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Contro i complotti dell’imperialismo Usa

Ancora una volta il Venezuela rivoluzionario conquista le prime pagine della cronaca politica internazionale. In Italia conosciamo bene questa dinamica. Dall’ascesa di Hugo Chavez ogni passaggio chiave della rivoluzione bolivariana è stato avversato dall’oligarchia e dall’imperialismo che hanno buoni amici nelle redazioni dei principali quotidiani italiani.

Come quando il 13 aprile del 2002, di fronte al golpe contro il presidente Chavez regolarmente eletto, Repubblica, quotidiano alfiere delle libertà democratiche, scriveva: “A meno di ventiquattro ore dalla rivolta popolare e dalle vittime di giovedì, il Venezuela ha un nuovo presidente provvisorio. È Pedro Carmona, 60 anni, capo della Confindustria locale”. A questo diluvio di falsità si unisce anche Il Fatto quotidiano, giornale tanto amato da una certa sinistra, che rispetto ai numerosi tentativi di colpo di Stato strisciante operati in Venezuela dalla destra e dagli oligarchi, con la benedizione di Obama, scrive un corsivo dal titolo “Chávez, Maduro e il ‘cimitero delle frottole’”.

La crisi economica

Il crollo del prezzo del petrolio ha messo in ginocchio l’economia venezuelana. Come spiega Il Sole 24 ore, “dopo anni di prezzi stabili su livelli elevati, in poco le quotazioni del greggio sono scese del 60 per cento, dai 115 dollari al barile di giugno fino a 45 dollari in gennaio, per risalire intorno a quota 60”.

Le entrate del settore petrolifero, che in passato avevano permesso al governo di migliorare la condizione della masse attraverso nazionalizzazioni e investimenti sociali, ora segnano il passo. L’inflazione è tornata a livelli da capogiro (circa il 60%) mentre il 2014 si è chiuso con una diminuzione del Prodotto interno lordo dell’ 1,8% e la scarsità di generi alimentari e di prima necessità è endemica.

Come abbiamo visto in questi anni, la borghesia venezuelana usa tutti i mezzi in suo possesso, legali ed illegali, economici e militari, per rovesciare il governo e chiudere definitivamente l’esperienza rivoluzionaria nata con Hugo Chavez.

Mentre alcune settimane fa il Presidente Maduro dichiarava di aver sventato un ennesimo tentativo di colpo di Stato ad opera di un settore dell’aeronautica militare, l’opposizione è scesa nuovamente in piazza. Il casus belli è stato l’arresto da parte della magistratura del sindaco di Caracas Antonio Ledezma con l’accusa di complicità golpiste. Questo personaggio non è nuovo a trame reazionarie. Era deputato del partito di governo Acción democraticadurante il massacro del Caracazo del 1989. Sostenitore del golpe del 2002, sospese le libertà democratiche e la Costituzione nella città di Caracas.

Alle provocazioni di piazza della destra si sono uniti il sabotaggio economico attraverso il quale l’oligarchia sta facendo levitare i prezzi dei beni di prima necessità e, come se non bastasse, le dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti d’America Obama, secondo il quale il Venezuela rapresenterebbe “una minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale degli Usa”. Non si capisce con quale autorità morale possa fare simili affermazioni l’amministrazione Obama, la stessa che, attraverso il Fondo nazionale per la democrazia e l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, tra il2013e il 2014 ha fatto giungere più di 14 milioni di dollari ai gruppi dell’opposizione in Venezuela, compresi i finanziamenti per le loro campagne elettorali nel 2013 e per le proteste anti-governative nel 2014. Le parole del “comandante supremo” colpiscono come un pugno nell’occhio se si pensa al trattamento che negli Stati Uniti viene riservato agli afroamericani (ci sono più neri nelle carceri oggi che schiavi nel 1850), per non parlare delle violazioni dei diritti umani a Guantanamo o le torture da parte della Cia fuori dal paese.

Ma se è vero che le parole di Obama trasudano di ipocrisia è anche vero che l’esempio della rivoluzione bolivariana continua ad essere un pericolo per l’imperialismo. Come spiega il comunicato della campagna internazionale Giù le mani dal Venezuela: “L’unica minaccia che il Venezuela presenta all’imperialismo statunitense è la minaccia di un buon esempio.

La Rivoluzione bolivariana in Venezuela ha sradicato l’analfabetismo, ha esteso massicciamente la libera istruzione e l’assistenza sanitaria, ha notevolmente ridotto la povertà e la disoccupazione, ha costruito alloggi accessibili per centinaia di migliaia di famiglie e, in generale ha ispirato un cambiamento progressista e democratico in tutta l’America latina ed oltre. L’appello di Chavez in favore del socialismo è arrivato a milioni di lavoratori e giovani del mondo che stanno soffrendo le politiche di austerità e di tagli. Anche negli Stati Uniti, migliaia di famiglie povere hanno beneficiato del combustibile fornito dal governo venezuelano”.

La forza delle masse

Ma l’esempio più importante dell’esperienza bolivariana è la forza delle masse. In ogni momento chiave dello scontro, Chavez prima e Maduro poi sono stati sostenuti e spinti in avanti dalla forza delle masse e in particolare della classe lavoratrice: durante il golpe del 2002, e poi durante la serrata padronale nel 2003, e ancora durante gli scontri elettorali e i tentativi di destabilizzazione del paese da parte dell’oligarchia. Ogni volta le masse sono scese nell’arena politica decise e coscienti, salvando il governo bolivariano. Oggi come allora la forza di Maduro è questa, come dimostra l’enorme mobilitazione popolare del 14 marzo a Caracas. Oltre 100mila persone: soldati, membri della milizia popolare uomini e donne del popolo che hanno manifestato contro l’imperialismo dimostrando di essere pronti a combattere. Su queste forze e sulla solidarietà del movimento operaio internazionale si deve basare la direzione del movimento bolivariano per espropriare i capitalisti e completare la rivoluzione, fermando per sempre boicottaggi economici e tentativi di colpo di Stato.

Il protagonismo delle masse non può tuttavia essere relegato solo ai giorni di festa e non si può aprire o chiudere come un rubinetto. Il cancro della burocrazia all’interno dell’apparato dello Stato è reale. Non è un caso che di tutte le esperienze di controllo e gestione operaia di fabbriche statali e occupate che fiorivano nel periodo di Chavez oggi non ne rimanga in piedi nemmeno una.

La questione della proprietà non è secondaria. Prendiamo il problema della distribuzione dei generi alimentari. A mancare sugli scaffali dei supermercati sono i prodotti il cui prezzo è regolato dallo Stato per contrastare l’inflazione. Il 70 per cento del settore alimentare è in mano dei privati e, solo nel 2014, 28mila sono state le tonnellate di alimenti destinati al mercato nero. Se i capitalisti non possono realizzare il profitto che desiderano, non metteranno in commercio i loro prodotti, o almeno, come nel caso venezuelano, non attraverso i canali regolari. Per l’ennesima volta, gli interessi delle masse e quelli di un pugno di super-ricchi non sono conciliabili.

Finché il processo rivoluzionario rimarrà a metà e non verranno nazionalizzati il sistema bancario, il latifondo ed i settori fondamentali dell’economia sviluppando il controllo operaio, che in Venezuela ha già avuto piccole ma significative esperienze, l’oligarchia avrà sempre uno strumento per sabotare, tramare e provare a rovesciare il governo boliviariano. A due anni dalla morte di Hugo Chavez è questo il compito fondamentale della transizione al socialismo in Venezuela.

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