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Trasformiamo le università in roccaforti contro la guerra

La partecipazione in massa degli studenti universitari alla manifestazione del 15 febbraio a Roma era l’inequivocabile segnale che gli studenti sono disposti a mobilitarsi per fermare la guerra in Iraq e che in questa direzione doveva orientarsi il lavoro politico dei collettivi all’università.

Il Csu (Collettivo Studentesco Universitario) di Napoli ha iniziato così una campagna di sensibilizzazione proponendo alternative di lotta alle proposte delle organizzazioni maggioritarie, proposte tutte orientate ad un dissenso simbolico ed individuale. Ritenendo solo la discussione collettiva e la lotta organizzata degli studenti e dei lavoratori la risposta che potesse fermare l’aggressione, abbiamo indetto un’assemblea di facoltà per il giorno dopo i primi bombardamenti, in cui si potesse discutere come opporsi alla guerra imperialista e radicare la lotta in ogni singolo corso della nostra università.

Sapevamo che per avere una risposta da parte degli studenti avremmo dovuto rendergli chiaro la necessità della discussione tra di noi prima della partecipazione alle numerose iniziative di lotta chiamate quel giorno.

Il clima di ostilità alla guerra permeava l’università e cercava un canale tramite cui esprimersi, non individuando le varie sragionate iniziative come punto di riferimento, cosa che ha favorito il successo della nostra assemblea. Alle tre l’aula magna era stracolma di gente, nonostante di lì a poco ci sarebbe stato un corteo indetto dai sindacati confederali. Le trecento persone in aula hanno ascoltato con attenzione le proposte di mobilitazione che venivano poste dal collettivo che, partendo dalla creazione di uno spezzone di studenti e lavoratori dell’università alla manifestazione che sarebbe seguita, arrivavano alla costruzione di uno sciopero studentesco che fermasse per due giorni l’università.

In questa fase le proposte di mobilitazione si susseguono ininterrottamente, in molti casi in maniera assai confusa e quasi sempre senza un’analisi dei motivi reali di questa guerra, analisi decisiva per capire dove e come colpire per fermarla. In questi giorni ci siamo trovati di fronte ad occupazioni simboliche o reali che piovono sulla testa degli studenti, che non hanno potuto dire la loro e spesso non ne capiscono i motivi. Occupazioni nate dalla volontà di visibilità delle varie organizzazioni studentesche senza capire che non può essere una sparuta minoranza di studenti politicizzati a bloccare i corsi e le altre attività dell’università, ma devono essere gli studenti a volerlo dopo averlo discusso e votato. Sappiamo che per fare questo è necessario più tempo e un duro lavoro di discussione, ma questo tempo è necessario per costruire quei rapporti di forza necessari a far sì che un’occupazione superi il piano simbolico e incida sulla coscienza di lotta di tutti gli studenti.

La nostra proposta di uno sciopero studentesco è tesa a stimolare la partecipazione attiva degli studenti alle mobilitazioni, a costruire spazi di discussione tra di loro per maturare una volontà ancora più radicale di lotta contro la guerra imperialista. Dopo l’assemblea, il corteo spontaneo di trecento persone è cresciuto man mano che si avvicinava al corteo sindacale, lanciando slogan contro la guerra e il sistema che la genera: il capitalismo. Questo ci conferma ancora una volta che l’opportunità per far maturare la coscienza degli studenti contro la guerra ed il capitalismo ci sono. Se si porta avanti un lavoro che faccia scavalcare il piano dell’opposizione semplicemente pacifista alla guerra e si tenga lontano da derive estremistiche, il movimento contro la guerra può trovare nelle università delle inespugnabili roccaforti.

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