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Impossibile accontentarsi dei risultati della relazione medico-legale fatta dalla Procura di Ferrara del 22/2/2006, in merito a ciò che è accaduto nella notte di cinque mesi fa (25 settembre 2005) e alle circostanze ancora oscure che hanno portato alla morte di Federico Aldrovandi, 18 anni.

I fatti sono noti: Federico tornava a casa sua, dalle parti dell’ippodromo di Ferrara, dopo una serata passata con gli amici. Una donna, abitante della zona, chiama la polizia richiedendone l’intervento perché “c’è un ragazzo che urla e sbatte dappertutto”. Sei ore dopo in seguito alle ripetute telefonate dei genitori, finalmente qualcuno risponde al cellulare del ragazzo e comunica al padre l’avvenuto decesso del figlio. Le cronache del giorno seguente dichiarano che un ragazzo, forse extracomunitario, è stato trovato morto su una panchina nella mattinata, presumibilmente a causa di un’overdose di stupefacenti. Per alcuni mesi la vicenda viene cancellata dalle pagine dei quotidiani ferraresi e di Federico, Aldro com’era soprannominato, non si parla più fino al momento in cui la madre decide che non può più accontentarsi della sterile e grigia versione dei fatti fornita dalla Questura.

La versione ufficiale: due volanti della polizia vengono mandate sul posto per intervenire su un ragazzo che si comporta in modo strano. A causa del comportamento violento del ragazzo, i poliziotti sono costretti a chiamare rinforzi, grazie ai quali riescono ad immobilizzare e ammanettare Federico. All’arrivo del 118 Aldro però è già morto, anche se nella versione della questura addirittura pare che i sanitari stessi si siano rifiutati di togliergli le manette perché pericoloso. Il decesso è attribuito ad un “malore” causato da un abuso di droghe, che per un’insufficienza cardiaca unita allo stress psicologico del momento, ne avrebbe causato il collasso e quindi la morte.

Il corpo di Federico presentava un numero imprecisato di manganellate su tutto il corpo (viso, gambe e schiena), anche con manganello impugnato al contrario, uno dei quali si è rotto ed è stato trovato sul posto. Il volto completamente sfigurato, lo scroto schiacciato e la cassa toracica sfondata. Le foto scattate al momento e visibili sul blog aperto dalla madre, rendono testimonianza dell’incredibile eccesso di forza che è stata usata nei confronti di Federico.

Alcuni testimoni quella notte avrebbero sentito il ragazzo gridare “aiuto, non respiro” e qualcuno avrebbe visto la sequenza dell’immobilizzazione con più agenti che sopra di lui cercano di ammanettarlo. La perizia di parte dei consulenti della famiglia Aldrovandi esprime molte fondate perplessità: “La diagnosi di insufficienza cardiaca acuta” scrive l’avvocato “è semmai la fotografia di un effetto, non di una causa, mentre l’incremento dei battiti cardiaci e del fabbisogno di ossigeno sono ovvietà assolute, da ricondursi non completamente all’uso di droga, bensì alla violenza della collutazione e dell’immobilizzazione successiva”. Federico è morto perché è stato picchiato selvaggiamente ad opera di quei poliziotti che, verso la metà di febbraio sono stati trasferiti a Palermo, il più lontano possibile da questa vicenda.

Perché nonostante l’arrivo di tre volanti, davanti ad un ragazzo in evidente stato confusionale, l’unica cosa che si è riusciti a fare è ammazzarlo di botte? Se veramente Federico faceva fatica a respirare a causa delle droghe e stava male, perché è stato riempito di manganellate e secondariamente si è chiamata l’ambulanza? Quella notte è stato richiesto perfino l’intervento della Digos, con la motivazione che il giovane, privo di documenti, indossava abiti che potevano far pensare ad un frequentatore dei centri sociali, mentre per cinque ore non si è voluto rispondere al cellulare che chiaramente diceva che lo stava chiamando sua madre. Se la parola “fine” ufficialmente è già stata scritta, molti, troppi interrogativi rimangono aperti. L’incompetenza e la superficialità nell’affrontare il caso, dimostrati dalle “forze dell’ordine” quella notte, non possono essere taciute o ignorate.

Un comitato è stato fondato a Ferrara per chiedere verità e giustizia per Aldro, la battaglia andrà avanti ancora finché la memoria di Federico non sarà rispettata.

10-03-2006 

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