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Università

Nella maggior parte delle università italiane quest’anno si concluderà il primo triennio di applicazione della riforma Zecchino. Il carattere classista di questa riforma è sempre più evidente. Tuttavia a Confindustria non basta: chiedono una selezione ancora maggiore. La Moratti non ha tardato a muoversi in questa direzione, presentando un disegno di modifica della stessa riforma Zecchino.


Aumenta la selezione…

 

Nella riforma Zecchino veniva lasciata una notevole autonomia di applicazione da parte delle singole università, soprattutto in materia di sbarramenti, principale strumento di selezione di classe. Moratti e rettori concordavano sulla necessità di inasprire i criteri di accesso all’università ed in particolare alle lauree specialistiche. Molti rettori, però, hanno preferito nicchiare ed applicare più morbidamente tali criteri. Tutto questo non l’hanno fatto per benevolenza ma per paura di provocare lo scoppio di lotte studentesche. Infatti nelle episodiche e parziali mobilitazioni studentesche di questi ultimi due anni è stata proprio la questione degli sbarramenti, oltre a quella delle tasse, ad essere al centro delle rivendicazioni.

Tuttavia Confindustria e Moratti non possono aspettare: la riforma Zecchino è stata concepita per aumentare la selezione all’università. Se non funziona, va modificata. Presto fatto: la Moratti ha presentato una proposta di legge che prevede la modifica del famigerato 3+2 della riforma Zecchino (tre anni di Laurea di Base e due anni di Laurea Specialistica) nell’1+2+2. Ci sarebbe così un primo anno comune tra i corsi di laurea “affini”, seguito da un percorso ad Y per gli anni successivi. E’ proprio l’anno comune la chiave di volta poiché è l’anno che, nella testa della Moratti, deve fare maggiore filtro tra gli studenti.

La proposta prevede che siano stabiliti dei criteri rigidi per individuare gli studenti in grado di proseguire verso la “laurea magistralis”, cioè una laurea quinquennale di ampio respiro, o verso una laurea professionalizzante di tre anni, che vale chiaramente meno sul mercato del lavoro. In pratica chi non va molto bene il primo anno per qualità o quantità di esami non potrà accedere alla laurea quinquennale, ma nella migliore delle ipotesi sarà costretto a terminare il proprio studio alla fine del terzo anno. E diciamo nella migliore delle ipotesi, perché il testo elimina l’articolo della riforma Zecchino che stabilisce di individuare criteri di prosecuzione degli studi, come se questa possibilità non venga contemplata. In pratica chi non risulterà adatto all’università potrebbe essere costretto a fermarsi al primo anno! Se consideriamo i dati dell’università riformata balza all’occhio l’enorme numero di studenti che al termine del primo anno non è riuscita a completare gli esami in tempo: un numero che in molte università arriva a comprendere oltre il 90% degli iscritti. Questi studenti non potranno accedere alla laurea con conoscenze generali, quella che consente di conseguire la successiva laurea magistralis, e forse neanche a quella professionalizzante. Va detto, per inciso, che il partito più entusiasta di tale feroce selezione è stato AN, che ha anche salutato con grande favore il ripristino di un percorso fortemente elitario (la magistralis), in continuità culturale con il loro punto di riferimento in tema di riforme dell’istruzione: Gentile.

 

aumenta il lavoro gratis…

 

Se quindi da un lato si ripristina un  corso di studi per “illustri dottori”, dall’altro il processo di settorializzazione viene portato ai massimi limiti, sempre in continuità con l’idea che chi non è degno di studiare almeno deve saper lavorare, possibilmente gratis. Infatti la proposta dell’attuale ministro prevede una modifica nel criterio di quantificazione dello studio, la famosa corrispondenza tra crediti e ore di studio. Un credito si ottiene con 25 ore di attività sotto diverse forme: frequenza, studio, tirocini, ecc. All’interno di queste 25 ore la Moratti vuole aumentare la percentuale di ore impiegate per il lavoro pratico. La riforma Zecchino prevede che il tempo impiegato in attività formative come stages e tirocini formativi presso imprese ed enti pubblici o privati non superi il 50% delle 25 ore per ogni credito. La Moratti ha pensato bene di eliminare questo vincolo di modo che non vi sia un limite al lavoro gratuito da offrire alle aziende. E’ a questo punto evidente la continuità tra la riforma della scuola e quella dell’università, entrambe tese a distinguere nettamente tra chi dovrà lavorare e chi, invece, dirigere.

 

i titoli perdono valore…

 

L’ultima modifica sostanziale della riforma Moratti riguarda l’ulteriore accentuazione della divisione degli atenei di serie A e di serie B. Questo non ci stupisce affatto se si dà un’occhiata all’autore della bozza di legge, De Maio, rettore della LUISS, una delle più prestigiose università private italiane. La bozza di legge stabilisce che il ministero possa decidere quali corsi di laurea e fino quale livello potranno essere attuati da ogni singola università, chiaramente in base a criteri non esplicitati. Possiamo scommettere che le prime università a possedere i requisiti richiesti saranno quelle private, tra le quali hanno un ruolo non secondario quelle cattoliche, che potranno dunque attivare corsi di ogni tipo e di ogni livello, da quello professionalizzante a quello magistralis. Inoltre ovvia conseguenza di questa modifica sarà la corsa delle università ad adeguarsi ai criteri richiesti, con conseguenti aumenti di tasse e quant’altro per renderle competitive sul mercato.

La differenziazione sempre più marcata tra i diversi atenei si riflette inevitabilmente nella differenza di valore dello stesso titolo di studio preso in atenei diversi. La laurea in lettere, ad esempio, di un ateneo prestigioso non verrà considerata pari ad un’identica laurea conseguita in un ateneo di serie B. I titoli di studio perdono così ogni valore legale.

 

…rispondiamo con la lotta!

 

La riforma Moratti dell’università si pone gli stessi obiettivi di quella della scuola: distinguere chi deve studiare per essere in grado di dirigere da chi invece deve lavorare. E’ evidente che il sistema meritocratico è la maschera della selezione di classe che assume il volto brutale della costrizione a fare un certo tipo di percorso o addirittura a interrompere gli studi. Tutto questo a vantaggio dei padroni, che potranno scegliere con più tranquillità i propri dirigenti tra i pochi dottori magistralis sul mercato, quasi sempre i loro figli, e potranno usufruire di più manodopera a costo zero. Ma se l’attacco nei confronti della libertà di scegliersi gli studi e i loro tempi è complessivo, dovrà essere complessiva la risposta degli studenti: studenti delle superiori ed universitari uniti contro le riforme di classe che ci impongono un presente ad un futuro di sfruttamento! Uniamoci a riprendiamoci il diritto allo studio!

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