Biotecnologie e agricoltura - Falcemartello

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La posizione europea

Protezionismo mascherato

da ambientalismo

Sulla scia delle mobilitazioni anti-globalizzazione fioriscono le prese di posizione riguardo ai problemi degli Organismi geneticamente modificati (Ogm) e al loro impiego in agricoltura. Queste note vogliono essere un primo contributo alla discussione su quale posizione dovrebbe assumere la sinistra verso i problemi posti dallo sviluppo delle biotecnologie

In Europa fino a pochi anni fa solo Francia e Spagna avevano aree coltivate con varietà transgeniche, secondo stime dell’As-sobiotec la quota di superficie europea coltivata con varietà transgeniche dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno intorno al 2% su una superficie totale di 60 milioni di ettari (ha). Gli Usa sono in testa con un’area di 20,5 milioni di ettari.

Negli Usa il 36% dell’area nazionale destinata alla coltivazione di soia, ed in Argentina ben il 60%, sono coltivate con sementi di soia geneticamente modificata per resistere agli erbicidi. La produzione di mais biotecnologico secondo le stime diffuse dall’Economic Research Service dell’US Department of Agricolture è il 20,7% dell’intera produzione di mais nel 1998.

Secondo le stesse case produttrici le motivazioni che spingono gli agricoltori ad utilizzare varietà transgeniche sarebbero la possibilità di incrementare la produzione per ettaro, la possibilità di usare tecniche di coltivazione più economiche, di ottenere un maggior profitto, ecc. La maggior resa è comunque difficile da quantificare e le stime esistenti sono molto variabili. Ci sono anche casi di riduzione delle rese: secondo l’Università del Wisconsin, per esempio, le sementi di soia tradizionali hanno una performance maggiore da 1,3 a 1,9 q/ha.

L’unica "resa" certa è quella delle multinazionali produttrici delle sementi, che incatenano i produttori vendendo semi sterili e costringendoli ogni anno a pagare salato per rinnovare le colture. La realtà è che le conseguenze a medio e lungo termine dell’introduzione delle nuove sementi sono del tutto sconosciute, né interessa a nessuno conoscerle. Effetti sulla salute dei consumatori, eventuale vulnerabilità delle colture a nuove malattie, ecc., tutto questo è impossibile da verificare nel breve spazio di qualche anno.

Il problema è semplice: il capitale calcola in mesi ed anni per valutare la redditività dei propri investimenti; la natura calcola in decenni e generazioni, e come oggi cominciamo a renderci pienamente conto degli effetti di cambiamenti avvenuti decenni fa (introduzione dei diserbanti, dei concimi chimici, modifiche del territorio, ecc.), lo stesso avverrà in futuro con le biotecnologie che oggi vengono introdotte. Una contraddizione semplice, ma insolubile nella logica capitalistica.

Le multinazionali si mostrano molto "amichevoli" nei confronti di numerosi Paesi del terzo mondo nel tentativo di indurli ad utilizzare sementi modificate geneticamente; distruggendo la loro agricoltura si ritroveranno costretti a pagare (ed ogni anno) per avere la possibilità di coltivare nuovamente le loro terre. E’ il caso della Monsanto, presente in più di 20 paesi, che collabora (!) "con enti governativi e diverse organizzazioni, con l’obiettivo di portare aiuto ai paesi in via di sviluppo".

L’aiuto che l’imperialismo ha portato alle economie di questi paesi lo abbiamo visto con la distruzione sistematica delle già deboli economie di questi paesi, con il loro assoggettamento economico e politico, col debito crescente, con le più schifose e raffinate politiche di rapina mai perpetrate nella storia dell’umanità.

Risolvere la fame nel mondo?

L’argomento che l’aumento indotto dall’utilizzo delle biotecnologie è fondamentale per risolvere il problema della fame nel mondo è del tutto ridicolo. Ci sono paesi che sono esportatori di prodotti agricoli e nonostante questo la loro stessa popolazione muore letteralmente di fame. Gli stessi paesi esportatori di prodotti agricoli sono a loro volta dipendenti dall’importazione di alcune coltivazioni fondamentali per la produzione di cibo. Ad esempio la Malaysa esporta il 73% dei suoi prodotti agricoli, il Gambia il 60%, lo Sri Lanka il 57% eppure questi paesi sono importatori netti di cereali. Questi paesi per pagare gli interessi sul debito concesso loro anche dai "democratici" paesi europei sono stati costretti ad impostare la loro agricoltura sulla produzione di prodotti utili all’occidente, destinati all’esportazione, a discapito della produzione di cibo.

Le ragioni della fame del mondo non si devono ricercare nella scarsità della produzione; oggi non vi è penuria di beni, all’opposto c’è sovrapproduzione, vi è cioè una quantità di merci che non trova mercato per la mancanza non di potenziali fruitori o consumatori, ma per la mancanza per questi ultimi del denaro necessario per comprarli e, quindi, per l’impossibilità dei primi di trarne un profitto. Ad esempio si può citare la questione delle quote latte prodotte in "eccesso" nell’Unione Europea. Le ragioni della fame nel mondo vanno ricercate in questo sistema di produzione che ha nel profitto e non nei bisogni il suo unico metro di valutazione.

La posizione europea

La posizione assunta dall’Unione Europea sulla questione sembra soddisfare buona parte del mondo ambientalista e della sinistra. Sull’argomento molti cercano di rifugiarsi dietro l’autorità del Papa e della Chiesa che appaiono almeno in parte prendere una posizione che possa salvaguardare la salute della popolazione. All’opposto crediamo che le posizioni assunte dall’Europa non nascono né da un eccesso di tutela nei confronti dei consumatori né tanto meno da problemi di carattere "etico". Oggi il capitalista europeo usa un metro diverso rispetto al suo collega d’oltreoceano per valutare i problemi di "etica".

La posizione dell’Unione Europea nasce da precisi interessi di classe, nasce dal difendere precisi interessi economici che altro non sono che il tentativo di tutelare, attraverso della politiche pseudo-protezionistiche, l’arretratezza tecnologica delle aziende europee ed il divario che queste hanno nei confronti delle multinazionali americane.

In un intervento del Senatore W. Bianco della commissione agricoltura viene spiegato molto apertamente: dopo essersi soffermato sul fatto che l’unico che può brevettare qualcosa in questo campo è il padreterno (letteralmente!) si lamenta del fatto che "nel breve volgere di pochi anni gli agricoltori [europei] perderanno completamente la loro caratteristica di liberi imprenditori e si trasformeranno in una sorta di lavoratori per conto terzi". La stessa Coldiretti è stata presente in alcune mobilitazioni contro il Wto ed in generale contro l’influenza delle multinazionali e non a caso: rappresentano uno di quei settori della piccola borghesia che vengono trascinati nel turbine della crisi capitalistica. Altro che problemi di carattere morale, è il tentativo di difendere gli interessi dei capitalisti europei messi in crisi dalle importazioni delle multinazionali statunitensi e non solo.

Negli ultimi anni si è fatta sempre più pressante la campagna per la difesa della carne europea contro la "carne agli ormoni" che arriva dagli Usa, ed in specifico della carne italiana contro il manzo britannico, ed in generale tentativi di difendere la produzione di cibo europeo contro l’invasione straniera.

Purtroppo non crediamo che i capitalisti europei abbiano molto da insegnare al riguardo. Negli ultimi anni siamo venuti a conoscenza del modo con cui vengono allevati i manzi, dell’utilizzo di acque reflue e scarti di olii ricavati dalle produzioni industriali come base per l’alimentazione animale, degli effetti micidiali delle farine animali usate negli allevamenti, della diossina nei polli e delle altre "delizie" dell’agricoltura europea. Il ritardo tecnologico delle aziende europee (in particolare italiane) nel biotech si vede con chiarezza dalla tabella.

È questo svantaggio commerciale, e non ragioni etiche, a spiegare l’ostilità europea agli Ogm. La sacrosanta preoccupazione dei consumatori per loro salute viene cinicamente strumentalizzata per fini commerciali.

In altre parole, la lotta per il controllo sulle biotecnologie non passa né per Strasburgo, né per Bruxelles. Passerà invece per una presa di coscienza sempre più vasta che la qualità della vita e il controllo della ricerca scientifica sono questioni inscindibili dalla lotta più generale contro il sistema capitalista e la sua logica avvelenata.

 

Raffronto dell’evoluzione delle imprese biotecnologiche

 

  ITALIA     EUROPA     STATI UNITI
  1998   1997 1998   1997 1998

Imprese

240   1036 1176   1274 1283

Imprese quotate in borsa

0   61 68   317 327

Addetti

4000   39045 45823   140000 153000

Spesa in R&S*

140   1915 2340   7228 8419

 

* Ricerca e sviluppo. Dati in milioni di Euro.

Fonte: elaborazione di Assobiotec