Sintesi della quarta mozione - Falcemartello

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Una svolta operaia per una nuova Rifondazione comunista

Pubblichiamo la sintesi della nostra mozione per il settimo congresso del Prc. Crediamo sia un utile strumento da utilizzare in tutte le assemblee di presentazione dei documenti e in tutti i congressi di circolo

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Il fallimento inglorioso dell’Unione costituisce la prova inappellabile della sconfitta della linea del congresso di Venezia. La rottura tra il partito e la nostra base sociale è stata drammatica, il prodotto di una lunga serie di cedimenti, adattamenti, travestimenti della realtà, di cui il passaggio qualitativo è stato l’approvazione del protocollo sul welfare.

L’operazione maldestra e opportunista della lista Arcobaleno è rapidamente esplosa di fronte alla prima prova elettorale.

La proposta di percorsi costituenti di una “sinistra unitaria” maschera coscientemente il fatto che i nodi politici fondamentali non sono stati sciolti. Sinistra di classe e alternativa o sinistra “di governo” e subordinata al Pd? Sinistra anticapitalista o sinistra inserita nell’orizzonte dell’Internazionale socialista? Queste domande oggi più che mai necessitano di una risposta chiara e trasparente.

Non vediamo una differenza qualitativa fra le proposte di costituente e quelle di federazione, un tentativo di andare nella medesima direzione ad un ritmo più lento, ripiombando immediatamente nelle contraddizioni che in questi due anni hanno portato alla sconfitta politica del nostro partito.

È da respingere anche la proposta di “Unità comunista” così come attualmente si configura, ossia come ritorno alla Rifondazione precedente alla scissione del 1998. Quella divisione non è affatto superata perché quello che ha rischiato di ucciderci, oggi come negli anni ’90, è stato precisamente il governismo e la subordinazione al centrosinistra, difesi tuttora dai dirigenti del Pdci.

Rifondazione comunista rimane la forza principale della sinistra, abbiamo il dovere di investire tutte le nostre forze nel rilancio di questo partito, nell’elaborazione di basi politiche, programmatiche e organizzative che possano riaprire un percorso credibile per tutti i compagni e le compagne.

Mai come oggi la destra e l’estrema destra conquistano facilmente terreno, diffondono la loro ideologia reazionaria, sviluppano le loro campagne ideologiche oscurantiste e regressive e si muovono con un’impunità e un’agibilità inedite.

Tale avanzata della destra è accompagnata da una violenta offensiva padronale. I padroni vogliono mano libera su tutto: salario, orari, flessibilità, mercato del lavoro, formazione: puntano a demolire tutti i vincoli e gli ostacoli.

Alla demagogia reazionaria della Lega e della destra e all’attacco padronale non si risponde con la sinistra dei salotti che fa appello ai buoni sentimenti. Una controffensiva è necessaria, ma saremo credibili solo se la nostra battaglia si legherà a una prospettiva di classe coerente che leghi l’antifascismo e l’antirazzismo alle nostre battaglie sociali.

La campagna elettorale e le successive reazioni hanno confermato in modo inequivocabile la natura compiutamente borghese del Partito democratico. La scelta di correre “libero” da parte di Veltroni, non è stata una scelta tattica, ma una decisione assunta in coerenza con quella che è la missione di fondo che il Pd si è dato fin dal suo nascere: distruggere la sinistra nel nostro paese e ogni forma di rappresentanza di classe.

Alla linea dell’“autosufficienza” del Pd si contrappone ora D’Alema, che sull’onda della sconfitta ripropone una logica di alleanze dove la sinistra sia totalmente subalterna alle scelte del Pd. È un’offensiva insidiosa che va respinta.

Se è vero che il governo di destra sarà il nostro primo nemico nei prossimi anni, è altrettanto vero che nessuna alternativa reale verrà dal Pd; l’unica via per una rinascita del nostro partito è quella di un conflitto antagonista anche nei confronti dello stesso Partito democratico.

Questo significa non solo rifiutare ogni tentativo di riproporre una nuova versione dell’Unione o del centrosinistra, ma anche rompere quelle alleanze locali che tuttora vedono il nostro partito coinvolto in amministrazioni regionali e comunali responsabili di privatizzazioni, liberalizzazioni, precarizzazione e tagli.

La maggioranza del gruppo dirigente della Cgil sta assumendo rapidamente l’armamentario che per anni ha contraddistinto la Cisl. Se non un sindacato unico vero e proprio, è certo che si vede avanzare una sorta di “cislizzazione” della Cgil.

Oggi il vertice sindacale si appresta ad una nuova e più pesante capitolazione entrando nella trattativa sulla controriforma del contratto nazionale di lavoro. Va condotta una campagna seria e sistematica fabbrica per fabbrica, categoria per categoria, Rsu per Rsu, in difesa del contratto nazionale e in favore di una piattaforma sindacale radicalmente alternativa e anticoncertativa. Va sostenuta ogni eventuale forma di resistenza che il gruppo dirigente della Fiom dovesse decidere di opporre alla deriva della Cgil, ma soprattutto va appoggiata la battaglia della Rete 28 aprile, unico settore della Cgil a farsi carico, pur con insufficienze limiti e di organizzare un’opposizione dal basso al protocollo del 23 luglio (nel silenzio dei vertici del Prc) e al rinnovo contrattuale dei metalmeccanici.

La situazione creata dall’ulteriore involuzione della Cgil ci deve spingere a riaprire tutti i possibili terreni di convergenza e azione comune, sulla base di piattaforme condivise e di un metodo ispirato ai criteri della autentica democrazia sindacale. Non si tratta di proporre l’ennesima “costituente” in campo sindacale fra la sinistra di Cgil e Fiom e chi è collocato nel sindacalismo di base, ma di allargare il più possibile il fronte della lotta contro il nuovo patto concertativo.

* Di fronte alla crisi economica e sociale, al fallimento completo delle politiche di liberalizzazione, dobbiamo adottare un programma di rottura con le compatibilità capitaliste che abbia al centro l’idea della nazionalizzazione e del controllo operaio dei settori economici strategici. Strettamente legata a questa proposta è quella della inversione del processo di privatizzazione che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni.

* È necessario compiere una vera e propria rivoluzione interna che faccia piazza pulita dei veleni del carrierismo e dell’istituzionalismo. Il gruppo dirigente responsabile dell’attuale disastro deve essere messo da parte per creare le condizioni di una rinascita del nostro partito.

L’apparato del partito va selezionato in modo trasparente, democratico e mantenuto sotto un costante controllo della base e dei militanti. Va introdotto innanzitutto in forma rigida e inderogabile il criterio del salario operaio a tutti i livelli istituzionali e per qualsiasi incarico di partito. Va introdotto un meccanismo effettivamente democratico di selezione delle candidature da parte dei militanti per tutti i livelli elettorali. 

* Con l’espressione “svolta operaia” intendiamo quindi sottolineare 1) la necessità di un programma intransigentemente di classe; 2) la necessità di combattere tutta quella revisione ideologica che per varie vie tende a sminuire o a negare la centralità della lotta di classe; 3) la necessità di un partito saldamente insediato nella classe lavoratrice, nel quale strutture, apparati, gruppi dirigenti, metodi di funzionamento e democrazia interna vengano subordinati a questo obbiettivo essenziale.

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