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Autoferrotranvieri

  Nel mese di dicembre ha tenuto banco la lotta dei lavoratori del trasporto pubblico locale. Lo sciopero convocato il primo dicembre ha visto un’adesione straordinaria con il clamoroso blocco totale dei mezzi attuato dai dipendenti dell’Atm di Milano che non hanno rispettato le fasce del servizio garantito imposte dalla legge. Il successivo sciopero del 15 dicembre ha visto un’adesione degna del primo; alcune città come Torino e Brescia hanno seguito l’esempio dei tranvieri milanesi e bloccato i mezzi per l’intera giornata; con la ripresa delle trattative, la mobilitazione si è allargata in tutta Italia, al nord come al sud, scavalcando i limiti imposti dalla legge e dalla concertazione sindacale.

L’esempio di Milano è servito a mostrare la strada ai colleghi di Genova, Venezia, Cosenza, Livorno e di tutta Italia.

 

Un accordo bidone

 

La richiesta di 106 euro mensili non è altro che l’adeguamento dei salari, fermi da anni, sulla base dell’inflazione programmata dal governo, che è la metà di quella rilevata dall’Istat, la quale è un terzo di quella reale. Nonostante esistessero tutte le condizioni per ottenere quanto dovuto, nonostante la forza che il sindacato ha accumulato grazie esclusivamente alla determinazione di tutti i lavoratori, è stato firmato un accordo al ribasso, uno sconto su quanto dovuto e sottoscritto in passato. I nostri diritti non possono essere venduti in saldo!

L’accordo raggiunto prevede un aumento di 81 euro lordi e per un parametro di inquadramento che la maggioranza dei lavoratori non raggiunge. Se ha suscitato scalpore il fatto che un conducente riceve in busta paga appena 850 euro mensili, con l’accordo firmato non raggiungerà in ogni modo nemmeno 900 euro. Per quanto riguarda l’una tantum, ci verrebbe elargita la somma di 970 euro a fronte dei 2.900 dovuti: la cifra netta non basta a coprire quanto perso con gli scioperi in questi due anni di mobilitazione. Per non parlare della riduzione di un’ora dell’orario di lavoro prevista, di cui si sono perse completamente le tracce… Non possiamo accettare che la straordinaria mobilitazione di questi mesi sia svenduta per un piatto di lenticchie!

 

Quale giustificazione?

 

La giustificazione degli scarsi risultati raggiunti è spiegata dai vertici sindacali nel classico modo in cui hanno chiuso indegnamente tutte le battaglie perse: “Era il massimo che potevamo strappare”. E così si elencano le aziende sull’orlo del fallimento o che hanno bilanci in rosso come Roma con un deficit di 196 milioni di euro, Genova di 30 milioni, Napoli di 87 milioni e così via; si citano le aziende del sud spesso di piccole dimensioni e che non reggerebbero la “concorrenza” e con la loro crisi non sarebbero garantiti nemmeno i lavoratori.

È una bella favola, ma pensare che si possano tutelare i diritti dei lavoratori rispettando i bilanci ed i profitti aziendali è completamente al di fuori della realtà. Non possiamo accettare che chi debba difendere i diritti dei lavoratori si fermi di fronte ai dati del bilancio aziendale: così si difendono le aziende! I padroni, i loro rappresentanti li hanno già e difendono con tenacia i loro interessi! Magari il sindacato avesse usato un decimo della loro tenacia per difendere noi lavoratori... Inoltre, avere un bilancio in attivo o in passivo è spesso solo una volontà politica del management, basta pilotare le stime di chiusura dei conti per modificare il risultato di bilancio secondo le necessità aziendali.

Alle aziende non mancano certamente le risorse. Con il passaggio all’euro tutte hanno ritoccato i prezzi dei biglietti verso l’alto: a Milano è passato da 1.500 lire ad un euro, aumentando di circa il 30%. Lo stesso è successo in misura diversa ovunque. Come sono stati investiti questi soldi? A Milano i membri del consiglio d’amministrazione si sono aumentati lo stipendio del 12,5% in un solo anno. La modestissima richiesta sindacale prevedeva per i lavoratori solo un adeguamento all’inflazione programmata ovvero 1,4%, il nostro stipendio è fermo da oltre quattro anni.

Il Ccnl 2002-2003 prevedeva peggioramenti consistenti delle condizioni di lavoro. Allora ci veniva spiegato che in questo modo si sarebbero risollevati i conti delle aziende. Poi, tutti ne avrebbero tratto vantaggio, anche i lavoratori. E cosa ci raccontano oggi? I nostri sacrifici non sono bastati, la cinghia è stata tirata troppo poco, possiamo stringerla ancora di più. I lavoratori sono stufi di questi ragionamenti! Le aziende non hanno i soldi? Aprano i libri contabili e vediamo come sono stati spesi, dove sono finiti, come vengono investiti. A Milano li hanno investiti in obbligazioni Cirio… ed ai lavoratori viene chiesto di aprire nuovamente il loro portafoglio per risanare i conti delle aziende!

Cercano di spiegarci che firmando la nuova intesa hanno difeso il contratto nazionale. Subito dopo la firma si è cercato di aprire tavoli di trattativa locali per aggiungere qualche spicciolo all’elemosina concessa a livello nazionale. Strano a dirsi non lo hanno fatto solo le aziende che formalmente risultano in attivo, ma quelle dove più alta è stata l’adesione agli scioperi nel tentativo di calmare le acque e prendere tempo. Questo avviene proprio perché quanto previsto dal Ccnl non basta: se una parte consistente del salario è legata ad una trattativa locale o aziendale si sta di fatto mettendo una pietra sopra il contratto nazionale.

Il trasporto locale è un servizio di pubblica utilità è come tale andrebbe trattato e finanziato da tutti. Accettando qualsiasi ragionamento che parta dai bilanci in attivo delle aziende, si cade necessariamente a sostenere la logica privatista e del profitto.

 

Prossimo obiettivo: deragliare le lotte

 

Molti “opinionisti” tutt’altro che disinteressati, con la paura che si leggeva in volto, hanno tentato di spiegare in queste settimane che lo sciopero come strumento di protesta è ormai superato, metabolizzato dagli utenti che hanno il tempo di organizzarsi ed attutire i disagi del blocco dei trasporti.

Qualcuno si è spinto a spiegare che non si arreca un danno nemmeno alle stesse imprese, perché il giorno dello sciopero risparmiano gasolio, gli introiti sarebbero in ogni caso garantiti dagli abbonamenti ed ovviamente non si devono pagare le prestazioni non effettuate dai lavoratori. Purtroppo a dire queste scemenze c’è anche qualche sindacalista, tra i quali spicca il nome del Segretario Fit-Cisl della Lombardia Dario Ballotta; i lavoratori gli hanno tributato una calorosa accoglienza, quasi linciandolo in un’assemblea al deposito Sarca di Milano. Ci auguriamo che di sindacalisti di tale spessore i lavoratori ne facciano a meno nel prossimo futuro.

A Milano i ricavi degli abbonamenti sono di 187mila euro, mentre per la vendita dei biglietti l’introito è di 600mila euro. Con il blocco del 1° dicembre la Camera di Commercio ha stimato una perdita di fatturato di 140milioni di euro, pari a circa il 13% del fatturato normale. Secondo il Ministro Lunardi, ogni giornata di sciopero è costata circa 30 miliardi di vecchie lire a livello nazionale. È vero che lo sciopero è un’arma spuntata, ma solo nella misura in cui le leggi 146/90 e 83/00 impongono ostacoli all’esercizio di questo nostro diritto: queste leggi sono un inganno e vanno abolite!

Perché i lavoratori Atm sono diventati paladini della categoria? Perché tutti i giornali si sono accorti della nostra lotta? Perché sindaci, prefetti e governo si sono spaventati tanto? Questo è avvenuto solo perché i lavoratori hanno riscoperto la loro forza, hanno osato nuovamente riappropriarsi del diritto di sciopero. Malgrado la legge antisciopero e gli interventi dei prefetti che hanno precettato gli scioperanti intimandogli di riprendere il servizio, la lotta non è stata fermata; per l’interruzione di pubblico servizio la legge prevede una multa di almeno 256 euro ed il carcere per un periodo compreso tra sei mesi e due anni. I lavoratori non si sono fermati di fronte a quest’attacco e sono rifiorite le migliori tradizioni della lotta di classe: assemblee permanenti, blocchi improvvisi, scioperi bianchi, ecc. È la riscoperta delle migliori tradizioni del movimento operaio: negli anni ’70 per far ripartire i mezzi a Milano dovettero intervenire gli autieri dell’esercito.

 

Referendum?

 

Dopo la firma del contratto sembra farsi strada nella sinistra sindacale della Cgil e nei sindacati di base l’idea di un referendum vincolante tra i lavoratori; per referendum la Cisl intende una consultazione dei propri iscritti e non di tutti i lavoratori della categoria; la Uil intenderebbe consultare i lavoratori con assemblee oppure riunendo i delegati del Rsu di tutta Italia per una votazione, gli stessi che sono stati scavalcati dalla mobilitazione diretta dei lavoratori.

Nelle condizioni attuali indicare come via di uscita il referendum, rischia di essere una strada per prendere tempo e stemperare la rabbia dei lavoratori, rischia di non essere lo strumento per far sentire la nostra voce, la voce di chi - con tenacia - ha alimentato la mobilitazione di questi ultimi mesi. Non sono nemmeno pochi gli esempi in cui i lavoratori bocciano un accordo sindacale in un referendum, ma la volontà dei lavoratori è ignorata dai vertici sindacali…

I lavoratori, l’accordo lo hanno già bocciato con gli scioperi che sono proseguiti e, in alcuni casi, sono iniziati dopo la firma del contratto, non appena i lavoratori hanno avuto notizia dei termini dell’accordo. A Roma i delegati sono riusciti a contenere la rabbia, con il pretesto che bisognava rimanere nelle “regole” per sostenere la trattativa, sino alle 17.30 di sabato 20 dicembre. Quando sono arrivate le cifre previste dall’accordo raggiunto, la rabbia è esplosa e gli stessi delegati hanno dovuto assecondare il rientro dei mezzi ai depositi. I termini dell’intesa hanno spinto i lavoratori a bloccare tutto: nessun mezzo è più uscito in quella giornata.

Qualunque sia la proposta di referendum che sarà presentata, i lavoratori dovranno usarla per esprimere il loro dissenso, ma la strada maestra è un’altra: costruire nei luoghi di lavoro una direzione alternativa alle burocrazie sindacali. È necessario far fare un salto di qualità alla mobilitazione fin qui intrapresa. Devono essere i lavoratori ad eleggere i propri rappresentanti in ogni deposito, i quali devono coordinarsi a livello provinciale, regionale ed infine nazionale per essere l’espressione diretta della volontà dei lavoratori.

 

Costruire un nuovo sindacato?

 

Un limite delle mobilitazioni è stato la spontaneità. Nonostante l’estrema determinazione dei lavoratori a continuare la mobilitazione, abbiamo visto molta confusione sulla reale situazione e sui rapporti di forza negli altri depositi e nelle diverse città, dove le voci si rincorrevano e si smentivano di minuto in minuto senza un punto di riferimento preciso e riconosciuto. Questa situazione, ha fatto il gioco delle aziende e dei burocrati sindacali che hanno potuto manovrare per stemperare la rabbia e seminare frustrazione tra i lavoratori. Non è più possibile limitarsi a prendere atto del malessere per cercare di cavalcarlo, la lotta va organizzata a livello nazionale.

Il compito impellente nel prossimo periodo non è costruire un nuovo sindacato come qua e là qualcuno avanza. Esistono già 35 sindacati diversi nel settore del trasporto pubblico locale; questa frammentazione si è aggravata ad ogni tradimento da parte delle burocrazie sindacali. Purtroppo, la burocrazia sindacale è ancora al suo posto: Cgil Cisl e Uil detengono il 74% degli iscritti del settore e, soprattutto, continuano a firmare sulla testa dei lavoratori accordi sempre peggiori. Il 10% dei lavoratori è iscritto alla Faisa-Cisal, il 7% alla Ugl e solo il restante ai sindacati di base.

Il problema è democratizzare il sindacato, diventato sordo alle richieste dei lavoratori. Il sindacato deve difendere i nostri interessi, è nato per difenderci e rappresenta uno strumento fondamentale per la nostra tutela: senza un’organizzazione non siamo altro che materia grezza pronta per essere sfruttata. La critica che deve generalizzarsi non è contro l’idea del sindacato in sè, ma contro la politica concertativa della burocrazia sindacale. Il sindacato deve essere dei lavoratori e dobbiamo riprendercelo!

Abbiamo detto all’inizio che in questa battaglia ci sono tutte le condizioni per vincere, tranne una: una direzione sindacale all’altezza dei compiti imposti dalla storia.

Non c’è nessuna scorciatoia possibile alla costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio; l’alternativa non s’improvvisa: costruiscila con noi!
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