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Dietro la maschera “democratica” del re si nasconde una feroce dittatura

Al nuovo re del Marocco Mohammed VI piace presentare il paese sul quale regna dal 1999 come uno Stato che si muove rapidamente verso la modernità e la democrazia e ha recentemente affermato nel corso di un intervista a Le Figaro, uno dei principali giornali francesi, che il suo obiettivo è quello di instaurare una monarchia stabile e democratica.

Tuttavia, a dispetto di queste belle intenzioni, quella esistente in Marocco è una vera e propria monarchia assoluta e antiparlamentare. Infatti, se formalmente esiste un parlamento regolarmente eletto, questo non si fa scrupolo di votare qualsiasi legge antidemocratica che venga sostenuta dal palazzo reale.

Come denunciato da alcuni militanti marxisti marocchini la cosiddetta legge sulla “libertà di stampa” nella realtà è una sostanziale beffa. Infatti, non un solo articolo della Costituzione e delle leggi che vietano la libertà di opinione in questi anni è stato cambiato. Non ci sono cambiamenti sul piano penale e della libertà pubblica e ci sono ancora arresti e condanne degli attivisti per i diritti civili. Diversi giornali sono stati chiusi per il fatto di aver denunciato la tortura e la “sparizione” di numerosi militanti politici e sindacali dell’opposizione. Per quanto riguarda i diritti sindacali fondamentali essi sono negati dalla legislazione vigente e misure intimidatorie e repressive colpiscono chi organizza scioperi o manifestazioni. Infine, le norme anti-terrorismo hanno come unico scopo quello di riempire le carceri marocchine di ogni genere di oppositori politici, perseguitati e costretti alla clandestinità. La stessa legge sulle organizzazioni e i partiti politici lega le possibilità di costituire una formazione politica all’esclusiva e assoluta volontà del re.

A partire dal 1980 tutti i governi marocchini hanno applicato le misure suggerite dal Fmi e dalla Banca Mondiale che hanno comportato le privatizzazioni e l’eliminazione di qualsiasi tipo di previdenza sociale, provocando un drastico calo delle già precarie condizioni di vita dei lavoratori. Oggi la situazione è ulteriormente peggiorata: tutti i settori dell’economia sono in crisi e ogni anno l’Università del Marocco partorisce migliaia di giovani neo-disoccupati. In un contesto di questo tipo, in assenza di un forte movimento di massa e a causa delle debolezze dei due principali partiti di sinistra (Partito del Socialismo e del Progresso e Voce Democratica) formalmente all’opposizione, ma perfettamente integrati nel sistema politico, il  fondamentalismo islamico, autore del recente attacco terroristico di Casablanca, cerca di utilizzare a proprio vantaggio il malcontento della popolazione. Chiaramente, il capitale straniero domina l’intera economia. Recentemente il Ministro del Commercio americano, durante la sua visita a Rabat, dopo la missione diplomatica del ministro degli Esteri Colin Powell ad Agadir e a Casablanca, ha presentato un piano, già proposto dagli Usa alcuni anni fa, il quale prevede la creazione di una zona di libero scambio tra gli Usa e il Marocco. Tale progetto ha lo scopo di liberalizzare il commercio e di favorire le transazioni commerciali e i rapporti d’affari con gli stati del Nord Africa.

Le caratteristiche della classe dominante marocchina sono quelle proprie di una borghesia reazionaria e incapace di giocare un qualsiasi ruolo progressista: i suoi interessi sono legati a quelli del capitalismo internazionale e quindi alle multinazionali francesi e/o statunitensi che dell’Africa hanno deciso di fare il loro terreno di scontro principale (basti ricordare le innumerevoli guerre civili per procura in cui le opposte fazioni sono sostenute dall’uno o dall’altro imperialismo, valga per tutti l’esempio recentissimo della Costa d’Avorio). La borghesia dei paesi ex-coloniali è incapace di portare avanti i compiti classici della rivoluzione democratica (la lotta contro l’assolutismo, la conquista dei diritti democratici e liberali, la riforma agraria ecc.). Questi compiti possono essere portati avanti solo dai lavoratori alleati con i contadini poveri. Solo una rivoluzione socialista che spezzi l’oppressione del capitalismo internazionale può offrire un futuro di benessere e democrazia in tutta l’area del Maghreb e in tutto il mondo ex-coloniale.

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