Claudio Bellotti intervistato da Liberazione - Falcemartello

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«Noi al governo, il disastro comincia da lì»

Claudio Bellotti ha 38 anni. Il che lo fa il più giovane leader di "area" dentro il Prc. D'altra parte ha cominciato presto: a 15 anni si è iscritto alla Fgci, «ma mi hanno cacciato subito, perché leggevo i libri sbagliati e frequentavo le persone sbagliate». Però, uno così non è che si arrende. E infatti lui e il suo gruppo, legato alla rivista trotzkista "Falce e martello", hanno continuato la battaglia politica approdando a Rifondazione, «non senza resistenze iniziali ad ammetterci».

 Ma la sfida era troppo accattivante: «Era la fase, '92-'93, in cui il Prc ha avuto lo slancio maggiore - ricorda quasi con nostalgia - quello del massimo afflusso. Non c'era solo il "vecchio Pci", c'erano anche tanti giovani, tanti delegati del sindacalismo di base. E' stata la stagione più feconda, vivace e battagliera, quella che ha insegnato tanto anche a noi». Da allora di cose ne sono successe, ma Bellotti ha continuato a portare avanti le sue idee nel partito, sempre da «posizioni di sinistra, di minoranza». «Sono entrato nel Comitato politico nel '96 ed ero già contro la nostra partecipazione alla maggioranza che sosteneva il governo Prodi».

Allora è vero: ti piace proprio stare all'opposizione... (risatina) Però, hai scelto di rimanere nel Prc.

Scherzi a parte, le scissioni sono un aspetto della crisi che stiamo vivendo. Io considero sempre un errore sottrarsi alla discussione, perché poi arriva il momento, come adesso, in cui c'è da prendere delle decisioni. Da Venezia siamo usciti sapendo che la linea politica della maggioranza avrebbe incontrato difficoltà e scontato contraddizioni. Abbiamo detto no all'espulsione di Franco Turigliatto (il senatore "dissidente", ndr), ma anche ad ogni Aventino. Non è questione di quanti voti hai o non hai; è questione di esserci e poter interloquire con tutti. Ora tutte le posizioni possono avere pari dignità politica.

Cause della sconfitta?

Intanto bisogna capire quando è cominciata. Secondo me, con l'entrata nel governo Prodi. Si sono prodotte due fratture. La prima con i movimenti: e la piazza del 9 giugno contro Bush ne è la manifestazione plastica. La seconda, ben più pesante, con la nostra base sociale di riferimento sul welfare. Si è pensato di poter cambiare in parlamento un accordo che era immodificabile; non si è fatta la battaglia fino in fondo, anche uscendo dal governo. In mezzo, la via crucis di Vicenza, dei Dico, del G8. Una vera e propria grandinata, al punto che i nostri elettori si sono chiesti: a che serve votarli?

E quali rimedi? «Costituente della sinistra», come propone Vendola, o «ricostruzione del Prc e federazione con le altre forze» come sostiene Ferrero?

Prima delle formule dovremmo discutere di contenuti e pratiche. Il guaio di questo partito è proprio che da tempo non discute del proprio programma, guardando a ciò che accade nella società, nel mondo. Quanto alle formule, la costituente della sinistra equivale alla divisione della sinistra; la si sconta in partenza quando si dice "chi ci sta ci sta". Ed è disastroso inseguire altre forze che si stanno sempre più avvicinando al Pd. Il rischio della proposta federativa, invece, è di riprodurre il fallimento che abbiamo già visto e di arrivare ad un superamento del Prc a rate. Inoltre sottrae decisionalità al partito: chi decide cosa? Il problema dell'unità della sinistra c'è, ma deve essere sul piano dell'azione per battaglie comuni, guardando anche alla nostra sinistra e non solo alla nostra destra. E sempre nella chiarezza della proposta politica. La nostra è la mozione "della svolta operaia".

Non vi mette in crisi il fatto che non è più attraverso il lavoro che si formano le identità politiche e sociali?

So anch'io che non ci sono automatismi, ma so anche che se sei schiavo nei luoghi di lavoro lo sei anche fuori. Noi dobbiamo ricostruire un insediamento nei luoghi di lavoro, vecchi e nuovi, nei conflitti che lì si producono, checché ne dica Veltroni. Ovviamente dobbiamo saperli interpretare e praticare, non solo parlarne. Se si parte da lì si hanno le basi per affrontare gli altri veleni (come il razzismo).

Il congresso si giocherà sul filo dei numeri. Avete preso in considerazione l'ipotesi di alleanze?

Noi, intanto, discutiamo nel Cpn e non nei corridoi, come fa qualcuno, e siamo contrari a logiche "parlamentariste" tipo appoggi esterni e via così. Ciò premesso, nel congresso nazionale è vitale che non si affermi la prospettiva liquidatoria del partito. Su questa base, e nella chiarezza, si potrà fare una selezione dei gruppi dirigenti, dai circoli fino al vertice. Selezione sulle effettive capacità di ricostruzione del partito, di ascolto, di farsi carico della difficoltà dell'impresa; persone disposte ad un lavoro sacrificato e volontario. Sarebbe un cambiamento radicale. E a Nichi Vendola vorrei dire una cosa.

Prego.

Vedo una spiegazione unilaterale della sconfitta, tutta proiettata sul versante del mutamento sociale. Mi viene in mente la famosa frase di Brecht: "Se il governo ha perso la fiducia del popolo, è ora di cambiare popolo". E' un falso oggettivismo e un'autoassoluzione: il problema non è che la società è cambiata; il problema sono le risposte che abbiamo dato, le scelte che abbiamo compiuto. In questi anni nel Prc si è fatto tanto dibattito teorico, peccato che scindere le idee dalle battaglie sia un'enormità politica. Si è visto com'è andata. Il comunismo come "atteggiamento culturale? Se qualcuno mi indica un metodo più efficace io sono pronto. Ma finora non ne ho visto nemmeno uno. Perciò io Marx me lo tengo stretto. E anche Gramsci, Lenin e Rosa Luxemburg.

Romina Velchi, 14 maggio 2008

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