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I prigionieri politici in Turchia, sono oltre 12.000. Le libertà più elementari, come il diritto di espressione, di manifestazione e di organizzazione sono vietate o sono talmente ristrette da essere impraticabili.

 

La gran parte dei prigionieri (circa 8.000) sono legati al Pkk, di cui la maggioranza condannati per aver scritto un articolo a sostegno della pace o fornito cibo ai guerriglieri, reati che vengono considerati "aiuto e complicità con organizzazione terrorista" secondo il codice penale della borghesia reazionaria.

Leggi antidemocratiche, sentenze di condanna senza prove sufficienti, dichiarazioni rilasciate sotto tortura e accuse fabbricate dai poliziotti, sono la normalità in Turchia e in questo modo parecchia gente finisce in carcere per molti anni. Tra questi vi sono giornalisti che hanno scritto un solo articolo, giovani studenti liceali e universitari incarcerati per 15 anni dopo aver scritto slogan o aver attaccato manifesti sui muri.

In un paese in cui i prigionieri politici si contano a migliaia, le carceri inevitabilmente diventano centri di "libera" discussione, di scambio di idee, dove ci si forma sul piano teorico, politico e ideologico.

Per liquidare tutto questo, lo Stato ha introdotto il famoso articolo 16 del Decreto anti-terrorismo. Nella guida redatta dal Ministero di Giustizia leggiamo "I terroristi non devono comunicare tra di loro. Perché un terrorista muore, proprio come un pesce fuori dall’acqua, se non può comunicare. In altre parole il suo lato terrorista cioè distruttivo, muore quando la sorgente o il canale che lo alimenta dal punto di vista mentale e delle idee è tagliato o prosciugato."

Nel suo "sforzo" di applicare le leggi dell’Unione Europea, la Turchia ha cominciato ad adattare le sue prigioni. Le nuove prigioni di "tipo F" strutturate in "camere" sono state dichiarate dall’UE conformi agli standard europei.

L’UE, che pretende di essere campione di democrazia e dei diritti umani, non ha detto però una sola parola sulla repressione verificatasi nelle prigioni turche. La stampa europea li ha dipinti come atti provocati dai prigionieri che "si ribellavano contro la riforma delle prigioni".

La resistenza dei prigionieri politici è stato un tentativo di difesa contro un attacco, che aveva l’obiettivo di privarli della loro identità, della loro personalità e di impedire l’esistenza in carcere delle loro organizzazioni politiche. Per questo il 20 settembre 2000 hanno organizzato uno sciopero della fame che non ha trovato inizialmente risposta nell’opinione pubblica. Non ci sono state dichiarazioni ne di rappresentanti dello Stato ne di dirigenti sindacali, e pochissime notizie sono state diffuse sui giornali e la TV.

Le rivendicazioni dei prigionieri erano:

- Chiusura delle prigioni di tipo F.

- Abolizione del Decreto anti-terrorismo con tutte le sue conseguenze.

- Abolizione del protocollo tripartito fra i Ministri della Sanità, della Giustizia e degli Interni.

- Abolizione delle Corti di sicurezza dello Stato.

- Processo di tutti i responsabili dei recenti massacri nelle prigioni.

- Scarcerazione di tutti i prigionieri politici con problemi di salute cronica dopo i digiuni mortali del 1996 e di tutti quelli che sono stati feriti durante i Raids e che non sono stati curati adeguatamente.

- Abolizione delle leggi anti-democratiche contro la lotta popolare per la democrazia e per la libertà, mettere fine alla repressione.

Quando la resistenza, lanciata dai prigionieri del Dhkp-c (Partito del fronte di salvezza del popolo rivoluzionario), Tkp (Ml) (Partito comunista Turco marxista-leninista) e Tkip (Partito comunista dei lavoratori turchi)- stava per spegnersi, è cominciata ad esserci qualche reazione all’esterno. Nel frattempo avevano aderito allo sciopero oltre 9mila prigionieri, con la partecipazione anche dei militanti del Pkk, che avevano modificato il loro atteggiamento iniziale decidendo di sostenere gli scioperanti.

Il numero degli scioperanti che decidevano di trasformare lo sciopero della fame in un digiuno ad oltranza era salito a 282. L’associazione per la solidarietà delle famiglie dei prigionieri (Tayad), l’associazione dei professionisti, dei circoli d’arte e letteratura, e gli studenti universitari iniziarono ad organizzare manifestazioni e scioperi di solidarietà. Sia nelle periferie che nei quartieri centrali delle città, c’erano manifestazioni di massa con cortei anche di notte.

La stampa e la televisione hanno cominciato a dare notizie dopo il 45° giorno del digiuno ad oltranza. Il sostegno e la partecipazione cresceva giorno dopo giorno.

La borghesia turca decideva una parziale ritirata emarginando i falchi anti-europeisti annidati nell’esercito e nei servizi segreti, e decideva di reagire alle manifestazioni con un atteggiamento moderato (rispetto agli standard turchi) della polizia verso le manifestazioni di massa.

Attorno al 50° giorno di digiuno gli sforzi per arrivare ad una mediazione si intensificavano; un comitato composto di intellettuali e membri della commissione per i diritti umani otteneva concessioni sull’abolizione delle prigioni di tipo F, celle più spaziose e possibilità per i prigionieri di utilizzare gli spazi comuni.

Sembrava che si fosse vicini a un accordo. Ma i negoziati si sono bloccati proprio quando i prigionieri hanno chiesto cifre precise, progetti di ristrutturazione architettonica e garanzie scritte. Il vento cominciava a soffiare nella direzione opposta. Stava cambiando l’equilibrio delle forze all’interno della classe dominante a favore dei "falchi". Il fatto che la mozione presentata dai gruppi comunisti nel Parlamento europeo (che chiedeva la condanna della Turchia su questa questione) fosse stata respinta assieme alle dichiarazioni dell’UE in appoggio al governo turco rispetto alle prigioni di tipo F, hanno ridato fiducia al governo che è passato al contrattacco.

Prima la polizia ha sparato addosso a due ragazzi che stavano attaccando manifesti in appoggio agli scioperanti, uccidendone uno e ferendo gravemente l’altro. Poi la notte seguente un pulmino della polizia é stato attaccato e due poliziotti sono stati uccisi.

Il 13 dicembre centinaia di poliziotti sono sfilati in cortei molto organizzati e minacciosi in tutto il paese urlando slogan tipo "sangue per sangue" e "vendetta". Agitavano le pistole gridando "quando potremo usarle?" - come se non le avessero mai usate! Lo stesso giorno poliziotti accompagnati da fascisti hanno attaccato un corteo di massa ad Ankara, abbandonando l’atteggiamento moderato a cui erano stati costretti nell’ultimo periodo.

Ancora una volta centinaia di persone, tra cui molte donne, bambini e anziani sono stati picchiati violentemente con manganelli, trascinati e pestati nelle strade. Il giorno seguente, 14 dicembre (il 56° giorno dello sciopero), la Corte di sicurezza dello Stato ha annunciato la sua decisione di sottoporre a censura qualsiasi notizia riguardante i prigionieri dato che queste erano di fatto "utilizzate in modo strumentale da organizzazioni fuorilegge per incitare la popolazione."

Alle 4,30 del mattino del 19 dicembre - il 60° giorno dello sciopero - considerato dal punto di vista medico un momento particolarmente rischioso per la vita degli scioperanti - le forze dello Stato hanno fatto irruzione in 20 prigioni simultaneamente in tutto il paese, abbattendo i muri con i bulldozer, lanciando bombe lacrimogene e provocando incendi. In 12 prigioni la resistenza è stata soffocata rapidamente. Nella prigione di Bayrampasa ad Istambul, dove erano stati imprigionati i dirigenti, la resistenza è andata avanti per tutto il giorno. In altre 18 è stata schiacciata con l’uso del terrore e della violenza, mentre è andata avanti per parecchi giorni nella prigione di Canakkale e Umranyye. Dopo 4 giorni, il 23 dicembre, l’operazione si é conclusa con la resa della prigione di Umranyye.

Persino parecchi giorni dopo era ancora difficile entrare nelle prigioni per i resti dei gas accumulati. Alcuni rivoluzionari si erano dati fuoco per protestare contro questo massacro e alcune donne sono state bruciate dalle forze dell’ordine che hanno incendiato i prodotti chimici di cui erano cosparse. Il nome scelto per questa operazione "Ritorno alla vita" - riporta alla memoria le tecniche usate dal capo della propaganda nazista Goebbels e il libro 1984 di Orwell. I prigionieri sarebbero stati salvati dai digiuni ad oltranza che "avevano deciso di fare a causa delle pressioni imposte dalle loro organizzazioni".

Il numero ufficiale di vittime, ad oggi, risulta essere di 30, con centinaia di feriti e sei "dispersi". Secondo le autopsie effettuate su 13 prigionieri fra i primi ad essere uccisi, 5 risultano morti per colpi di arma da fuoco, 5 bruciati da sostanze chimiche, due avvelenati dal fumo e dai gas velenosi. Nonostante questi rapporti ufficiali, lo Stato continua a dichiarare che si sono dati fuoco da soli, dimostrando la sua totale malafede.

La maggior parte delle organizzazioni "radicali" hanno adottato una serie di posizioni superficiali. Alcuni esempi di queste sono la caratterizzazione dello Stato come permanentemente fascista e la riduzione di attori fondamentali della lotta nella vaga categoria di "popolo" seppellendo qualsiasi riferimento di classe. Nonostante la loro apparenza radicale non possiedono neppure un’atomo di ideologia marxista. Nella loro opinione l’oligarchia che controlla lo stato "fascista" è un settore omogeneo, all’interno del quale non possono esserci conflitti. I conflitti all’interno della classe dominante non sono considerati come fattori significativi.

Questa cecità piccolo borghese nascosta da una fraseologia rivoluzionaria è dannosa per il movimento della classe operaia. Nonostante siano bravi a gridare, non c’è spazio nella loro mentalità per riconsiderare la situazione, la tattica, l’equilibrio delle forze, possibili arretramenti di breve o medio termine, un’esame attento di quello che sta avvenendo nel fronte avversario, ecc. Ad ogni stadio della lotta fanno continuamente gli stessi errori e il risultato é una sconfitta dietro l’altra; sconfitte che ovviamente non vengono mai riconosciute. E chi li critica spesso è accusato di essere un "disertore della rivoluzione" nel migliore dei casi.

I comunisti internazionalisti trarranno le lezioni giuste dalla sconfitta e dal sacrificio dei compagni assassinati. I comunisti non entrano nella lotta come eroi di avanguardia, come messia della classe lavoratrice ma come umili soldati della rivoluzione.

Solo una lotta genuina della classe operaia può abbattere le Bastiglie della borghesia!

29 dicembre 2000

 

(Il testo integrale di questa corrispondenza può essere

consultato in inglese su www.marxist.com)

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