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Stop alla selezione di classe all’Università

 

Grossi cambiamenti stanno avvenendo in questi ultimi anni nell’università italiana, cambiamenti che, per essere pienamente compresi, vanno inseriti nel quadro generale dei mutamenti avvenuti nell’intera società.

Non è assolutamente anomalo legare la privatizzazione di grosse aziende come ad esempio la Telecom, oppure in futuro poste e ferrovie, con la privatizzazione del sapere, e quindi di scuola e università. Entrambe sono generate dalle stesse forze per scopi molto simili.

In un momento generale di crisi del capitalismo la borghesia cerca di fare affari accaparrandosi aziende pubbliche non prima di aver aspettato che queste si modernizzino, con i soldi dello Stato.

Anche la privatizzazione dell’università segue motivi non differenti. Oramai sono alcuni anni che si è dato inizio a questo processo che viene portato avanti in modi più o meno uguali dai diversi atenei.

Ad esempio quello di Bologna ha costituito un’associazione insieme ai privati che finanzieranno, come logico, solo le facoltà più redditizie (perlopiù facoltà scientifiche), in cambio dell’esclusiva su nuovi brevetti e pubblicazioni. Molto intelligentemente la borghesia farà affari d’oro, visto che gran parte dei ricercatori e dei materiali sarà pagata con i soldi delle tasse che gli studenti continueranno a pagare. Ma l’entrata dei privati porta con sé effetti ancora più nefasti: la borghesia è sempre meno disposta a concedere una parte del bilancio statale per finanziare l’università. Il sistema in cui essa prospera sta producendo sempre più disoccupati, anche chi riesce a raggiungere la laurea (in Italia solo l’8% dei giovani) si ritrova spesso disoccupato o a fare un lavoro diverso da quello per cui ha studiato.

Il problema è perciò quello di eliminare questo gran numero di laureati- disoccupati che hanno un costo, e di preservare il numero di lauree strettamente necessario a far funzionare il sistema capitalistico. Non ci servono così tanti laureati, pensa la classe dominante, meglio formare direttamente operai con diversi gradi di specializzazione. Ecco così che, mentre finora la selezione avveniva col numero chiuso e l’aumento esponenziale delle tasse (effetti dell’autonomia universitaria), oggi con la nuova riforma dei cicli scolastici la selezione viene spostata a monte.

L’entrata dei privati, infatti, come sta accadendo per gli atenei, anche per le scuole superiori porterà ad una divisione in istituti di serie A (che disporranno di finanziamenti) e istituti di serie B.

Chi avrà frequentato scuole migliori potrà molto più facilmente accedere ad atenei di serie A, a cui si rivolgeranno enti ed industrie per offrire lavoro. Gli altri saranno atenei "parcheggio", come esistono già nel Meridione, in attesa di una... futura disoccupazione.

A ben vedere questa fase che stiamo attraversando rappresenta un ulteriore aumento e irrigidimento della selezione di classe che avveniva anche quando l’Università era "diritto di tutti". A tale proposito riportiamo alcuni dati elaborati nel 1994 dall’Università di Bologna, dove il totale di laureati viene diviso per classi sociali.

Il 43 % proviene dalla borghesia (grandi e medi imprenditori e liberi professionisti), il 22% sono figli di impiegati, il 10% proviene da una famiglia piccolo borghese e il 14% da una operaia.

La selezione di classe è evidente se confrontiamo questi dati con quelli che dividono per professione la popolazione della Provincia di Bologna. Scopriamo che la borghesia rappresenta solo l’11% della popolazione, gli impiegati il 20%, la piccola borghesia il 24%, la classe operaia il 44%.

Per fermare questa selezione di classe è necessario che gli studenti si organizzino in collettivi di facoltà, aperti a tutti coloro che vogliano opporsi a questa situazione. Collettivi che si coordinino tra loro sviluppando un’analisi critica e un programma combattivo su cui riorganizzare le lotte.

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