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Aumentare la repressione, salvare i guadagni miliardari!

La morte dell'ispettore di polizia Filippo Raciti, avvenuta nei pressi di uno stadio italiano a Catania, ha riaperto il dibattito sulla necessità di applicare severe leggi speciali nei confronti dei giovani che vanno allo stadio.

Sarà questo, in sostanza, l’unico atto tangibile che uscirà dalla solita messinscena di tavole rotonde a cui abbiamo assistito anche stavolta.

Non verranno intaccati per nulla gli interessi miliardari delle società di calcio, dalla cui associazione è subito partita una levata di scudi contro la proposta di fermare il campionato finchè non ci sarà un minimo di sicurezza in tutti gli stadi. Passati i giorni del cordoglio un po’ ipocrita da parte dei mass media, i padroni del calcio si sono precipitati a ricordare che non c’è nessun rischio di nuovi incidenti che possa valere di più dell’eventualità che le TV a pagamento chiedano la rescissione o soltanto la revisione dei contratti che, a suon di centinaia di milioni di euro, sono stati firmati a inizio stagione.

Le società di calcio, mentre ricoprono i loro giocatori di stipendi vergognosi, non solo non spendono nemmeno duecento lire per l'agibilità degli stadi ma si permettono anche di accollare agli Enti locali il problema, coprendosi con la foglia di fico della proprietà comunale di molti stadi.

In seguito, quando i comuni avranno investito un sacco di quattrini, gli stadi si potranno privatizzare, togliendo ogni possibilità di minimo utilizzo sociale degli impianti sportivi.

No alla risposta repressiva.

Abbandonate quasi tutte le proposte che potessero incontrare il disappunto di qualche Presidente di una qualunque delle società di calcio, il governo Prodi si è concentrato su un decreto che preveda la possibilità di comminare la diffida anche ai minorenni e l’estensione della flagranza differita fino a un massimo di 48 ore invece che 36, in perfetta continuità con il decreto Pisanu, che infatti si è precipitato ad applaudire alle misure che il governo ha in animo di applicare.

Anche in questo caso si è creato il clima da unità nazionale buono per tutte le ‘emergenze’, come quando si tratta di dare il via libera all’ampliamento della base americana a Vicenza o da rifinanziare la missione militare in Afghanistan.

Anche il governo Prodi sceglierà quindi di aumentare la repressione, seguendo una strada che servirà solo ad ingigantire il problema e a creare i presupposti, tra un po’ di tempo, per un nuovo giro di vite che colpisca indiscriminatamente i giovani che vanno allo stadio.

Non giustifichiamo affatto i fatti di Catania. Abbiamo assistito a un assalto e ad una mania distruttiva da parte di gruppi influenzati chiaramente da formazioni neofasciste.

Allo stesso tempo non siamo disponibili ad appoggiare il coro unanime che invoca più repressione. Sabato destra e polizia erano divisi, ma non ci dimentichiamo che spesso sono stati e saranno insieme ad attaccare giovani e lavoratori di sinistra. Non ci dimentichiamo che a Genova in occasione del G8 numerosi ultras di destra furono infiltrati nelle manifestazioni.

La sinistra si dovrebbe chiedere perché le curve diventano il ricettacolo dell’emarginazione e della rabbia che esiste nella società e perché non riesce ad organizzare questi elementi in una protesta che unisca tutte le classi oppresse contro le cause di questa emarginazione.

La violenza negli stadi non è il sintomo di una gioventù “impazzita e priva di valori”. È il riflesso della violenza che aumenta in questa società capitalista. Oggi si piange il poliziotto ucciso, ma quante prime pagine vengono dedicate ai 1300 morti ogni anno sui luoghi di lavoro? Molti giovani cercano di colpire le forze che rappresentano nella maniera più cruda le istituzioni dello Stato perché è sempre più impossibile vivere nel sistema economico che le stesse istituzioni difendono.

Oggi si aumenta la repressione negli stadi, e già si parla di mettere telecamere nei quartieri a rischio. Domani non sarà difficile porre dei limiti alle assemblee ed alle manifestazioni, adducendo l’emergenza “ordine pubblico”.

In città come Catania, come Napoli, come Roma, dove la maggior parte dei giovani sono disoccupati, precari o malpagati, con poche o nessuna prospettiva di costruirsi un futuro degno di questo nome, la via più breve per esprimere la propria frustrazione spesso è questa; ma, organizzarsi in squadre per fare gli scontri con la polizia, non sposta di un millimetro i termini della questione, la rende solo drammaticamente più complicata, come il continuare a pensare che il problema possa essere impersonificato dal catanese, dal palermitano, dal romano o dal milanese di turno, a seconda dei casi. Continuare su questo filone di pensiero è il migliore regalo che si può fare alla classe dominante di questo paese: presentarsi sempre più divisi e pronti a fornire sempre l’alibi migliore per aumentare ogni volta di più la repressione.

Qual’è la via d’uscita?

Negli ultimi tempi si è parlato tanto, anche sulla stampa del nostro partito, il Prc, del movimento ultrà e dello spostamento a destra delle curve. La pretesa autosufficienza degli ultrà deve essere ridimensionata. In passato si sono attribuite a questo movimento possibilità che non può avere; come quella di farsi, da solo, promotore di istanze di cambiamento.

Ed è stato proprio in virtù di questa esagerazione che, negli anni passati, si è arrivati ad un passo dall’errore madornale di non distinguere il grano dal loglio, mettendo sullo stesso piano un gruppo che esponeva uno stendardo del CHE con uno che invece esponeva una celtica (errore ravvisabile in tanti degli articoli di Liberazione, per non parlare del Manifesto, sull’argomento).

Ora, fortunatamente, si parla con più precisione dello spostamento a destra di curve di città importanti come Napoli, Roma e Milano.

Ma occorre chiarire che la soluzione del problema non si trova nelle ‘dinamiche da stadio’ o semplicemente nel ritorno in curva di gruppi ultrà con simpatie di sinistra (che pure, naturalmente, è auspicabile!).

Come comunisti non possiamo che denunciare l’enorme ipocrisia che si aggira attorno al calcio e al cosiddetto fenomeno ultras. La classe dominante usa in maniera cosciente il calcio come valvola di sfogo delle contraddizioni sociali. A questo processo non può che corrispondere una trasformazione delle curve in un collettore delle frustrazioni accumulate da giovani proletari e sottoproletari. Frustrazioni causate da disoccupazione, repressione e ogni genere di ingiustizia. La mentalità ultras non è nient’altro che l’espressione ultima di questo fenomeno: l’illusione che esista un luogo dove chi è normalmente oppresso possa contare qualcosa, dove si possa raggiungere una zona liberata dalle normali logiche repressive di questa società. Quando i commentatori borghesi dicono schifati che le curve sono “zona franca” da qualsiasi legge, dicono in un certo senso una verità. Quello che non dicono è quanto l’esistenza di questa “zona franca” non sia altro che un ghetto utilissimo per confinare il disagio sociale e una camera di compensazione utile per le tensioni create dal capitalismo.

Come comunisti dobbiamo essere altrettanto chiari. A qualsiasi frequentatore delle curve dobbiamo dire che lotteremo contro diffide, repressione, contro il caro biglietti, lotteremo contro l’oppressione che si vive quando ci si reca allo stadio la domenica perché lottiamo contro l’oppressione che ciascuno di noi da lunedì a venerdì come precario e disoccupato. Tuttavia la nostra opinione è che la curva non possa essere il luogo del proprio riscatto sociale, né lo scontro con i proletari di altre città la via per migliorare le proprie condizioni di vita. Se vuoi che la curva diventi un elemento di riscatto sociale, occorre trasformarla in uno dei tanti fronti della lotta più generale contro questo sistema, promuovendo anche lì le campagne contro il razzismo, contro la precarietà, contro la disoccupazione e, perché no, per un calcio che non sia in mano ai grandi interessi del capitale. Come ormai è pienamente dimostrato questo sistema non è in grado di garantire nessun diritto basilare. Nemmeno quello ad una buona partita di calcio.

Questa società, al di là della repressione, non ha nulla da offrire ai giovani, e solo un partito comunista organizzato potrà offrire una idea di trasformazione della società, per cui valga la pena lottare uniti da Milano a Roma, a Napoli, a Catania, legando a questa prospettiva le battaglie contro la precarietà, per la casa e per un salario che possa garantire la sopravvivenza, e possibilmente qualcosa in più, nelle grandi città.

E, con queste idee, il nostro partito potrà recuperare tutto il radicamento perso tra le giovani generazioni negli ultimi anni.

8 febbraio 2007

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