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Verso il sesto congresso del Prc

 

Il secondo documento in discussione al congresso del Prc (Essere Comunisti) in un passaggio rivendica: “il riconoscimento dell’identità del popolo sardo e le sue istanze di autogoverno”.

Si tratta di una questione importante che non può essere affrontata in poche righe; abbiamo deciso pertanto, come sostenitori della quinta mozione di iniziare ad approfondirla, non banalizzandola o peggio trasformandola in uno specchietto per le allodole alla conquista di voti a buon mercato.

Cos’è l’autogoverno?

In primo luogo è importante dare una risposta a questa domanda che non ha una risposta scontata. I compagni dell’Ernesto si richiamano spesso alla tradizione del vecchio Pci ed è da qui che dobbiamo partire per comprendere a fondo le loro posizioni.

Nel documento sostengono che non solo quella sarda ma l’intera questione meridionale: “dev’essere assunta come questione nazionale, poiché nelle regioni meridionali la sconfitta della mafia siciliana, della camorra, della n’drangheta e della sacra corona unita è essenziale per disarticolare il blocco di potere dominante e per affermare la democrazia e lo sviluppo(…) Nell’ambito della questione meridionale occorre rilanciare la “questione sarda” attraverso il riconoscimento dell’identità di un popolo e delle sue istanze di autogoverno.”

Ne emerge che:

1) i compagni considerano la questione sarda come un segmento della questione meridionale senza comprenderne la specificità.

2) l’assunzione della questione meridionale e di quella sarda come “questione nazionale” viene intesa dal punto di vista dello stato italiano che è quanto ha caratterizzato la politica del Pci nel dopoguerra, e che ha trovato una sua espressione nella prima giunta che in Sardegna ha visto la partecipazione dei comunisti (la giunta Melis tra l’84 e l’89), la quale non riuscì neppure ad approvare un decreto che introducesse il bilinguismo in Sardegna.

Come dimostreremo, quando si parla di riconoscere l’identità di un popolo e le sue istanze di autogoverno ci si riferisce al federalismo, o più precisamente a quell’autonomismo che ha caratterizzato da sempre non solo la politica del Pci, ma anche quella del Partito Sardo d’Azione di Lussu e Bellieni.

Esiste una questione nazionale sarda?

In un famoso discorso tenuto al Senato, il 13 dicembre del 1953, Velio Spano difese la posizione del partito di Togliatti, tra le altre cose sostenendo che: “Lo Stato repubblicano e democratico non può tollerare che ogni iniziativa, qualunque essa sia, di imprenditori sardi, venga sistematicamente soffocata dalla concorrenza di più forti capitalisti rappresentati dai monopoli continentali. Lo Stato repubblicano e democratico non può tollerare che gli industriali e i proprietari continuino nelle nostre campagne a disgregare socialmente la vita sarda e la Sardegna, che possono continuare impunemente ad operare questa disgregazione alimentando la rivolta sociale in forme primitive. Lo Stato repubblicano e democratico non può tollerare l’esoso sfruttamento del produttore e del consumatore sardo…”.

Non si va oltre un orizzonte democratico-borghese: le sorti del proletariato e degli oppressi in Sardegna sono affidate allo Stato repubblicano e democratico e alle prospettive di sviluppo di una borghesia locale. In un articolo dello stesso Spano, pubblicato da Rinascita nel dicembre del ’53, si sostiene l’idea del “superamento” della questione nazionale sarda: “Il banditismo era allora guerra o guerriglia. Soltanto a metà del secolo scorso (XIX secolo. NdA), dopo che per più di cento anni la dominazione piemontese aveva sostanzialmente agito come le precedenti dominazioni straniere,(…) fu fatto uno sforzo per assimilare la Sardegna, per inserirla nella vita di uno Stato organizzato(…) Più tardi col costituirsi del Regno d’Italia, i sardi furono profondamente e durevolmente assimilati come non mai nel passato, sicchè una vera e propria questione nazionale sarda cessò definitivamente di esistere, i sardi sono diventati italiani(...) Ma poiché permaneva nel quadro della vita nazionale uno stato di inferiorità economica, sociale, culturale sui sardi oppressi da uno sfruttamento prevalentemente esterno di tipo coloniale, permanevano altresì ed anzi si accentuavano, i motivi di una rivendicazione generale autonomistica e si esasperavano gli incentivi innumerevoli alla rivalsa individuale non più contro lo straniero ma puramente e semplicemente contro l’oppressore (sottolineature nostre).

È qui teorizzata la linea autonomista del Pci le cui conseguenze pratiche citavamo poc’anzi parlando della giunta Melis: contrattare con Roma gli interessi dell’imprenditoria locale e della media e piccola borghesia, lasciando sostanzialmente invariate le condizioni di vita delle classi subalterne come si è visto dopo la seconda guerra mondiale.

La posizione dell’autogoverno del popolo sardo (come viene presentata dai compagni dell’Ernesto) non ha nulla a che vedere con la posizione leninista del diritto all’autodecisione, che come vedremo in seguito include il diritto alla secessione, seppure all’interno di una prospettiva di trasformazione della società in senso socialista.

In un certo senso i compagni hanno rovesciato la posizione di Lenin sulla questione nazionale. Difendono lo Stato repubblicano (borghese) unitario (seppure con maggiore autonomia per i sardi) in una ottica riformista e rivendicano la separazione su basi nazionali del movimento operaio come emerge da una risoluzione approvata allo scorso congresso regionale nella quale si chiedeva l’autonomia del partito sardo dalla Rifondazione Comunista.

La posizione di Lenin sulla questione nazionale

Si possono dare diverse interpretazioni del pensiero di Lenin ma su una cosa non c’è ombra di dubbio: si opponeva fermamente alla divisione dei partiti operai e dei sindacati su basi etniche e nazionali (si veda a tal proposito la polemica con il Bund ebreo) e rifiutava di accettare qualsiasi tipo di “autonomia” all’interno del partito (difendendo al contrario la necessità di un partito internazionale che andasse oltre le frontiere nazionali). Questo non significa che non riconoscesse il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Tra le due cose c’è una certa differenza.

Da questo punto di vista sono istruttive le polemiche che ha tenuto sia con i teorici dell’autonomia nazional-culturale (in particolare gli austromarxisti) che contro coloro che nel movimento rivoluzionario negavano l’esistenza del problema e risolvevano la questione nel quadro dell’internazionalismo proletario (tra questi Rosa Luxemburg).

Mentre i bolscevichi, cercavano una soluzione al problema nazionale attraverso il rovesciamento rivoluzionario dello zarismo e del capitalismo, i socialdemocratici austriaci avvicinavano la questione nello spirito di riforme piccole e graduali. Otto Bauer scrisse: “Noi per prima cosa presumiamo che le nazioni austriache rimarranno nella stessa unione politica nella quale esistono insieme nello stesso tempo, e chiediamo come le nazioni in questa unione aggiusteranno le relazioni fra loro, e fra loro e lo Stato”.

La risposta a questa posizione da parte di Lenin fu molto netta: “L’autonomia nazional-culturale implica precisamente il più raffinato, e perciò, il più dannoso, nazionalismo, implica la corruzione dei lavoratori con lo slogan della cultura nazionale e la propaganda profondamente dannosa e perfino antidemocratica della divisione delle scuole per nazionalità. In breve questo programma indubbiamente contraddice l’internazionalismo del proletariato ed è concorde solo con gli ideali del nazionalismo piccolo borghese” (Lenin, Il Programma nazionale del Posdr, 15 dicembre 1913).

Ovviamente Lenin rivendicava l’insegnamento di tutte le lingue esistenti su un territorio, ma non separando le scuole su basi nazionali, ma bensì con classi miste in cui tutte le lingue venissero insegnate con pari dignità.

Tuttavia come detto la posizione di Lenin non coincideva neppure con quella di Rosa Luxemburg che era all’opposto estremo e negava nei fatti l’importanza della questione nazionale nella lotta rivoluzionaria del proletariato.

Rosa Luxemburg a differenza di Otto Bauer era una rivoluzionaria intransigente e pertanto si poneva in Polonia il problema di mantenere la propria indipendenza di classe dai nazionalisti piccolo borghesi di Pilsudski che volevano assoggettare il proletariato polacco in una lotta contro il “comune nemico russo” che opprimeva i polacchi. Il Partito socialista polacco (Pps) di Pilsudski non era in realtà un partito operaio ma bensì un partito nazionalista piccolo-borghese dal carattere interclassista che a un certo punto, nel 1906, si scisse. Dopo la prima guerra mondiale la vecchia sinistra del Pps si staccò definitivamente dal nazionalismo piccolo borghese e finì col fondersi con i socialdemocratici polacchi, che diedero vita al Partito comunista operaio polacco, mentre l’ala destra, durante la prima guerra mondiale finì con l’organizzare la Legione Polacca, che combatteva a fianco dell’imperialismo austro-tedesco dimostrando fino a che punto Rosa Luxemburg avesse tutta la ragione di questo mondo a diffidare di questi nazionalisti “progressisti” e “amici” del proletariato.

Lenin si esprimeva in questi termini rispetto alle osservazioni di Rosa: “pur comprendendo la vostra situazione di socialdemocratici polacchi, che hanno come primo compito quello di lottare contro la propria borghesia e dunque contro i nazionalisti polacchi, non potete chiedere ai socialdemocratici russi di rimuovere dal programma lo slogan del diritto all’autodecisione dei polacchi. Anche noi come socialdemocratici russi abbiamo il dovere di lottare contro la nostra borghesia e contro lo zarismo ed è solo così che i rivoluzionari russi possono dimostrare ai polacchi che non hanno alcun desiderio di opprimerli, gettando le basi per l’unità di entrambi i popoli nella lotta rivoluzionaria”.

Con una brillante applicazione della dialettica, la posizione di Lenin del diritto all’autodecisione non è diretta a dividere i lavoratori e i popoli russo e polacco, ma al contrario ad unirli su basi rivoluzionarie.

Per Lenin non si tratta di un diritto formale ed astratto alla separazione ma un modo per liberare i lavoratori dai nazionalisti borghesi e piccolo-borghesi e non significava che i lavoratori avessero “il dovere di votare per la separazione”, ma esclusivamente quello di opporsi a tutte le forme di oppressione nazionale e al mantenimento forzato di una nazione all’interno dei confini di un altro Stato.

In nessun modo Lenin considerava il diritto all’autodecisione una panacea applicabile in tutte le circostanze ma in generale un diritto da subordinarsi agli interessi della classe lavoratrice a livello nazionale e internazionale (ad esempio non si doveva appoggiare il diritto all’autodecisione se questo significava rafforzare l’imperialismo o trascinare i lavoratori in una guerra che li avrebbe condotti al massacro).

In quello che probabilmente è uno dei pochissimi articoli condivisibili scritti da Stalin (in realtà scritto sotto l’influenza diretta di Lenin) nel 1912, La questione nazionale e il marxismo si spiega questo concetto: “Una nazione ha il diritto di organizzare la propria vita su linee autonome. Ha persino il diritto alla secessione. Ma questo non significa che debba farlo in ogni circostanza, che l’autonomia o la separazione, siano sempre e comuque vantaggiose per la nazione, cioè per la maggioranza della popolazione, vale a dire le classi lavoratrici. Ma quale soluzione sarà la più compatibile con gli interessi delle masse lavoratrici? Autonomia, federazione o separazione? Tutti problemi la cui soluzione dipenderà dalla situazione storica concreta nella quale una data nazione si trova”.

La Sardegna è una nazione?

Secondo Otto Bauer il leader degli austromarxisti la nazione è “l’insieme di persone legate in una comunanza di carattere da una comunità di destini” (Otto Bauer, Die Nationalfrage and die Sozialdemokratie). Si tratta di un approccio non scientifico, ma soggettivo e “psicologico” per non dire mistico. Una posizione opportunista che come detto mirava a risolvere la questione nazionale nell’impero austro-ungarico facendo concessioni al nazionalismo borghese.

Sempre nell’articolo La questione nazionale e il marxismo già citato in precedenza si da una definizione marxista di nazione: “Una nazione è un’entità stabile di linguaggio, territorio, vita economica, formazione psicologica, che si è storicamente evoluta e si manifesta in una cultura comune”.

Da questo punto di vista non c’è dubbio che la Sardegna sia una nazione a tutti gli effetti: ha una lingua, un territorio comune, una storia e una cultura condivisa ed è unita da legami economici.

Tuttavia la chiave per comprendere a fondo la questione sta proprio in quella proposizione in cui si dice che la nazione è un’entità “storicamente evoluta”. La dialettica non procede per definizioni astratte e formali, ma da una valutazione concreta di processi viventi, di come le cose si sviluppano, cambiano ed evolvono. Una nazione non è qualcosa di fisso o statico. Può cambiare ed evolvere.

Da questo punto di vista c’è un interessante contributo che ci viene dai compagni di un circolo tematico del Prc che si è recentemente formato a Tula nella provincia di Sassari e che vorremo trattare in questo testo.

Il nome che si sono dati è Kontra! Currente indipendentista de Rifondazione Comunista e il testo a cui ci riferiamo si chiama: Proposta di discussione per un nuovo orientamento.

Il testo apre con una citazione del giovane Gramsci nella quale si attribuisce l’arretratezza della Sardegna all’intera “civiltà del Nord” ma poi nel corso delle lotte del proletariato torinese Gramsci rivalutò la sua analisi: (…) Cominciò a farsi lucida nello studente l’idea che i veri oppressori dei contadini e dei piccoli proprietari e del medio ceto impiegatizio dell’isola e di tutte le classi povere del Mezzogiorno fossero non gli operai dell’industria insieme alle classi proprietarie del Nord, come a lungo aveva creduto, ma le classi proprietarie del Nord insieme ai gruppi reazionari sardi (…)

Come sottolineano correttamente i compagni di Tula: “Gramsci di fronte ad una classe operaia determinata a sferrare l’assalto al cielo non poteva che rivalutare la propria analisi. L’onda rivoluzionaria del proletariato del Nord avrebbe investito l’Italia intera, rigenerando ‘quella vena d’acqua che alimentava la Sardegna’”.

Ma aggiungono subito dopo con una certa amarezza: “Nessuna onda rivoluzionaria ha investito alcun lembo del territorio italiano, tanto meno abbiamo assistito al rifiorire della nostra terra” e ancora: “L’arretratezza economica sociale in cui il colonialismo ieri e la politica neoimperialista oggi ha scaraventato la Sardegna, non può aspettare quell’onda rivoluzionaria che quel proletariato non ha alcuna intenzione di innescare”.

Ci sono a seguire una serie di affermazioni che a noi paiono quanto meno esagerate e certamente pessimiste rispetto allo strapotere del capitalismo e il ruolo della classe operaia oggi:

“Le trasformazioni sociali avvenute in occidente appaiono irreversibili”, “Una coesione sociale senza precedenti ha sancito il de profundis della classe operaia come soggetto antagonista, il disegno capitalista di frammentare il proletariato per scongiurare una sua ricomposizione rivoluzionaria è giunto a termine”.

I compagni parlano anche di una “diffusa aristocrazia operaia garantita, protetta e fortemente sindacalizzata, composta in gran parte da quelle figure operaie specializzate, dagli addetti intoccabili dei servizi pubblici in generale”.

Per quanto ci riguarda crediamo che se da una parte i compagni di Kontra! hanno il merito di riproporre una discussione sulla questione nazionale sarda partendo da un’ottica marxista, dall’altra non si possono condividere quelle tesi che considerano un settore maggioritario del proletariato (sostanzialmente quello con contratto fisso) come garantito e “colluso” con il sistema, individuando solo negli esclusi e nei precari i soggetti della trasformazione.

I compagni parlano di una contraddizione che attraverserebbe la società non su linee classiche ma tra un blocco sociale composto dalle classi dominanti e dai proletari “garantiti” e “imborghesiti” in antagonismo con i precari e gli esclusi.

Si finisce poi per cadere quasi nella disperazione quando si afferma che anche: “Questo nuovo proletariato la cui molteplice struttura non consente la nascita di nuove forme di organizzazione di classe… non può essere atteso come il fattore che rovescerà i rapporti di forza a scapito del capitalismo. Seppure calpestato e relegato ad ultimo gradino della società è spinto dalla stessa a comportarsi da farfalla pur non possedendo le ali”.

Che cosa ne resta? Un generico antimperialismo che mancando la forza del proletariato (che almeno nei paesi avanzati sarebbe imborghesito) è “nel movimento antimperialista delle immense masse proletarie e semi-proletarie dei cosiddetti paesi in fase di sviluppo che si troveranno le energie per modificare i rapporti di forza tra le masse diseredate del pianeta”.

Una riedizione della linea terzomondista che ci pare abbia fallito in passato e che sia ancora più improponibile oggi quando il proletariato non solo non si è imborghesito ma viene duramente colpito dalla crisi del capitalismo e diventa una classe largamente maggioritaria e determinante anche in quei paesi dove in passato per la debolezza della classe operaia che era fortemente minoritaria la guerriglia la faceva da padrone. Si guardi ad esempio a quanto sta avvenendo in paesi come Argentina, Venezuela e Bolivia.

I compagni correttamente affermano che non può esservi lotta di liberazione nazionale senza lotta di classe in Sardegna come nel resto del pianeta, e questo certamente li distingue dalle altre forze indipendentiste dal carattere interclassista come Sardinia Natzione o Indipendentzia Repùbrica de Sardigna-Irs (quest’ultima si richiama allo zapatismo ma nel suo manifesto fondativo non fa alcun riferimento alla classe operaia) ma il loro scetticismo sulla possibilità di unificare il proletariato attorno a un programma anticapitalistico li porta a cadere nello stesso errore che viene fatto dai compagni dell’Ernesto, anche se ci arrivano per altre vie, quando affermano che Kontra!: “lavora affinchè in Sardegna si soddisfi la necessità storica di un Partito comunista sardo, lavora affinchè nel Prc avvenga questa trasformazione.”

I compagni si considerano leninisti, ed è per questo che in maniera fraterna rivolgiamo loro queste osservazioni, come le rivolgiamo ai compagni dell’Ernesto, non con spirito volgarmente polemico ma per approfondire delle questioni che avranno un’importanza decisiva per il proletariato sardo nei prossimi anni. Per quanto ci riguarda questi rilievi aprono solo la discussione e non la chiudono di certo.

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