadenza;

- la moltiplicazione delle poltrone dirigenziali e delle consulenze esterne in seguito alla fusione, proprio quando su queste, con un unico “network” regionale, ci si diceva che si sarebbe risparmiato;

- l’inesistenza in Tper di una garanzia occupazionale, di ricollocazione per i lavoratori “inidonei” (gli autisti che, per problemi fisici e psicologici, non sono più in grado di svolgere la loro mansione);

- la complicata gestione di ferie e congedi, a causa di una carenza di personale di circa 100 unità;

- le perdite dichiarate a bilancio 2012 di 9,4 milioni di euro, paradossali a fronte della scorporo da Tper della gestione degli accertatori della sosta e del servizio di car sharing, due attività economicamente molto redditizie.

Questi punti, dopo lo sciopero del 14 marzo sono stati discussi nel confronto con l’azienda?

Sì. Nell’incontro del 28 marzo tra Tper, il prefetto di Bologna e tutte le sigle sindacali, l’azienda si è resa disponibile a congelare la dismissione dei depositi esterni, a fare assunzioni di 15-20 unità nel mese di giugno e si è impegnata a risolvere la questione della ricollocabilità dei lavoratori non idonei. Sono tutti impegni, noi vigileremo e, come stabilito, anche in una partecipatissima assemblea del novembre scorso, siamo pronti a ricorrere ad altre forme di lotta molto efficaci e alternative allo sciopero, che è quello che dà risultati immediati ma è il più pericoloso per noi, sia da un punto di vista dell’immagine che per le conseguenze penali dell’interruzione di pubblico servizio.

Avete un coordinamento, un’assemblea, un comitato che segua questa fase di vertenza?

Al momento abbiamo solo un gruppo su Facebook che ci permette di socializzare e discutere in modo piuttosto allargato le questioni sindacali, sulle quali c’è molta attenzione. Già nella “super assemblea“ dei 600 autisti dello scorso novembre fu letto, da parte di un gruppo di autisti di un deposito, un comunicato unitario dei lavoratori che chiedeva le elezioni delle Rsu che non ci sono da anni. In quell’assemblea i sindacati si sono resi conto che eravamo veramente incazzati. Tutte e 7 le sigle si sono impegnate a cambiare il loro atteggiamento. Già allora si era fatta l’ipotesi di mettere in campo uno sciopero bianco, ma l’assemblea-fiume notturna, di mercoledì 13 marzo, ci ha dato la certezza che il giorno dopo potevamo invece rifiutarci di uscire dai depositi.

Se sono 100 stupidi che non escono, si espongono solo ad una dura repressione, ma se gli scemi diventano mille allora non sono più stupidi, ma lavoratori arrabbiati che non ce la fanno più. E comunque, nell’incontro del 28 in Prefettura, tranne l’Usb, le altre sigle sindacali hanno sconfessato l’iniziativa. Sicuramente, dopo Pasqua ci sarà un altro incontro con l’azienda ed un’altra il 26 aprile.

Noi vigileremo assolutamente.

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