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Anche l’operaio vuole il figlio dottore!

Dal ‘90 ad oggi abbiamo assistito ad un rapido e impressionante peggioramento delle condizioni di studio all’università. L’università di massa, nonostante la demagogia dei mass media, è sempre stata un miraggio. Solo il 3% della popolazione ha una laurea, quando ben il 2,7% è analfabeta. Al peggio comunque non c’è mai limite. I progetti di Autonomia Universitaria (bella parola per dire privatizzazione) introdotti dal ‘90 hanno reso sempre più difficile l’accesso dei ceti meno abbienti all’università. La realtà è che la laurea, con i costi e i tempi necessari per conseguirla, è in questo momento un sogno per la maggior parte dei giovani e un privilegio riservato a studenti più o meno benestanti.

Abbandono e selezione di classe

 

L’abbandono universitario è un fenomeno impressionante. Il 28% degli studenti abbandona tra il primo e il secondo anno, il 16% tra il secondo e il terzo. Alla fine soltanto un universitario su 3 arriva a laurearsi ma l’età media dei laureati ed il numero dei fuori corso è altrettanto impressionante. Ci si laurea in media a 27 anni e i fuori corso sono l’87% del totale degli studenti. Di fronte a queste cifre il Ministero non sa dare spiegazioni. La tesi avanzata da Berlinguer è la solita: gli studenti utilizzano gli atenei come parcheggi, gli studi universitari vengono usati come un rifugio per ritardare l’entrata nel mondo del lavoro e pochi studenti hanno veramente voglia di studiare.

Il cinismo di questa posizione è notevole. Entrare all’università è un’impresa, figuriamoci rimanervi parcheggiati. Ci sono i numeri chiusi. Milano ne è un esempio: Medicina 1625 domande e 343 posti, Odontoiatria 900 domande per 45 posti, Psicologia 3169 domande per 600 posti ecc. ecc.. Per affrontare i test bisogna pagare. Le cifre variano da 50.000 lire a quasi mezzo milione. Dopo di che ci sono le tasse d’iscrizione: solitamente un contributo fisso e un contributo in base al reddito. Il totale scende difficilmente sotto il milione e mezzo. Infine ci sono i libri ed il costo dei mezzi per raggiungere l’università. Comprare tutti i libri per sostenere un esame può costare da 100 a ben oltre le 500.000 lire. Potremmo continuare a lungo: le classi sono sovraffollate, le informazioni mancano e gli esami possono slittare di giorni all’ultimo momento, con buona pace di chi viene da lontano. Tutto questo sarebbe un rifugio per ritardare l’entrata nel mondo del lavoro? E’ quanto meno un rifugio piuttosto scomodo. Caso mai è il contrario: la maggior parte degli studenti è costretta ad anticipare l’entrata nel mondo del lavoro per pagarsi gli studi, prestandosi a lavori e lavoretti precari di ogni tipo.

Gli studenti non hanno voglia di studiare? C’è chi studia solo ed esclusivamente per cultura. Buon per lui se se lo può permettere. Ma la maggior parte degli universitari spera di veder ripagate le proprie fatiche con un buon lavoro. Eppure in Italia su 100 disoccupati, 28 sono dei laureati, in Francia sono solo 11, in Germania 6 e in Gran Bretagna 4. In queste condizioni di studio e con queste prospettive di lavoro, Berlinguer spera che la voglia di studiare scaturisca dal nulla. Andare all’università è sempre più una scommessa che difficilmente verrà ripagata. Non è molto invogliante tutto ciò.

 

L’università al giogo del mercato!

 

Oggi la percentuale del Pil (la ricchezza prodotta nel paese) destinata a ricerca e università messe assieme è dello 0,8%. Con l’introduzione dell’Autonomia Universitaria questa percentuale, lungi dall’aumentare, si è costantemente ridotta. In molti settori di lavoro vi è una quantità eccessiva di laureati. Risorse umane che non servono, almeno dal punto di vista capitalistico. Per la borghesia, nonostante il numero di laureati sia già ridotto all’osso, non ha nessun senso "sprecare risorse" per finanziare l’università di massa, visto che, tra l’altro, un universitario ha un costo medio complessivo di 100 milioni.

Tutto questo è aggravato dall’attuale congiuntura economica: una stagnazione dal carattere incerto e instabile. La formazione professionale e le esigenze del mercato sono prevedibili solo a breve. L’università pubblica appare, quindi, agli occhi degli imprenditori come un mostruoso spreco. Essa sforna laureati in lettere o ingegneri quando improvvisi cambiamenti della congiuntura li rendono superflui, informatici o matematici quando sono già in eccesso ecc. ecc.

L’Autonomia va incontro a queste esigenze dei padroni. Dal punto di vista dei costi, il bilancio degli atenei non viene più a pesare sulla società, ma sulle singole famiglie.

L’assunzione dei docenti, le spese di laboratorio ecc. ecc. sono direttamente pagate dalle singole università, che a sua volta si autofinanziano con le tasse d’iscrizione degli studenti. In questo modo oggi gli studenti partecipano al fondo di bilancio degli atenei per il 20%, con punte, come a Milano del 40%. Questo sistema ha implicato un aumento esponenziale delle tasse universitarie. Un aumento che, evidentemente, non è ancora sufficiente per Confindustria che propone l’abolizione di qualsiasi tetto massimo alle tasse universitarie e la loro completa liberalizzazione.

Dal punto di vista della formazione professionale, invece, l’Autonomia permette agli imprenditori di finanziare anche a breve termine singoli progetti di ricerca o singoli indirizzi di studio. I padroni non sono interessati a finanziare tutta l’università italiana, anzi. Ma vogliono lasciarsi aperta la possibilità di stimolare alcuni indirizzi con adeguati finanziamenti, in modo da rendere la formazione completamente permeabile alle incerte congiunture del mercato.

 

Università gratuita e di massa!

 

L’Autonomia Didattica e la bozza Martinotti, che spieghiamo in maniera esauriente nei precedenti numeri, sono soltanto un ultimo e decisivo passo nella distruzione dell’università di massa. Il Sole 24 Ore, acceso sostenitore della privatizzazione dell’università, ha dovuto fare una piccola concessione alla realtà: "Laddove le strutture sono migliori, i risultati sono corposamente migliori. In termini più espliciti c’è un problema di potenziamento (…) delle strutture che, sarebbe opportuno non nascondere, nessuna Autonomia può aggirare." (Sole 24 Ore del 19/6/’98). L’Autonomia non può aggirare questi problemi, proprio perché ne è la causa principale. Essa è presente all’università dal ‘91 circa, ma questi signori ne parlano come se fosse qualcosa di completamente nuovo. Dal ‘91, invece, abbiamo visto ogni tipo di peggioramento delle condizioni di studio e della selezione scolastica. Nel ‘97 per la prima volta dal 1945 è diminuito il tasso di passaggio degli studenti dalle superiori all’università.

Questo perché l’Autonomia è la deresponsabilizzazione dello Stato a finanziare l’università, scaricandone i costi sulle famiglie. Dobbiamo lottare per invertire questo processo ed andare nella direzione opposta: massicci finanziamenti statali all’università, perché gli studi universitari siano completamente gratuiti. I soldi si prendano pure dalle spese militari, dai finanziamenti a fondo perduto agli industriali italiani, Fiat in testa, e dai miliardi regalati ogni anno alla Curia attraverso ogni forma di sgravo fiscale o di contributo.

I sostenitori dell’Autonomia, gli stessi baroni che ci fanno lezione in aule stracolme all’università arriccieranno il naso di fronte a tutto questo: ebbene sì, anche l’operaio vuole il figlio dottore!

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