Conferenza sul clima a Montreal - Falcemartello

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Troppo poco e troppo tardi

 

La settimana scorsa si è conclusa la conferenza di Montreal sul clima con un magro risultato. Il 16 febbraio di quest’anno era entrato in vigore il Protocollo di Kyoto, un accordo ratificato da 156 Paesi di tutto il mondo (ma non da Stati Uniti e Australia) che si proponeva di affrontare il grande problema dei cambiamenti climatici del pianeta. Questi sono provocati in gran parte dall’eccessiva immissione nell’atmosfera di anidride carbonica (CO2) e altri gas a effetto serra causata, soprattutto, dall’uso massiccio di combustibili fossili come il petrolio e il carbone.

l Protocollo prevede impegni di riduzione di CO2 differenti per ogni nazione (sono esentati i Paesi in via di sviluppo), in modo che le emissioni globali vengano diminuite, rispetto ai livelli del 1990, di almeno il 5 per cento entro il 2008-2012. Ma il 2005 potrebbe essere ricordato non per queste notizie, ma perché potrebbe essere il secondo anno più caldo dal 1880. In Europa, il 1998, il 2002, il 2003 e il 2004 sono stati gli anni più caldi da un secolo, e nella sola estate 2003 si è dissolto il 10% dei ghiacciai alpini.

Come abbiamo scritto due anni fa, il senso del protocollo di Kyoto è come dare un’aspirina ad un malato di cancro. Nel corso del XX secolo la temperatura media è già aumentata di 0,7 gradi, mentre secondo la maggior parte degli scienziati, si aumentasse di 2 gradi le conseguenze sugli ecosistemi potrebbero essere irreversibili e catastrofiche.

A Montreal si è spiegato che i paesi industrializzati, nell'insieme, hanno sì ridotto le emissioni: ma è la riduzione avuta nei primi anni `90 in Europa centrale e orientale, cioè l'effetto della deindustrializzazione seguita al crollo dell'Urss. Considerando il mancato rispetto dell’accordo da parte di Usa (responsabile del 25% delle emissioni totali) e Australia, si presume che la riduzione effettiva delle emissioni di CO2 entro il 2012 sarà attorno al 3,5%. Troppo poco e troppo tardi.

Le emissioni odierne influenzano il clima dei prossimi 70-100 anni

Gli esperti hanno calcolato che la concentrazione atmosferica di CO2 potrebbe essere stabilizzata entro la fine del secolo ad un livello compreso tra 500 e 550 parti per milione in volume (ppvm). Per raggiungere questo obiettivo, le emissioni globali di anidride carbonica dovranno essere ridotte, entro il 2030, di circa il 30% e per il 2050 del 60%, almeno rispetto ai valori attuali. Un’autentica emergenza planetaria di fronte alla quale c’è chi nega l’evidenza come Bush o chi cinicamente organizza la banca dei “crediti ambientali”: le riduzioni di emissioni di gas serra oltre la quota accordata che possono essere vendute sul mercato e comprate dai paesi inadempienti…

In tutti e due i casi si nasconde alla popolazione le dimensioni del problema.

È bene ricordare che la concentrazione di CO2 prima della rivoluzione industriale era di 280 ppmv. Lo studio delle calotte polari ci dice che l'attuale concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera è la più alta che si sia mai verificata negli ultimi 420 mila anni e molto probabilmente anche negli ultimi 20 milioni di anni. La velocità di crescita dell'anidride carbonica nell’atmosfera (32% in 250 anni di cui ben 8% negli ultimi 20 anni è sicuramente il più alto tasso di crescita degli ultimi 20 mila anni. Inoltre non c’è dubbio che gli aumenti di temperatura in corrispondenza di aumenti di concentrazione dell'anidride carbonica avvengono con ritardi di qualche decina o anche di qualche centinaio di anni, a seconda del tasso di crescita dell'anidride carbonica atmosferica. Nel caso di tasso di crescita del 1% per anno, il ritardo è valutabile in 70-100 anni. Dunque possiamo concludere che i cambiamenti climatici che stiamo subendo oggi e dei quali il 2005, con l’enorme quantità di uragani ed eventi climatici estremi è un buon esempio, sono in buona parte la conseguenza degli aumenti di gas serra dell’inizio del XX secolo. La possibilità che la temperatura media del pianeta aumenti di 2 gradi entro la fine del XXI secolo è praticamente sicura con le emissioni passate, quelle odierne e future ci porteranno oltre!

Le previsioni

A fronte di questi pericoli secondo il "Business As Usual Scenario" del World Energy Outlook 2005, dell'Agenzia Internazionale dell'Energia, il consumo mondiale di energia crescerà tra il 2004 e il 2030 di circa il 55%, determinando un aumento delle emissioni globali di CO2 per almeno il 60% rispetto ai livelli attuali. A fare la parte del leone le economie emergenti (Cina, India, Brasile, Indonesia, Sud Africa), che contribuiranno ai due terzi dell'aumento dei consumi e delle relative emissioni.

Al ritmo attuale entro il 2015, la quantità di gas serra emessa dai Paesi in via di sviluppo raggiungerà quella dei Paesi industrializzati.

Di fronte a questo futuro il governo Usa mantiene che rispettare Kyoto costerebbe all'economia Usa 400 miliardi di dollari e circa 5 milioni di posti di lavoro. Questi conti sono fasulli perché non considerano i peggioramenti climatici che hanno pure un costo. Solo l’uragano Katrina avrebbe provocato - oltre a migliaia di morti - danni superiori a 100 miliardi di dollari…

L’Italia, dal 1997 ha visto crescere le proprie emissioni del 12% circa rispetto ai livelli del 1990, allontanandosi di oltre il 18% dal suo obiettivo di riduzione (-6,5%). Nella Finanziaria 2006 è annunciato un vero e proprio sussidio di Stato ai combustibili fossili, con 100 milioni di euro destinati all’acquisto di crediti (per poter inquinare) dall’estero.

Il cambiamento climatico in Italia

Eppure nel 2003 - a causa delle ondata di caldo - il costo in vite umane nel nostro paese fu il più alto di tutta Europa, con ben 20.000 vittime. Non solo, ci furono circa 2.000 incendi durante l’estate e i costi relativi ai danni arrecati dalla siccità furono stimati in circa 5 miliardi di euro. Nel 2005 l’Italia è stato colpita da altre ondate di caldo, e da gravi siccità. L’Italia è diventata più secca, in generale, con il numero dei giorni di pioggia diminuito di circa il 14% rispetto il 1996. Inoltre, la diminuzione del numero dei giorni di pioggia è stata accompagnata da un incremento di intensità delle precipitazioni, con temporali più frequenti e intensi. L’intera area mediterranea si sta riscaldando rapidamente: uno studio recente ha rilevato che le temperature del mare che circonda l’Italia si sono innalzate di circa 4 gradi tra il 1985 e il 2003. Si ritiene che il livello del mare si innalzerà tra i 20 e i 30 cm entro il 2100 minacciando circa 4.500 chilometri quadrati di coste.

Quale alternativa

Ormai è accettato da tutti che il clima è il risultato di un precario equilibrio nel quale partecipano tanti fattori. Il cambiamento di uno dei più importanti (i gas a effetto serra) assieme al disboscamento hanno scatenato il riscaldamento globale. L’umanità subirà le conseguenze per almeno tre generazioni, a patto che da oggi si cambi strada. Occorre una pianificazione dell’uso delle risorse e dei sistemi energetici e di trasporto che consideri come costi tutte le conseguenze sulla vita delle popolazioni (a breve, medio e lungo termine). La miopia delle discussioni sul clima finora realizzate è scandalosa. Se non si mette in discussione la proprietà privata dei mezzi di produzione e l’ingiusta distribuzione delle risorse tra le classi e tra i paesi, qualsiasi discussione sul clima è condannata all’impotenza.

Come impedire che la Cina utilizzi il proprio carbone (+15% all’anno), essendo l’unica fonte energetica a basso costo disponibile in loco?. E cosa dire dell’India o dei paesi africani?

Per affrontare con possibilità di successo l’emergenza climatica è necessario uno sforzo immane per realizzare sistemi di produzione di energia che non abbiano emissioni di gas a effetto serra, un piano di rimboscamento mondiale, un’organizzazione del territorio che riduca la mobilità (pendolarismo). Abitazioni che richiedano un quarto dell’energia di oggi. Un piano dei trasporti basato sull’efficienza energetica, una trasformazione dei consumi e delle abitudini (acqua - buona - del rubinetto e non decine di milioni di bottiglie di acqua minerale, frutta di stagione e non false primizie dalle antipode…). Insomma la fine dell’utilizzo della natura per il profitto di pochi a scapito della salute di molti. Ma ciò è semplicemente impossibile sotto il sistema capitalista, che è organizzato per aumentare sempre più i profitti privati e che (per definizione) pretende che il profitto privato coincida col “bene pubblico”.

13 dicembre 2005