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Prospettive fosche per l’università

 

 

Nell’Università di Udine il consiglio degli studenti (organo collegiale di coordinamento fra le facoltà, a potere consultivo) ha prodotto un comunicato sulla bozza Martinotti, sottoscritto da tutti i rappresentanti studenteschi (da Rifondazione Comunista ad AN).

La critica della proposta di riforma Martinotti presente in questo documento parte con la considerazione di una impostazione positiva della stessa, pur ravvisando "alcuni elementi pericolosi". In questo articolo tenterò di individuare gli errori dell’analisi che ha condotto a tale conclusione.

 

La bozza Martinotti prevede una nuova forma di rapporto tra università e iscritti basato su un contratto, stipulato all’atto dell’iscrizione, in cui viene predeterminato il numero di anni necessari per il conseguimento del titolo di studio.

Su questo punto, il testo del consiglio degli studenti udinesi dichiara "la contrattualità deve essere paritaria e non comportare l’espulsione degli studenti dalla partecipazione alla gestione della didattica e delle risorse, trasformandoli in semplici utenti". Il principio della contrattualità viene, quindi, favorevolmente accolto a condizione che i vincoli imposti da esso siano rispettati non solo dagli studenti, ma anche dall’università.

Evidentemente non viene compreso il reale significato dell’introduzione del contratto individuale "tra il singolo ateneo e il singolo studente", il quale non è altro che un mezzo economico e legislativo per accelerare il processo di autonomia finanziaria. L’offerta di contratti diversi per tipologia e livello permetterà alle università di richiedere anche un diverso "contributo" pecuniario allo studente. Ovviamente gli istituti in grado di offrire migliori servizi saranno quelli in grado di contare su un finanziamento cospicuo proveniente da tasse studentesche elevate e da alti contributi di privati, mentre gli atenei "poveri" frequentati dalle classi più disagiate, forniranno prestazioni qualitativamente e quantitativamente inferiori.

L’unico fine del contratto studente-ateneo è quello di frammentare il tessuto universitario nazionale, aprendo le porte ad una competitività selvaggia, che farà felici gli abili manager delle aziende-università ma di sicuro non gioverà all’istruzione.

I vincoli imposti dal contratto, quali il completamento degli studi in un limite temporale e con ritmi prefissati dalle singole facoltà, rappresentano una ulteriore grata di sbarramento per tutti gli studenti provenienti da famiglie disagiate inanziariamente e, quindi, costretti a spendere larga parte del loro tempo in lavori precari e per lo più in nero senza possibilità di redeterminare con certezza il numero di anni necessari alla laurea e di frequentare i corsi.

Questa controriforma per la sua applicazione trova un ottimo ambiente preparato dai precedenti provvedimenti del ministro Berlinguer che hanno portato all’abolizione del tetto massimo dell’importo delle tasse studentesche e alla diminuzione dei finanziamenti pubblici all’università. Il contratto, quindi, non servirà a migliorare i servizi offerti da ogni ateneo, escludendo gli studenti dalla gestione di didattica e risorse come già si verifica nell’attuale situazione. La componente studentesca è presente in quantità infima in tutti gli organi collegiali, con potere il più delle volte consultivo e, quindi, con nessuna possibilità di controllo.

Sbaglia chi cerca una soluzione al problema nella differenziazione dei contratti in tre tipologie (studente a tempo pieno, part-time e lavoratore) con diversa durata e organizzazione. Questa considerazione comporta l’accettazione del principio per cui gli studenti, costretti al lavoro per mantenere gli studi, non hanno diritto a un’istruzione completa come coloro che provengono da famiglie benestanti.

L’unico provvedimento utile agli studenti-lavoratori deve mettere tutti in condizione di poter frequentare ogni attività didattica; deve stabilire il finanziamento pubblico dell’università senza ricorso alle tasse studentesche e con agevolazioni agli studenti sotto forma di libri, alloggi e servizi gratuiti. Il contratto specifico per lo studente lavoratore, inoltre, proprio per il fatto che implica ritmi di studio e preparazioni differenti può acquisire una valenza inferiore nel mondo del lavoro.

 

Crediti

 

I corsi, secondo la bozza Martinotti saranno valutati in "crediti formativi", attributi in base alla frequenza a lezioni teoriche, attività pratiche e di approfondimento in quantità fisse, indipendenti dalla qualità dell’esame sostenuto dallo studente.

A tale proposito il comunicato del consiglio degli studenti udinesi recita: "Questo sistema può portare finalmente a non equiparare un corso con l’esame finale ed a garantire una maggiore flessibilità nella progettazione dei propri piani di studio".

La valutazione in crediti, oltre a peggiorare la situazione degli studenti lavoratori che assai difficilmente riescono ad accumularli, è un passo in avanti verso l’abolizione del valore legale del titolo di studio, la cui valenza dipenderà strettamente dall’ateneo in cui viene ottenuto e dal tipo di contratto. Questa previsione trova ampia conferma nel testo stesso della riforma in cui viene data agli atenei piena facoltà di adottare percorsi di studio disomogenei, del tutto svincolati da qualsiasi direttiva nazionale con valutazione in crediti dei corsi diversa fra ateneo e ateneo.

La flessibilità dei piani di studio è un provvedimento teso ad adeguare l’istruzione alle esigenze del mercato: con "indirizzi professionalizzanti" specifici si punta a soddisfare le richieste delle imprese locali nella particolare congiuntura economica. Ci si avvicina sempre più a un modello di istruzione atto a creare figure lavorative "usa e getta" utilizzate nel settore specifico in cui vengono preparate e, quando quel settore cessa di essere fonte di profitto, abbandonate ad ingrassare la marea di disoccupati in quanto poco riconvertibili nel mercato.

 

Didattica

 

A tutto ciò si aggiunge una drastica riduzione dei programmi e delle ore di lezione negli atenei. In tal modo si alleggerisce notevolmente il bagaglio di conoscenze acquisito nell’università per privilegiare altri terreni di formazione quali le scuole di specializzazione post-laurea con tasse elevate e numero chiuso assai limitato, obbligatorie per uno sbocco professionale.

Il documento del consiglio degli studenti, su tale punto, dichiara: "una forte opposizione ad ogni forma di chiusura all’accesso a master, scuole di specializzazione ecc. che saranno sempre più necessarie nel mondo del lavoro".

Tale provvedimento viene introdotto principalmente per tre motivi: alleggerire il contenuto della laurea in vista di una sua svalutazione, adeguare il più possibile alle esigenze del mercato e attuare una ulteriore selezione fra i laureati che il mercato attuale non riesce più a inserire nel mondo del lavoro. Accettarne l’esistenza, opponendosi solo alla selezione d’ingresso, significa limitarsi a contestare una delle naturali conseguenze, senza sviscerare a fondo il problema.

Gli studenti devono sviluppare discussioni contro la logica su cui si basa l’intera controriforma maturando posizioni chiare che siano in grado di dare prospettive a una istruzione pubblica non più soggetta agli interessi del mercato, capace di creare conoscenza alternativa a quella dominante per la trasformazione della realtà.

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