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La rivoluzione

contadina e il regime di Mugabe

Negli ultimi mesi i mass media hanno rivolto la loro attenzione su quanto avveniva in Zimbabwe, dove i contadini senza terra, giovani, disoccupati ed ex militari della guerra d’indipendenza hanno occupato le grandi fattorie agricole dei proprietari bianchi. La morte di alcuni di questi è stata utilizzata per dire che si trattava di una sommossa dominata da bande di teppisti. Nessun governo occidentale si è preoccupato quando Tsvangirai, leader della confederazione sindacale dello Zimbabwe, è stato brutalmente malmenato dagli squadristi al soldo del governo e spedito in carcere, né quando la sede centrale del sindacato è stata incendiata.

Adesso che 50 o 60 mila contadini poveri stanno occupando un migliaio di fattorie, presentano questo movimento come il frutto dei pregiudizi razzisti contro le famiglie bianche lavoratrici ad opera di neri invidiosi e vendicativi.

Il presidente dello Zimbabwe, Mugabe, e il suo governo stanno appoggiando attivamente le occupazioni. I governi occidentali, e in particolare quello laburista britannico, stanno ipocritamente condannando queste occupazioni "illegali" e chiedono al presidente Mugabe di mantenere il controllo legale della situazione. Il vice ministro degli interni dello Zimbabwe ha dichiarato che la polizia non interverrà per non provocare una guerra civile. È stato votato dal Parlamento un emendamento alla costituzione che autorizza il governo ad appropiarsi della terra controllata dai bianchi.

Queste espropiazioni non sono il frutto un movimento spontaneo. Sono state organizzate e orchestrate da gente molto vicina al regime. Fanno parte di un preciso disegno politico del presidente Mugabe e della sua squadra per deviare l’attenzione in un momento in cui il suo consenso fra la popolazione comincia a calare, e si avvicinano elezioni, che potrebbero vedere il partito di governo (ZANU-PF) sconfitto per la prima volta.

Mugabe, comportandosi da bonapartista, cerca di mobilitare un settore della popolazione contro l’altro. Questa è stata la sua politica fin dalla conquista dell’indipendenza 20 anni or sono.

La forte frustrazione dei contadini poveri è il risultato del compromesso fatto alla conquista dell’indipendenza nel 1980. I due movimenti guerriglieri (ZANU e ZAPU), avevano raccolto un notevole appoggio fra i braccianti e i giovani. La "fame di terra" fu una forza determinante per il movimento indipendentista. Senza dubbio la lotta per la conquista del potere da parte della maggioranza nera fu interpretata non solo come una lotta contro l’oppressione razzista, ma anche come lotta di liberazione sociale.

Gli accordi di Lancaster House lasciarono però intatte le strutture economiche e politiche dello lo Stato capitalista. La promessa di avviare una redistribuzione della terra, prese la forma di "acquisto volontario - vendita volontaria". Una speciale clausola dell’accordo comprendeva una garanzia di dieci anni contro qualsiasi forma di esproprio. L’Inghilterra all’epoca acconsentì a garantire i fondi per acquistare la terra dai proprietari bianchi.

Da allora solo 50 mila famiglie hanno ricevuto la terra dal governo. 4500 proprietari bianchi possiedono 11 milioni di ettari della migliore terra coltivabile dello Zimbabwe. Su queste terre lavorano 1,2 milioni di braccianti neri. Circa un milione di neri posseggono 16 milioni di ettari, spesso nelle regioni più colpite dalla siccità. Queste contraddizioni stanno alimentando le frustrazioni delle masse contadine. Enormi fattorie moderne e meccanizzate sono spesso divise da un semplice recinto dai contadini poveri che vivono sotto il livello minimo di sussistenza in capanne di fango.

"Risanamento strutturale"

Con la stagnazione dell’economia nel 1990, il governo si è rivolto all’FMI e alla Banca Mondiale e ha adottato piani di risanamento strutturale. Questo ha portato il paese al collasso.

Le misure del FMI hanno fatto precipitare la crisi alimentare. Lo Zimbabwe aveva sempre prodotto un surplus di mais con riserve che superavano un milione di tonnellate come scorte per gli anni di siccità. Ma ora è costretto a importare il mais perché la Banca Mondiale ha costretto il governo a vendere le sue riserve per fare profitti.

In cinque anni il FMI ha distrutto il 40% della formidabile produzione industriale dello Zimbabwe che in passato era il quarto paese più industrializzato dell’Africa (dopo Sud Africa, Nigeria ed Egitto). Il livello di vita dei lavoratori è sceso quasi del 50% e i passi avanti fatti nel campo della sanità e dell’istruzione elementare sono stati cancellati.

L’incidenza dell’Aids sta aggravando la crisi sociale. Oltre un milione di persone sono morte di Aids negli ultimi dieci anni. Funzionari dell’agricoltura stimano che la perdita di forza lavoro dovuta all’Aids ha portato ad un calo della produzione del mais del 61%, del cotone del 47% e degli ortaggi del 49%.

L’impopolare intervento militare (con il coinvolgimento di 10.000 soldati delle forze armare dello Zimbabwe) nella repubblica democratica del Congo sta accentuando l’insoddisfazione verso il governo. L’opposizione popolare si organizza. Sono nati gruppi per la difesa dei diritti umani, gruppi di azione urbana, associazioni per la difesa delle donne. Contadini affamati hanno invaso le fattorie. Veterani di guerra insoddisfatti sono scesi nelle strade, ma più importante è il fatto che il movimento sindacale si sia rivitalizzato.

L’opposizione

Lo scorso anno lo ZCTU, l’organizzazione sindacale nazionale, ha formato una nuova organizzazione politica, che ha risvegliato le speranze dei lavoratori, il Movimento per il cambiamento democratico (Mdc). I suoi dirigenti si dichiarano socialdemocratici e guardano a Blair e alla destra laburista per una guida politica.

Il manifesto dell’Mdc impegna il partito alla "democrazia sociale" ma l’organizzazione non espone un programma chiaro per l’occupazione, la distribuzione della terra, l’istruzione e la sanità gratuita; non rifiuta le privatizzazioni ed ha accettato le misure dell’Fmi per un piano di risanamento strutturale. Il grande capitale a livello nazionale e a livello internazionale e gli agricoltori bianchi già si riuniscono intorno a quel partito promettendogli il loro appoggio. Il problema di fondo per tutte le formazioni politiche in Zimbabwe è la scottante questione agraria. Rifiutando di appoggiare l’esproprio dei coloni bianchi, l’Mdc passa dalla parte dell’imperialismo.

Nel febbraio di quest’anno è stato sconfitto un referendum sulla riforma costituzionale, che avrebbe dato più poteri al presidente. Era la prima volta, in vent’anni, che il partito al governo ZANU-PF perdeva una votazione. Rifletteva la crescente capacità di mobilitazione dell’Mdc, particolarmente nelle città. Inoltre, e più importante, indicava una diffusa apatia nella tradizionale base rurale di Mugabe; la lealtà delle masse nelle campagne è stata messa duramente alla prova. Le occupazioni della terra ispirate dal governo hanno l’obiettivo di recuperare la fiducia e di mantenere Mugabe al potere. Ma Mugabe sta giocando col fuoco. Dando l’impressione ai contadini, la cui pazienza è giunta al limite, che finalmente dopo vent’anni di indipendenza si prospetta una massiccia redistribuzione della terra, rischia di spingerli a muoversi indipendentemente dal suo gioco di potere. I contadini devono stabilire comitati d’azione indipendenti per estendere gli espropri sotto il proprio controllo e direzione.

Anche il governo sudafricano è preoccupato, perché anche in Sudafrica la questione agraria è un problema scottante e irrisolto. Gli avvenimenti in Zimbabwe potrebbero incoraggiare i contadini del Sudafrica e di altri paesi africani a seguire l’esempio dei loro fratelli del nord.

Mugabe potrà riuscire nel suo gioco politico ad alto rischio se non verrà sfidato da una direzione politica marxista della classe operaia. Una tale direzione appoggerebbe l’esproprio dei terreni degli agricoltori bianchi (e anche dei ricchi agricoltori neri che hanno ottenuto il controllo di grandi tenute grazie ai loro legami con Mugabe) e la distribuzione della terra tra i contadini. Proporrebbe inoltre la costituzione di fattorie collettive volontarie in base alla nazionalizzazione della terra e del settore agricolo e industriale sotto il controllo e la gestione dei lavoratori.

Questa politica metterebbe finalmente lo Zimbabwe e tutta l’Africa australe sulla strada della rottura con il capitalismo e con l’imperialismo e della trasformazione socialista della società.

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