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Dopo lo scandalo di Calciopoli di qualche anno fa siamo punto e a capo. Ora si parla di risultati pilotati e combinati per mano di giocatori, arbitri, dirigenti e vari addetti ai lavori per favorire l’ingente giro di scommesse attorno a numerose partite. È stata rilevata anche la presenza di alcune infiltrazioni mafiose che controllavano e gestivano parte delle puntate.

L’universo-calcio si trova ormai in un vicolo cieco e gli appelli per avere uno sport credibile risuonano sempre più sordi. Soprattutto se a fare tali appelli alla “moralità” sono i commentatori delle Tv che ogni anno si contendono a suon di decine di milioni di euro i diritti televisivi dei vari campionati.

Quali interessi si celano? Se vediamo l’importanza assunta dal calcio nella società possiamo risalire al nocciolo della questione. È un settore fonte di cospicui investimenti di capitale da parte della classe dominante con lo scopo di trarre maggiore profitto ed evadere le tasse.

Il dominio è principalmente finanziario ma si manifesta anche a livello ideologico e culturale imponendo dei veri e propri stereotipi. La figura del calciatore ricchissimo e muscoloso che può permettersi di tutto viene gettata in primo piano attraverso una massiccia propaganda di massa (rete, televisione e giornali su tutti) e, cosa ancor più grave, risulta un esempio da emulare per le giovani generazioni che, ultimati gli studi, si affacciano sul mondo del lavoro. Ma non è tutto oro quello che luccica. Il minimo salariale di un calciatore si attesta attorno ai 1.500 euro e non esiste un tetto stabilito per calmierare la retribuzione massima percepibile, quindi, osserviamo come i calciatori risultano di fatto privilegiati perchè illuminano il dominio dei padroni (mascherati come presidenti delle società) mostrando il modello capitalista come vincente e senza fronzoli.

La differenza con gli altri settori è abissale perchè troviamo condizioni lavorative sempre più precarie e senza sicurezza sul luogo di lavoro, assistiamo a tagli, licenziamenti, chiusure e delocalizzazioni a dispetto di stipendi sempre più risicati con cui si fatica ad arrivare alla fine del mese.  È paradossale ma va ricordato che a metà stagione i calciatori avevano minacciato di scioperare e quindi di non scendere in campo per tutelarsi dallo strapotere contrattuale e decisionale delle società. La realtà mostra all’ordine del giorno continui adeguamenti contrattuali e rilanci sulla base delle richieste dei calciatori e con il benestare dei procuratori, sempre pronti a spuntare una percentuale maggiore di stipendio. La situazione è arrivata a livelli insostenibili e ogni società vede crescere progressivamente il proprio indebitamento e va avanti grazie al credito bancario e alla benevolenza dei “controllori” perchè... una squadra di calcio non può fallire!

Neanche l’intervento statale è riuscito a mettere una pezza: qualche anno fa il governo di centrodestra varò un apposito decreto spalmadebiti, tuttora in vigore, che consente alle società di ripianare il bilancio nell’arco di più anni.

Inserendo questa cornice nel contesto generale di crisi verticale del capitalismo che segna una fase di forte instabilità economica, politica e sociale, vediamo come le contraddizioni di questo sistema emergano inesorabili e trovino la loro naturale proiezione nelle varie sovrastrutture che lo rendono egemone, tra cui il mondo del pallone occupa un posto di rilievo. Lottare per un calcio pulito significa mettere in discussione l’intero sistema che svuota e intossica l’essenza di questo sport, principale passione di molti lavoratori e giovani italiani.


Lettere alla redazione

BEPPE, QUESTA TE LA POTEVI RISPARMIARE

Giuseppe Signori e Cristiano Doni. Grandi campioni. Indiscussi fuoriclasse, amati ed osannati. Il primo arrestato ed il secondo indagato per avere combinato una serie di partite disputate nei campionati di serie A e B. Milionari che nel corso della propria carriera calcistica hanno indossato la maglia della nazionale italiana, siglato una caterva di goal, raggiunto un enorme successo ed ora si scoprono essere null’altro che criminali. Da tifoso del Bologna, credetemi sulla parola, mi piange il cuore scrivere queste parole, non tanto per Doni che abbandonò la squadra dopo la promozione del ’96,ma piuttosto per Beppe, considerato da sempre un vero uomo, una bandiera per cui la curva organizzò una splendida coreografia alla partita d’addio e che ci ha regalato emozioni indimenticabili. Chi ama il calcio conosce quanto sia raro di questi tempi innamorarsi di un calciatore, non solo per le sue qualità tecniche, ma soprattutto per quelle umane, le uniche degne di rispetto. Ebbene io mi innamorai di “Beppe-gol”, ma quello che è emerso non può che suscitare sdegno e dimostrare per l’ennesima volta quanto il dio denaro abbia deformato il mondo del calcio e coloro che lo praticano. Il fatto è di una gravità spaventosa: uomini che non hanno mai lavorato, ma hanno trascorso la loro migliore esistenza giocando e guadagnando centinaia di migliaia di euro, combinano match e scommettono denaro per vincerne quantità impressionanti. Il tutto alla faccia dei semplici appassionati di football, dei tifosi, che spendono cifre pazzesche per seguire la squadra del cuore in trasferta e di tutti i lavoratori che oggi tirano la cinghia nel bel mezzo di una crisi epocale mentre loro ,imballati di soldi, trafficano nell’ombra per guadagnarne altri in maniera palesemente disonesta. A sto punto una condanna unanime non basta più. Non può ripetersi ciò che accadde con Paolo Rossi, che da criminale condannato per lo scandalo Totonero, divenne il venerabile Pablito, idolo del Mundial 1982.  E’ necessario sottrarre al più presto il calcio dagli eccessi di un business senza controllo per riportarlo a quella dimensione popolare che più gli compete, perché non è possibile continuare a curare un malato di tumore con la dolce euchessina, ovvero a suon di inchieste parziali che finiscono sempre col risolvere un bel niente perché “The show must go on”. Il calcio deve essere depurato non solo dalla corruzione, ma anche da quella valanga di denaro proveniente da pay-tv, sponsor e società ( ora stracolme di debiti) che l’hanno trasformato in un mostro moderno, irriconoscibile ormai anche da tanti appassionati.

Luca  Gibellini  

 

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