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Repressione, sfruttamento e privatizzazione

La nuova legge Fini-Giovanardi si inserisce in una discussione, ormai decennale, centrata sul sanzionare o no il consumo personale di sostanze stupefacenti illegali. Inserita nel decreto sulle Olimpiadi per farla passare senza dibattito, è una legge improntata a una pura logica repressiva.

Nel 1993 un referendum aveva eliminato le sanzioni penali associate alla dose media giornaliera e fino ad oggi restava a discrezione delle forze competenti decidere se la quantità sequestrata poteva definirsi dose personale o finalizzata allo spaccio, quindi sanzionabile. Il 28 febbraio 2006 entra in vigore la nuova legge sulle droghe che introduce una soglia precisa per ogni sostanza, oltre la quale il possesso di droga non è più da ritenersi per uso personale e quindi diventa punibile penalmente, sotto la quale scattano invece sanzioni amministrative; le quantità definite dalle nuove tabelle ministeriali parlano da sole: 5 grammi di hashish (la droga più “penalizzata”) ti qualificano come spacciatore (pene da 6 a 20 anni), per la cocaina la soglia è fissata a 1,6 grammi, ma ad una concentrazione assai più alta di quella che mediamente si spaccia per la strada. Di fatto, si considera “spacciatore” allo stesso modo chi detiene circa 40 euro di fumo e 500-600 euro di cocaina.


Le conseguenze si possono già assaggiare con la nuova legge Fini-Giovanardi: repressione, sfruttamento e privatizzazione!


Per quanto riguarda le sanzioni amministrative, si va dall’ammonimento da parte del prefetto alla sospensione della patente, del passaporto e del permesso di soggiorno per fini turistici fino a misure più vincolanti come l’obbligo di rientrare a casa a una certa ora o il divieto di non abbandonare il Comune di residenza.


Per le sanzioni penali si va fino a 20 anni di reclusione per reati gravi, fino a 6 anni per reati meno gravi, con la possibilità per chi commette un fatto di lieve entità di sostituire la detenzione con lavori di pubblica utilità. Ecco un ottimo sistema per ottenere manodopera giovanile gratuita.


È prevista inoltre, in aggiunta o in alternativa alla punizione, sia penale che amministrativa, un programma terapeutico. Se consideriamo che tutto il testo della legge conferisce alle strutture private le stesse funzioni di quelle pubbliche, possiamo immaginare in quante occasioni le comunità terapeutiche certificheranno la dipendenza da droga e predisporranno il piano di recupero presso la loro struttura. Tale certificazione era finora affidata solo ai Sert, i servizi pubblici per le tossicodipendenze. In ultima istanza una legge ad hoc per finanziare ulteriormente le aziende private e disincentivare il pubblico. Lo dimostra il semplice fatto che il 21 marzo, a Castelfranco Emilia (Modena), è stato inaugurato il primo carcere per detenuti tossicodipendenti gestito dall’Amministrazione Penitenziaria insieme alla comunità di San Patrignano. Si chiama Casa Lavoro, una struttura di custodia basata sul lavoro manuale: fiumi di denaro ad una struttura privata e manovalanza a costo zero. Come già la prevenzione, la riduzione del danno e la cura, ecco che anche il sistema carcerario entra nel circuito dei servizi pubblici appaltati a cooperative, associazioni o enti privati. Il taglio alla spesa pubblica e la privatizzazione obbliga ad attuare servizi che, per risparmiare, sacrificano la qualità della terapia e la qualità del lavoro e invece aumentano lo sfruttamento e la repressione di operatori ed utenti.


Di fatto la nuova legge si contrappone ai servizi di riduzione del danno. Servizi che, seppur non rappresentano una soluzione alla problematica della tossicodipendenza, per lo meno non criminalizzano consumatori e tossicodipendenti. Mentre la nuova legge fa esattamente l’opposto. A prescindere dalle quantità definite nelle tabelle, l’intento è chiaramente quello di penalizzare, impaurire e reprimere i giovani consumatori di sostanze stupefacenti. Questa è la risposta che viene data a disagi che sono l’esatta conseguenza delle contraddizioni di questa società in decadenza. E non potrebbe essere altrimenti, visto che fare un’analisi complessa della situazione giovanile, con tutti i suoi problemi, significherebbe fare un’analisi del capitalismo. È chiaro che tale analisi non verrà da chi, come An e tutte le forze reazionarie, ha invece l’interesse più profondo a difendere a tutti i costi questo sistema.


La risposta può venire solo da noi, giovani e lavoratori, attraverso la lotta contro ogni forma di privatizzazione, rivendicando che tutti i servizi siano pubblici e di qualità, contro il sistema degli appalti ed ogni logica repressiva.

12 Aprile 2006 

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