La scoperta del genoma umano - Falcemartello

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Il suo significato per i marxisti

Una scoperta epocale

Ogni secolo circa, qualche grande scoperta scientifica scuote l’immaginario mondiale. Con la pubblicazione dei risultati del Progetto Genoma Umano, siamo alle soglie di uno di questi balzi in avanti. La scienza ora confida di poter di comprendere le forze che stanno dietro l’evoluzione, screditare i miti razziali, rivoluzionare i metodi diagnostici e aiutare l’umanità a vivere più a lungo. Il nuovo approccio, che fa riferimento a sistemi di geni piuttosto che a singoli geni, trasformerà la concezione biologica dell’uomo. È più o meno l’equivalente del sistema periodico di Mendeleev in chimica, o della scoperta fatta 48 anni fa da Watson e Crick con la prima descrizione della doppia elica del DNA. "Prima potevamo sbirciare dal buco della serratura - dice James Price, professore di genetica alla Philadelphia University of the Sciences - ora la porta è aperta."

La portata di questo progetto era enorme: circa 2.000 ricercatori in tutto il mondo hanno lavorato alla sequenziatura, anche se il compito è stato effettivamente portato a termine da due diversi gruppi di ricerca (uno finanziato dal governo USA e l’altro dal britannico Wellcome Trust’s Glaxo Sanger Centre). Entrambi i gruppi sono giunti alle stesse, sorprendenti conclusioni: il numero dei geni nel genoma umano è meno di un quarto di quanto previsto. Uno dei gruppi, guidato da J. Craig Venter di Celera Genomics Corp. ha trovato una forti prove dell’esistenza di 26.383 geni ed altri 12.731 con evidenza minore, mentre l’altro gruppo ha concluso che ci sono probabilmente circa 35.000 geni, ma è possibile che si arrivi fino ai 40.000; il gruppo di Venter ha pubblicato i suoi risultati su Science (291, n. 5507, 16/2/01), quello internazionale su Nature (409, n. 6822, 15/2/01). Ha detto Venter: "È un’ottima cosa che ci sia una generale concordanza tra i due risultati; di sicuro, è dimostrato che ci sono molto meno geni di quanto tutti immaginassero." I ricercatori hanno anche scoperto che ogni gene può sintetizzare due o più proteine, rovesciando così la nozione ormai consolidata "un gene = una proteina".

Queste scoperte hanno profonde implicazioni per la ricerca medica e quella farmaceutica: esse suggeriscono che come causa di malattie, e per molte altre caratteristiche umane, i geni abbiano un’importanza minore di quanto ritenessero molti ricercatori. E i nuovi metodi terapeutici non dovranno focalizzarsi solo sui singoli geni e sulle loro funzioni ma anche sulle loro interazioni. Anche a breve termine, le implicazioni pratiche sono enormi: dall’identificazione dei geni responsabili delle malattie non ereditarie la medicina farebbe grandi passi avanti, e si potrebbero prevedere le probabilità individuali di sviluppare malattie di origine genetica per poi arrivare alla sintesi mirata di farmaci specifici cosicchè si avrebbe un graduale miglioramento delle terapie di queste malattie nel giro di pochi decenni. Nel giro di cinque/sette anni potremmo vedere i frutti di questo lavoro applicati al diabete, alle cardiopatie ed ai principali disturbi mentali (dove ulteriori progressi sono già stati fatti per quanto riguarda la schizofrenia).

I risultati del Progetto Genoma umano hanno pienamente confermato le posizioni marxiste, esposte sei anni fa ne La rivolta della ragione. Per decenni, molti genetisti hanno sostenuto che in noi tutto, dall’intelligenza all’omosessualità alla criminalità, è determinato geneticamente, e da questo assunto si sono tratte le conclusioni più reazionarie: che i neri e le donne sono geneticamente condizionati ad essere meno intelligenti dei bianchi e dei maschi, che furto e omicidio sono "naturali" perchè determinati geneticamente, che è inutile spendere per scuole e case per i poveri perchè la loro povertà è irrimediabile in quanto ha radici genetiche, ma soprattutto che l’ineguaglianza è normale ed inevitabile trovandosi nei nostri geni e quindi ogni tentativo di abolire la società divisa in classi è vano. È un ottimo esempio di come la scienza non possa essere separata dagli interessi politici e di classe, e di come i più eminenti scienziati possano essere spinti, consciamente o meno, al servizio della reazione. Ma tralasciando per un istante le implicazioni sociopolitiche, questo è un momento storico determinante anche da un punto di vista puramente scientifico.

L’enigma dei geni perduti

Nonostante l’importanza delle loro scoperte, al momento di presentare le prime analisi del genoma decodificato i biologi erano chiaramente tanto perplessi quanto soddisfatti. L’enigma principale è dato dal numero di geni inaspettatamente basso. Venter racconta che quando fu fatto un primo screening delle famiglie di geni aspettandosi di trovare nuovi elementi in grado di interessare le industrie farmaceutiche, "quasi si scatenò il panico perchè questi geni non c’erano." Il problema è che i testi scientifici hanno sempre considerato il numero dei geni umani molto più alto: la stringa di codice genetico presente nell’uomo è così lunga (circa 3,2 miliardi di unità elementari) che ci si aspettava potesse costituire almeno dai 50.000 ai 150.000 geni.

Un simile assunto si basava sul confronto con organismi più semplici, come i moscerini della frutta; si riteneva che se l’umile moscerino della frutta possiede 13.000 geni, un organismo molto più grande e complesso come un essere umano doveva averne molte volte di più, e la stima di oltre 150.000 sembrava ragionevole dopo la decifrazione completa dei primi due genomi animali: il nematode Caenorhabditis elegans, sequenziato nel dicembre ‘99, ha 19.098 geni e il moscerino della frutta (Drosophila melanogaster), sequenziato nel marzo scorso, ne ha 13.601. Randy Scott, responsabile scientifico della Incyte Genomics, nel settembre ‘99 ipotizzava l’esistenza di 142.634 geni umani, ma oggi il nostro corredo genetico si è rivelato oltre ogni aspettativa assai simile a quello di questi due minuscoli invertebrati. Piuttosto, si è scoperto che lunghi tratti di codice formano pochissimi geni. Dice Craig Venter: "Abbiamo circa due volte i geni di un moscerino e lo stesso numero che alcuni cereali. Pensateci, la prossima volta che mangiate dei cereali." A febbraio, lo stesso Scott ha dichiarato di aver accettato come logiche queste valutazioni inferiori, ed ora stima il corredo umano intorno ai 40.000 geni.

Il consorzio accademico a finanziamento pubblico (rivale del gruppo Celera Genomics) è giunto a conclusioni simili: nell’articolo comparso su Nature il numero probabile dei geni umani è fissato tra i 30.000 ed i 40.000. Poichè i metodi di identificazione dei geni attualmente in uso tendono a dare risultati sovrastimati, entrambi i gruppi di ricerca preferiscono attenersi al valore inferiore, e 30.000 sembra essere la stima più accurata. I ricercatori hanno trovato anche altre contraddizioni: sebbene la maggior parte delle ripetute sequenze di DNA che costituiscono quel 75% del genoma che è essenzialmente inerte si siano stabilizzate milioni di anni fa, una piccola parte è ancora attiva e in grado di variare. Gli stessi cromosomi sono una ricca fonte di dati sull’evoluzione dei geni: lunghe sequenze di codice genetico sembrano essere state ampiamente copiate da un cromosoma all’altro, il che faciliterà la determinazione dell’ordine in cui questa trascrizione è avvenuta e quindi la ricostruzione della storia del genoma.

Il piccolo numero dei geni umani è un dilemma per la scienza. Quando questo dato si rese evidente, i ricercatori di entrambi i gruppi furono costretti a riflettere su come si potesse spiegare l’enorme complessità umana se non sembriamo possedere che il 50% di geni in più rispetto ad un nematode: se l’uomo non ha che 13.000 geni in più del Caenorhabditis elegans o 6.000 in più dell’erbacea Arabidopsis thaliana, cosa lo rende tanto evoluto in confronto ad essi? Per dirla in cifre, il Caenorhabditis è una piccola creatura tubolare composta di 959 cellule, di cui 302 sono i neuroni di quello che può esserne considerato il cervello, e l’uomo è costituito da circa 100.000 miliardi di cellule, tra cui 100 miliardi di neuroni: nonostante sia di moda la tendenza a negare l’esistenza di un progresso nell’evoluzione, è logico supporre che Homo sapiens abbia qualcosa in più del Caenorhabditis elegans!

The Christian Science Monitor ha posto così la questione. "Se l’uomo è tanto evoluto, come mai il conteggio dei suoi geni non dà risultati troppo differenti da quello di un’erbaccia o di un verme?" E se, come sembra, il genoma dello scimpanzé è in effetti il più simile a quello umano, rimane da spiegare come una specie sia arrivata a dominare il mondo negli ultimi cinquantamila/centocinquantamila anni mentre l’altra vive ancora sugli alberi, e a questa domanda non si può rispondere solo in termini di semplice genetica. Il grosso vantaggio delle recenti scoperte è che si sono allontanate dal concetto che tutto possa essere spiegato in termini di singoli geni: ora il genoma umano può essere studiato come una totalità complessa, e i geni devono essere concepiti non come un’insieme di singole entità, ma come un processo di interazioni altamente complesse. L’ulteriore esplorazione di queste interazioni, la loro storia e la mappa evolutiva che ne risulterà potranno finalmente offrirci una vera comprensione di noi stessi e del nostro posto nella natura delle cose. Non può esserci questione più importante per gli esseri umani.

Il determinismo biologico smascherato

Naturalmente i marxisti non hanno mai trascurato il ruolo del genoma nello sviluppo del comportamento umano, un ruolo ovviamente molto importante dato che i geni costituiscono in buona parte la materia prima dalla quale si sviluppa poi l’individuo; ma si tratta di un solo elemento di un’equazione molto complessa. Il problema sorge quando qualcuno cerca di presentare (come fino a poco tempo fa) i geni come l’unico agente determinante nello sviluppo della specie umana e del suo comportamento. In realtà il genoma ("natura") e i fattori ambientali ("cultura") interagiscono reciprocamente, e in questo processo è fondamentale il ruolo di quell’ambiente che i sostenitori del determinismo biologico hanno sempre sistematicamente negato o sottovalutato.

Le recenti rivelazioni del Progetto Genoma Umano hanno risolto in modo definitivo la vecchia controversia "natura/cultura": il numero relativamente scarso di geni trovati elimina la possibilità che specifici geni possano controllare e sviluppare modelli di comportamento come la criminalità o l’orientamento sessuale, e vengono del tutto screditate posizioni come quella di Dean Hammer, che sosteneva di aver isolato nel cromosoma X un gene la cui presenza predispone all’omosessualità. Affermazioni simili sono state fatte per ogni tipo di caratteristica, dall’abilità nella corsa al gusto artistico fino alle tendenze politiche! Il comportamento umano è estremamente complesso e non può davvero essere ridotto a una semplice questione genetica, e le ultime scoperte contraddicono nettamente tutte le sciocchezze che per anni sono state proposte come verità irrefutabili.

I seguaci del determinismo biologico insistono nel dire che in qualche modo i geni sono responsabili di cose come la criminalità o l’omosessualità e cercano di ridurre ogni problema sociale al livello di problema genetico. Nel febbraio 1995 si tenne a Londra un congresso sulla "Genetica dei comportamenti criminali ed antisociali": dieci dei tredici relatori venivano dagli USA, dove nel 1992 l’opinione pubblica aveva costretto a bloccare un congresso dello stesso tipo con forti implicazioni razziste. Mentre il presidente, sir Michael Rutter del London Institute of Psychiatry, sostenne che "non esiste nulla che possa definirsi come un gene del crimine", altri partecipanti insistettero che i fattori genetici nel complesso sono responsabili per il 40-50% della violenza criminale, come Gregory Carey dell’Istituto di Genetica Comportamentale della University of Colorado: costui sostenne che una "cura" della criminalità attraverso l’ingegneria genetica sarebbe inattuabile (benchè altri ritenessero che ci sarebbero buone prospettive di mettere a punto farmaci atti a controllare l’eccessiva aggressività una volta individuato il gene responsabile), suggerendo invece che nel caso i test prenatali indicassero una forte predisposizione genetica all’aggressività o ad un comportamento antisociale si potrebbe ricorrere all’aborto. La sua opinione fu appoggiata da David Goldman, del Laboratorio di Neurogenetica dell’Istituto Nazionale della Salute degli USA: "Si dovrebbero dare le informazioni alle famiglie e lasciarle decidere in privato cosa farne." (The Independent, 14/2/95)

Ci sono molti altri esempi. Il discusso The Bell Curve di Charles Murray (1994) ha risuscitato il vecchio argomento che la genetica è la spiegazione delle differenze del quoziente d’intelligenza medio tra americani bianchi e neri. C. R. Jeffery ha scritto che "la scienza potrebbe dirci quali individui saranno o no dei criminali, quali saranno o no vittime, e quali strategie di intervento legale funzioneranno e quali no." S. Yudofsky avvalora l’entusiasmo di Jeffery quando afferma: "Siamo all’inizio di una rivoluzione nella medicina genetica. Il futuro consisterà nel comprendere le basi genetiche dell’aggressività e nel riconoscere chi ha elevata predisposizione alla violenza."

Quando, ne La rivolta della ragione, abbiamo criticato queste false teorie non avevamo modo di sapere che entro qualche anno il loro carattere non scientifico sarebbe stato tanto chiaramente dimostrato. Ora la rivelazione che il numero dei geni umani non è superiore a 40.000 o addirittura a 30.000 o meno ha azzerato in un sol colpo ogni chance per il determinismo biogenetico. Il già citato Craig Venter trova la questione molto semplice: "Semplicemente, non abbiamo abbastanza geni perchè quest’idea di determinismo biologico possa essere giusta. La meravigliosa diversità della specie umana non è fissata nel nostro codice genetico. È il nostro ambiente che è determinante. (The Observer, 11/2/01, il corsivo è nostro)

L’articolo continua: "Solo osservando il modo in cui questi geni si attivano o meno e sintetizzano le varie proteine i ricercatori hanno potuto vedere differenze significative tra le varie specie di mammiferi: la differenza fondamentale è il modo in cui il genoma umano reagisce agli stimoli ambientali rispetto a quello delle altre specie."

È cioè l’ambiente (gli stimoli esterni, tanto del mondo fisico che delle condizioni in cui viviamo) a determinare in modo decisivo l’evoluzione. I geni sono importanti, ma la relazione tra geni ed evoluzione non è univoca e meccanica come ritiene la rozza teorizzazione del determinismo biologico, bensì complessa e dialettica come spiega il marxismo. La giusta intonazione musicale è un piccolo esempio di interazione dialettica tra geni ed ambiente; nel suo libro The Sequence, che tratta della ricerca sul genoma umano, Kevin Davies scrive infatti: "Un recente studio sull’"orecchio assoluto", cioè la capacità di riconoscere l’esatta tonalità di una nota, dà buoni motivi per ritenere che essa derivi da un singolo gene ereditario. Questo può sembrare un esempio lampante di determinismo biologico, ma c’è un corollario fondamentale: si deve aver ricevuto un’educazione musicale precoce perchè quest’abilità si manifesti. In altre parole, anche nelle caratteristiche in apparenza semplicemente ereditarie l’ambiente gioca un suo ruolo."

Esiste quindi una complessa interazione tra il corredo genetico di un organismo e l’ambiente fisico che lo circondano. In termini hegeliani, il genoma rappresenta una potenzialità, che è però posta in atto soltanto dagli stimoli esterni: i geni sono "accesi" dall’ambiente, producendo piccoli cambiamenti ognuno dei quali deve dimostrarsi utile dal punto di vista dell’evoluzione (in realtà molte mutazioni sono dannose o non offrono nessun vantaggio). Dopo un certo periodo la somma delle mutazioni benefiche dà origine a cambiamenti qualitativi nell’organismo, avviando quel processo noto come selezione naturale.

The Observer trae le conclusioni politiche: "Politicamente, questo giova alla sinistra, con la sua fiducia nelle capacità di chiunque per quanto povere possano essere le sue origini; ma è una maledizione per la destra, con la sua predilezione per le classi alte e il concetto di ‘peccato originale’." (The Observer, editoriale del 11/02/01, il corsivo è nostro)

"La razza non ha significato per la scienza"

I risultati di queste ricerche sono assai significativi anche da un altro punto di vista. Il genoma rivela l’esistenza di unità nella diversità umana, distruggendo completamente il mito della superiorità razziale: dal punto di vista biologico, l’umanità è essenzialmente la stessa. L’inesistenza di un gene razziale è stata confermata da due diverse direzioni. La Celera Genomics ha utilizzato DNA di uomini e donne che si dichiaravano cinesi, afroamericani, caucasici e ispanici, e i ricercatori non hanno potuto distinguere un’etnia dall’altra: nessun gene, da solo o insieme agli altri, potesse indicare l’etnia dei campioni esaminati.

La nuova ricerca indica che tutte le persone sono simili al 99,9%, e si sta scoprendo che in Africa, dove ha avuto origine l’umanità, il patrimonio genetico è più vario che nel resto del mondo: questi risultati demoliscono completamente ogni idea di diversità basata sul colore della pelle. Lo studioso tedesco Svante Pääbo, commentando l’analisi di queste sequenze di DNA, ha scritto su Science: "Capita spesso che due persone originarie della stessa parte del mondo ed esteriormente simili, siano meno imparentate fra di loro che con persone di altre parti del mondo e di aspetto molto differente."

Eric Lander del Whitehead Institute for Genome Research, membro del consorzio internazionale, ha fatto notare che sebbene due individui siano geneticamente identici per il 99,9%, c’è ancora spazio per considerevoli variazioni genetiche, e un decimo dell’uno per cento del patrimonio genetico umano deve render conto delle differenze ereditarie. Fondamentalmente, tutti gli uomini sono la stessa cosa, e solo circa 3 milioni dei 3 miliardi di coppie di basi del genoma umano differiscono da una persona all’altra, il che rende distinzioni come quella razziale prive di significato scientifico. Le differenze etniche e culturali che indubbiamente esistono tra i gruppi umani non hanno alcun significato a livello genetico, dove l’umanità è certamente una, al di là di razze e generi. L’odio razziale non può più essere giustificato e razionalizzato in quanto basato su differenze genetiche.

"Una delle belle sorprese del Progetto Genoma Umano è che mette KO gli ipocriti che si sono a lungo sforzati di camuffare il loro odio retrogrado con chiacchiere sulla superiorità genetica. La mappa del DNA umano porta ad una sola conclusione: la razza non ha significato per la scienza." (The Seattle Times, editoriale del 13/2/01, il corsivo è nostro)

Naturalmente questo non metterà fine al razzismo, che ha radici nelle contraddizioni del capitalismo in declino, ma almeno permetterà di strappare agli spacciatori di veleno razzista la foglia di fico delle argomentazioni pseudoscientifiche: in futuro, ogni tentativo di razzisti e filistei di chiamare la scienza a sostegno delle loro idee andrà incontro al disprezzo che merita.

"Alla fine, queste ricerche avranno un effetto positivo, perchè pregiudizio, oppressione e razzismo si nutrono di ignoranza." scrive Pääbo, che ritiene che la conoscenza del genoma umano possa giovare alla comprensione: "Di conseguenza, stigmatizzare un particolare gruppo di persone su basi etniche o in quanto portatori di certi geni sarà considerato una pura assurdità."

Il creazionismo screditato

La scoperta della lunga e complessa storia del genoma, rimasta sconosciuta tanto a lungo, ha riacceso il dibattito sulla natura dell’uomo e sulle sue origini. Incredibilmente, agli inizi del XXI secolo, negli USA i concetti darwiniani vengono attaccati dal cosidetto Movimento creazionista, che vorrebbe si insegnasse agli scolari americani che Dio ha creato il mondo in sei giorni, che l’uomo fu creato dalla polvere e che da una delle sue costole il Creatore (probabilmente in vena di economie) trasse la prima donna.

Tuttavia il creazionismo non va preso alla leggera: il movimento coinvolge milioni di persone e la punta di lancia è incredibilmente costituita da scienziati, tra cui alcuni genetisti. È una lampante espressione delle conseguenze intellettuali della decadenza del capitalismo, un esempio impressionante della contraddizione dialettica di una coscienza umana in ritardo: nel paese tecnologicamente più avanzato del mondo, la mente di milioni di individui vive ancora sprofondata nel passato. Così come condividiamo i nostri geni con gli organismi più antichi e gran parte di questo genoma è inerte, un residuo inutilizzabile della preistoria della specie, allo stesso modo nei recessi più profondi della coscienza umana si accumulano i rimasugli delle superstizioni e dei pregiudizi più primitivi: sono le reliquie di un passato barbaro e semidimenticato, scomparso ma non ancora sconfitto. Nella coscienza dei creazionisti (e dei loro portavoce in particolare) risuonano echi dei tempi in cui si sacrificavano i prigionieri agli dèi, ci si prostrava innanzi agli idoli e si mandavano al rogo le streghe. Come ha detto recentemente uno scienziato, se il creazionismo dovesse avere successo ripiomberemmo in pieno medioevo.

Le ultime scoperte hanno definitivamente screditato le assurdità del creazionismo, colpendo nel complesso l’opinione che ogni specie sia stata creata separatamente e che l’uomo, con la sua anima immortale, sia stato creato espressamente per cantare le lodi del Signore. È ormai ampiamente dimostrato che l’uomo non è per niente una creatura particolare: il Progetto Genoma umano prova definitivamente che noi condividiamo geni con altre specie, che geni arcaici hanno contribuito a fare di noi quello che siamo, e che questa condivisione conduce fino all’alba dei tempi (e in effetti, una piccola parte di questa comune eredità genetica può essere seguita fino ad organismi antichi come i batteri). "L’evoluzione non ha abbastanza tempo per creare nuovi geni - osserva Eric Lander - e deve comporne di nuovi con i pezzi dei vecchi." I due gruppi di ricerca hanno rilevato uno stupefacente livello di conservazione genetica durante gli ultimi seicento milioni di anni di evoluzione sulla Terra: "In molti casi abbiamo rilevato che l’uomo ha esattamente gli stessi geni che ratti, topi, gatti, cani e persino moscerini della frutta. Prendiamo il gene PAX-6 in Drosophila melanogaster: abbiamo scoperto che se esso è difettoso, gli occhi non si formano. Bene, si può prenderlo da un uomo, inserirlo nel corredo del moscerino, ed i suoi discendenti riavranno gli occhi." spiega Craig Venter.

I ricercatori hanno trovato 200 geni che l’uomo ha in comune coi batteri, cogliendo di sorpresa James Watson (lo scopritore della doppia elica del DNA e il genetista probabilmente più famoso al mondo) che ha commentato: "Sapevamo che i geni si trasmettevano tra batteri, ma non dai batteri all’uomo." Così è stata raggiunta la prova finale dell’evoluzione: questi "fossili genetici" hanno dato un loro originale contributo a quel che siamo oggi superando miliardi di anni di evoluzione. Scrive S. Pääbo su Science: "Senza dubbio, l’immagine del nostro posto in natura offertaci dalla genetica è un motivo di umiltà ed un duro colpo all’illusione dell’unicità umana, e renderci conto che la storia dell’uomo si deve a qualche casualità genetica ci metterà di fronte a tutta una serie di nuovi problemi filosofici da risolvere."

Ma lo studio del genoma umano ha importanti implicazioni filosofiche anche per i marxisti.

Scienza e dialettica

Quando a Londra fu avviato il progetto di decifrazione del codice genetico, l’allora direttore del Sanger Centre sir John Sulston definì la mappatura del genoma umano "un avvenimento eccezionale, simbolo dell’era della biologia molecolare." E ancora: "È straordinario che un organismo vivente sia divenuto così intelligente e abbia creato macchine così abili nel pensare, da poter effetivamente decifrare il codice - le istruzioni - per costruire se stesso. È una cosa da mandare in crisi i filosofi se ci riflettono troppo intensamente. In apparenza è un vero paradosso... eppure è la realtà: stiamo imparando come funzioniamo."

E tuttavia, a dispetto degli sprezzanti commenti di sir Sulston sulla filosofia, c’è ancora qualche settore nel quale la conoscenza della vera filosofia non potrebbe che giovare agli scienziati. Ovviamente, c’è filosofia e filosofia! Molto poco di quello che oggi nelle università passa per filosofia sarebbe di qualche utilità ad uno scienziato (o a chiunque altro), ma c’è un’onorevole eccezione, che attende ancora il riconoscimento da lungo dovuto: il materialismo dialettico. Benchè negli ultimi anni molti dei principali elementi del materialismo dialettico siano ricomparsi all’interno dei concetti di caos, complessità e (ultimamente) ubiquità, questo debito non è mai stato riconosciuto: per parafrasare Oscar Wilde, la dialettica nella scienza è la filosofia che non osa rivelare il proprio nome. Questo è un peccato, perchè la conoscenza del metodo dialettico avrebbe evitato alla scienza una serie di tranelli nei quali più volte è caduta proprio perchè partiva da presupposti sbagliati; e la genetica umana è uno di questi casi.

Naturalmente non intendiamo dire che una qualsiasi filosofia debba dettar legge alla scienza, e i risultati della scienza vengono determinati da metodi di indagine suoi propri, l’osservazione e la sperimentazione. Tuttavia è sbagliato credere che gli scienziati si accostino all’oggetto dei loro studi privi di presupposti filosofici: dietro ogni ipotesi scientifica ci sono molti presupposti, non tutti derivanti dalla scienza in sé.

Il ruolo della logica formale, ad esempio, è dato per scontato, ma per quanto importante essa ha limiti ben precisi. Trotskij spiega che il rapporto tra logica formale e dialettica è simile a quello tra l’algebra elementare ed il calcolo infinitesimale: la superiorità della dialettica sta proprio nel fatto che riconosce nelle cose un processo in continuo sviluppo, ed inoltre mostra come ogni evoluzione avvenga tramite contraddizioni. Così Marx potè prevedere che l’evoluzione non procede costantemente in linea retta, ma attraverso lunghi periodi di lento sviluppo ("periodi di stasi", in termini moderni) rotti da improvvisi balzi che gli imprimono nuove, inattese direzioni.

Ad esempio, il metodo dialettico spiega come dei piccoli cambiamenti possano, arrivati ad un punto critico, produrre immense trasformazioni: è la famosa legge della trasformazione della quantità in qualità, una sorprendente legge universale che dapprima fu intuita dagli antichi Greci, quindi sviluppata da Hegel ed infine fondata su basi scientifiche dal materialismo dialettico di Marx ed Engels. Solo recentemente la scienza ne ha riconosciuto l’importanza, attraverso la teoria del caos la cui ultima versione ("teoria delle ubiquità") ha dimostrato che questa legge ha valore universale ed è fondamentale in molti dei più importanti processi in natura. Tutto questo è cruciale per la nostra analisi.

Da dove nasce l’errore che ha indotto i genetisti a ritenere che l’uomo possedesse molti più geni di quanti ne ha in realtà? In filosofia è noto come "riduzionismo", e deriva dal presupposto meccanicista che in natura esistano solo relazioni puramente quantitative; ed è il fondamento del determinismo biologico, che considera l’uomo un semplice insieme di geni anzichè un organismo complesso in evoluzione, il risultato dell’interazione dialettica di geni e ambiente. È un modo di pensare basato sulla logica formale, non sulla dialettica, e da questo punto di vista certe conclusioni sono del tutto coerenti: sono "logiche"... ma completamente sbagliate! Costoro pensavano che siccome un uomo è più grande e più complicato di un moscerino o di un nematode, l’uomo dovesse avere moltissimi geni in più; ma la natura è ricca di esempi di cambiamenti quantitativi che alla fine si risolvono in cambiamenti qualitativi (in molti casi variazioni molto piccole producono divergenze enormi), e l’apparente contraddizione tra la grande complessità umana e i relativamente pochi geni interessati si può spiegare solo grazie a questa legge.

Ne La rivolta della ragione, abbiamo sottoposto il riduzionismo ad un’estesa critica. Sul metodo usato da Richard Dawkins nel suo Il gene egoistamemes e che, a quanto parrebbe, similmente ai geni, sarebbero autoreplicanti e in competizione tre loro per la sopravvivenza. Tutto ciò è evidentemente sbagliato. La cultura umana è stata tramandata di generazione in generazione non attraverso ipotetici memes, bensì per mezzo dell’istruzione nel senso più ampio. Non si tratta di qualcosa di biologicamente ereditabile, ma di un processo che ogni nuova generazione deve riapprendere diligentemente e sviluppare. Le differenze culturali non sono causate da geni diversi, ma dalla storia sociale. L’approccio di Dawkins è dunque palesemente riduzionista." scrivemmo: "Il metodo che Dawkins usa lo conduce nella palude dell’idealismo, quando tenta di sostenere che la cultura umana possa essere ridotta ad unità elementari, che egli chiama

Jean-Michel Claverie, del CNRF di Marsiglia, scrivendo su Science fa notare che con un semplice sistema combinatorio un organismo con 30.000 geni come l’uomo può, in linea di principio, risultare enormemente complesso: un perfetto esempio di trasformazione della quantità in qualità. Egli ha l’impressione gli esserti umani non siano molto più elaborati dei loro manufatti: "In realtà, con 30.000 geni, ognuno dei quali interagisce in media con altri quattro o cinque, il genoma umano non è strutturalmente molto più complicato di un jumbo jet, che contiene più di 200.000 singole parti ognuna delle quali interagisce mediamente con altre tre o quattro."

Un primo esame del genoma sembra indicare che l’uomo ha sviluppato la sua estrema complessità in due maniere specifiche. La prima si rileva dall’analisi delle sequenze proteiche: sovente una stessa proteina svolge diverse funzioni, e di ognuna di queste è responsabile una diversa sequenza. Molte sequenze proteiche sono antichissime, e confrontando le catene proteiche dell’uomo, di Caenorhabditis e di Drosophila il gruppo di ricerca ha scoperto che solo il 7% delle sequenze presenti nell’uomo mancavano nei due invertebrati, concludendo che "nei vertebrati sono apparse pochissime nuove sequenze proteiche."

La cosa più importante da capire è che piccolissime mutazioni genetiche possono provocare enormi differenze: ad esempio, la diversità genetica fra noi e lo scimpanzé è meno del 2%. La ricerca più recente mostra che abbiamo in comune con gli altri animali molto più di quanto saremmo forse disposti ad ammettere. Molto del genoma dell’uomo moderno è antichissimo, e identico a quello di esseri tanto "primitivi" come i moscerini: la natura lavora sempre da economa prudente! Ma non basta riconoscere che la materia organica si è evoluta da quella inorganica e le forme di vita più complesse da quelle meno complesse, e che noi condividiamo molto del nostro genoma non solo con scimmie e cani ma anche con pesci e insetti; è necessario spiegare il processo dialettico per cui una specie si evolve in un’altra.

Recentemente è divenuto di moda sminuire le differenze tra l’uomo e gli altri animali, evidentemente una reazione estrema all’idea arcaica che voleva l’uomo una creatura particolare, scelta da Dio come signore del creato. Si tende anche a negare il concetto di progresso in genere, probabilmente in base ad un concetto errato di "democrazia genetica"; nella realtà, la diversità genetica fra uomo e scimpanzé può ben essere inferiore al 2%, ma determina una differenza comportamentale immensa! È un salto dialettico che trasforma la quantità in qualità. Purtroppo, nelle università la dialettica è vittima di una congiura del silenzio, e quindi del tutto ignota a molti scienziati.

La spiegazione più plausibile di come si possa ottenere una elevata complessità pur con un numero di geni relativamente basso, risiede nel concetto di "complessità combinatoria", ossia che poche proteine in più possono dare origine ad un numero molto più elevato di combinazioni reciproche, così da produrre un cambiamento qualitativo. La questione non è ancora del tutto chiarita e sono necessarie altre ricerche, ma è indubbio che la soluzione definitiva verrà trovata lavorando in queste direzioni.

Genoma umano multinazionali

I ricercatori del Progetto Genoma hanno definito la mappatura del codice genetico "un dono per l’umanità", destinato ad aumentare le conoscenze diagnostiche e a sviluppare nuove terapie. Ovviamente, così dovrebbe essere; ma nel capitalismo, questi "doni" si pagano sempre a caro prezzo.

La mappatura genetica dell’uomo è un’impresa storica, ma la scienza ha appena iniziato a comprendere il complesso processo dialettico attraverso cui i geni interagiscono con l’ambiente, e resta ancora da scoprire il ruolo dei geni in molte malattie: le possibilità sono illimitate, ma la vastità di questo potenziale progresso umano è in diretto contrasto con l’angustia del sistema capitalista, dove tutto è subordinato al profitto. Le grandi multinazionali mirano a monopolizzare le nuove tecnologie per sfruttarle a proprio diretto vantaggio, lasciando per ultimi gli interessi collettivi dell’umanità, e già si sono scatenate accese controversie su privacy, impatto sociale, problemi legali e bioetica.

Fiutando la possibilità di enormi profitti, il mondo degli affari si è istintivamente orientato verso il Progetto Genoma, ma i primi risultati hanno gettato nello sconforto i consigli di amministrazione di alcune grandi industrie farmaceutiche, che non vedevano l’ora di guadagnare sulle nuove terapie derivate - speravano - da una miglior comprensione del funzionamento dei geni: infatti all’inizio si presumeva di aver a che fare con 120.000/150.000 geni, e le case farmaceutiche avevano fatto investimenti di conseguenza. Così, quando Craig Venter e il suo gruppo pubblicarono un rapporto preliminare che prevedeva "soltanto" circa 80.000 geni, il presidente di una famosa industria biotecnologica gli telefonò imbestialito. "Bestemmiava e malediceva e insultava tanto me che la mia società." racconta Venter, e quando gli fu chiesto di spiegarsi, l’individuo rispose: "Avete appena annunciato che ci sono solo 80.000 geni umani, e io avevo appena stipulato un contratto con la SmithKline Beecham impegnandomi a venderne loro 100.000. Bastardi, dove diavolo li trovo gli altri?" Forse è anche giusto che questo capitalista sia morto prima di sapere che la cifra esatta non era 80.000, ma 30.000 circa!

Questo episodio getta un divertente sprazzo di luce sui rapporti tra capitale e ricerca: gli scienziati (almeno quelli seri) sono interessati alla conoscenza in se stessa, a scoprire cose nuove e ad allargare gli orizzonti della scienza, i capitalisti si interessano solo ai soldi e sono pronti ad investire nella genetica perchè si prospettano succosi profitti. L’industria biotecnologica è interessata all’identificazione dei geni difettosi del nostro organismo al fine di creare nuovi farmaci specifici da cui trarre profitto economico: anche 30.000 ipotetici nuovi farmaci significano un bel mucchio di denaro, almeno per alcuni.

L’International Human Genome Sequencing Consortium è un progetto internazionale finanziato da enti pubblici che mette le sue scoperte a disposizione di tutti, ma Celera Genomics è una società privata a fini di lucro, che tiene le sue scoperte strettamente riservate sperando di arricchire i suoi azionisti: con la mappa del genoma in suo possesso, si aspetta di guadagnare dalle società farmaceutiche e biotecnologiche che pagheranno le informazioni genetiche utili alla loro attività produttiva. Sebbene il consorzio internazionale offra gratuitamente la mappatura, alcune aziende come Immunex stanno già utilizzando la mappa del genoma dopo averla pagata, si dice, 15 milioni di dollari a Celera Genomics. Gli analisti ritengono che la società, che ha una capitalizzazione di mercato di circa 3 miliardi di dollari si predisponga a passare dal campo della ricerca genetica pura allo sviluppo in proprio di farmaci e terapie grazie alle possibilità offerte dalla mappa genetica (si dice che abbia già fatto i primi passi, e che possa raggiungere le dimensioni di un gigante farmaceutico come la Pfizer). Il 13 febbraio scorso, alla Borsa di New York, le azioni di Celera sono passate da 10 cents a 47,85 dollari dopo che il giorno prima erano salite del 15%.

Siccome normalmente le industrie vogliono garantirsi sicuri diritti di proprietà sui geni prima di investire i milioni di dollari necessari a svilupparne medicinali, le controversie sui diritti di brevetto potrebbero avere conseguenze di enorme portata. Poichè è molto probabile che due scienziati o due società, pur lavorando su proteine diverse collegate a malattie differenti, debbano richiedere un brevetto per sequenze di uno stesso gene, secondo alcuni ricercatori si arriverà ad una serie di lotte per i brevetti, tali da bloccare ricerche e relativi sviluppi (farmaci, test genetici) di uno od entrambi i contendenti. Afferma Robert H. Waterson, esperto in analisi genetica alla Washington University di St. Louis: "Penso che ci siano moltissime richieste da esaminare, e il basso numero di geni disponibili complicherà ulteriormente le cose." Altri scienziati sono d’accordo con lui, come Arthur Caplan, professore di bioetica alla University of Pennsylvania e consulente di Celera Genomics: "Penso che questo possa inibire la ricerca. Le aziende dovranno affrontare il problema di come agire riguardo l’accesso e la condivisione dei propri dati, e assumersi le proprie responsabilità. Dopotutto si tratta di sanità, non è come brevettare la Coca Cola." E Lee Hood, biologo molecolare alla University of Washington di Seattle: "Se la guerra dei brevetti non è ancora scoppiata, lo farà presto. Penso che si troveranno geni connessi a 10, o anche 50 proteine diverse... ogni stringa verrà brevettata, e lo sa il cielo come riusciremo a cavarcela."

L’autorità competente calcola che siano stati rilasciati brevetti per circa 1.000 geni umani completi, ma ci sono decine di migliaia di richieste in sospeso: gli avvoltoi sono già in volo! Si prospetta un caos senza fine di cause legali, a scapito della scienza e, in definitiva, dei milioni di persone in disperata attesa delle nuove terapie che il Progetto Genoma renderà possibili: anche dopo il rilascio di due brevetti validi, uno dei due possessori potrebbe vincere una causa e bloccare la ricerca dell’altro. È già stato criticato il fatto che siano stati concessi i diritti di brevetto sui geni legati all’AIDS senza sufficienti garanzie che questa correlazione sia stata davvero capita, e questo è solo l’inizio.

Ma l’uso di queste tecnologie nel capitalismo comporta altri problemi: potrebbero voler dire una nuova era di discriminazione genetica. Ad esempio, se la ricerca creasse un test diagnostico in grado di determinare la predisposizione genetica di una persona ad una malattia, il datore di lavoro o la compagnia di assicurazioni di questa persona dovrebbero saperlo? James Jeffords e Tom Daschle, membri del Senato USA, hanno scritto su Science: "Senza le adeguate garanzie, la rivoluzione genetica potrebbe significare un passo avanti per la scienza e due passi indietro per i diritti civili. Un uso errato delle conoscenze genetiche potrebbe creare una nuova minoranza, i geneticamente meno fortunati." I pionieri di questa ricerca, J.C. Venter e F.S. Collins deplorano i tentativi delle aziende americane di fare test segreti sui lavoratori e sceglierli in base al profilo genetico, e recentemente la Commissione Federale per le Pari Opportunità Lavorative ha fatto causa (per la prima volta nella storia) alla Burlington Northern & Santa Fe Railway per discriminazione genetica. Science riporta che in un’indagine condotta nel 2000 dalla American Management Association tra 2.133 datori di lavoro, sette hanno dichiarato di usare abitualmente test genetici sui propri dipendenti o sul personale da selezionare.

Come gli alimenti geneticamente modificati (ed ogni altra scoperta scientifica), nelle mani di capitalisti avidi ed irresponsabili la mappa del genoma può trasformarsi da benedizione in maledizione per il genere umano. Queste meravigliose scoperte, rese possibili solo dalla collaborazione di ricercatori di ogni continente e fondamentali per la fondamentale questione della conoscenza di noi stessi, non possono ridursi a monopolio di un pugno di speculatori: il movimento internazionale dei lavoratori deve battersi per la nazionalizzazione delle grandi aziende biotecnologiche e farmaceutiche, come primo passo verso la nazionalizzazione di tutti i monopoli economici e finanziari che dominano la nostra vita e ne assoggettano ogni minimo aspetto alla dittatura del capitale. Solo in un’economia socialista, razionalmente pianificata, le nuove scoperte potranno venir sviluppate al massimo e rimanere, come devono, al servizio dell’umanità.

Possibilità illimitate

La mappatura del genoma umano ci ha portati un po’ più avanti sulla strada del pieno sviluppo delle nostre capacità fisiche ed intellettuali, anche se il cammino è ancora ai primi passi. La prossima grande sfida sarà comprendere come e perchè i geni si attivano o meno in determinati processi, elemento determinante per lo sviluppo di nuove terapie che inizieranno a trasformare la medicina. Dice il genetista Eric Lander: "Nel XX secolo non curavamo che i sintomi della malattia, nel XXI possiamo iniziare a curarne la causa."

Ai nostri occhi appare l’allettante prospettiva di un mondo libero dal flagello della malattia, la scomparsa del cancro e dell’AIDS (i moderni equivalenti della Peste Nera), l’eliminazione della malaria e di tutti gli altri morbi che significano miseria, sofferenza e morte per milioni tra i più poveri del mondo, la reale possibilità di guarire i malati mentali e le vittime impotenti delle patologie genetiche. Tutto ciò è ora davvero realizzabile nel giro di qualche anno o decennio, ma impallidisce di fronte alle prospettive a lungo termine: si può supporre che, a lungo andare, l’uomo possa arrivare al controllo degli stessi meccanismi casuali della selezione naturale. Nelle mani di capitalisti che pongono il profitto al di sopra di tutto, l’ingegneria genetica è una minaccia mortale per la stessa vita sulla terra, ma in una società razionalmente strutturata le nuove tecnologie possono aprire la strada alle più straordinarie conquiste immaginabili: nelle pagine della Bibbia i ciechi vedono, i sordi odono, gli storpi camminano e i morti risorgono, ed ora questi miracoli sono possibili alla scienza, senza bisogno del soprannaturale.

Ovviamente, l’umanità non otterrà mai quel tipo di tediosa immortalità promesso dalla religione, e noi non dovremmo desiderare di vivere per sempre ma di vivere pienamente questa vita, la sola che abbiamo.

Già la Bibbia ci prometteva una vita terrena di "sette diecine d’anni", eppure, anche nel periodo senile del capitalismo, per innumerevoli moltitudini questo rimane un sogno: agli inizi del XXI secolo, per la stragrande maggioranza dell’umanità la vita è ancora "squallida, brutale e breve" come scrisse Hobbes. Ma oggi non c’è alcun motivo perchè debba essere così: le capacità della moderna industria, dell’agricoltura, della scienza e della tecnologia sono più che sufficienti a risolvere tutte le necessità vitali dell’umanità e a creare un paradiso per tutti non in un nebuloso Aldilà ma qui ed ora, un paradiso in questo mondo.

Grazie ai vantaggi offertici da scienza e tecnologia, la normale durata della vita umana può essere portata ben al di là dei suoi attuali "limiti naturali", ed è del tutto logico prevedere un mondo in cui sarebbe considerato normale restare sani ed attivi fino ad oltre cento anni: vivere la vita nella sua pienezza, arricchire il patrimonio delle conquiste umane nell’arte, nelle scienze e in ogni altro campo di attività sociale, raggiungere il massimo delle capacità offerte dalla natura e infine, una volta dato tutto quanto potevamo dare, andarcene soddisfatti da questo mondo lasciando spazio alle nuove generazioni che porteranno ancora più avanti il nostro lavoro. Una simile prospettiva (essenzialmente modesta, di fronte a quello che ora sappiamo essere possibile) può sembrare "utopistica" solo a intelletti di second’ordine, e a chi è così demoralizzato e disumanizzato dalla decadenza del capitalismo da aver perso ogni speranza ed ogni senso di dignità umana, e si è convinto che questo miserabile stato di cose sia tutto quello che possiamo sperare.

Queste meravigliose conquiste della scienza ci svelano le capacità illimitate del genere umano, ma dovrebbero anche renderci tutti pienamente consapevoli di quello spreco criminale che è la più orrenda caratteriristica della cosiddetta economia di mercato. Fino ad oggi, i sostenitori del sistema potevano nascondersi dietro l’argomento pseudoscientifico che la disuguaglianza sociale che condanna all’annientamento la maggioranza dell’umanità era il risultato "di una ferrea necessità", che era "tutto nei nostri geni" come un tempo tutto era "scritto nelle stelle". Ma ora basta! La criminale ingiustizia della società divisa in classi è stata condannata dal tribunale della vera scienza, di cui aveva cercato di ottenere l’aiuto.

Le conseguenze sono davvero sconvolgenti. Per esempio, nella storia dell’umanità non si incontrano molti "genii". Ora, se è chiaro che Albert Einstein aveva una predisposizione genetica a diventare un grandissimo scienziato, è ancor più evidente che se lo stesso Einstein fosse nato nei bassifondi di Glasgow o in un villaggio in Etiopia, non lo sarebbe mai diventato: questa predisposizione non sarebbe stata che una semplice possibilità andata sprecata. E questo è il destino di moltissimi possibili Einstein, Darwin o Beethoven, dei quali l’infame sistema capitalista calpesta e spreca ogni potenzialità. Da lungo tempo le menti più acute e gli animi più nobili riflettono su questo tremendo spreco di talento umano, come il poeta settecentesco Thomas Gray nella sua famosa Elegia scritta in un cimitero di campagna ("Quante perle della più pura luce/Perse nei neri abissi dell’oceano./Quanti fiori sbocciano e profumano/Non visti, nel cuore del deserto."), o Trotskij che, in modo meno poetico ma assai efficace, espresse la stessa idea: "Quanti Aristotele pascono i porci? E quanti guardiani di porci siedono in trono?" È un’ottima domanda, alla quale i sostenitori dell’ordine prestabilito, attingendo agli argomenti pseudoscientifici tanto generosamente forniti dagli istituti di genetica delle università americane (ed europee), finora rispondevano che è già tutto geneticamente predeterminato, in una specie di versione "scientifica" di quel vecchio inno religioso dove si cantava che "Il Signore ha creato ogni cosa al posto giusto: / il ricco nel castello e il povero al cancello" .

Spesso ci si è opposti all’iniquità di una società divisa in classi, ed ogni volta queste voci sono state soffocate dal coro dei difensori dello status quo, i quali avevano tutto da guadagnare nel dimostrare che questo è l’ordine naturale delle cose: prima dissero che "Dio lo voleva", poi che gli schiavi erano privi di anima immortale, poi che la monarchia assoluta derivava inevitabilmente da un’investitura divina, e quando non poterono più sostenere queste posizioni si rifugiarono dietro uno schermo di idee pseudoscientifiche, prendendo a pretesto la genetica. Ma ormai, spazzato via tutto ciò, è chiaro che in termini di predeterminazione genetica la differenza tra il ricco e il povero è insignificante: il punto non è con quali geni nasciamo, ma che nasciamo in un mondo dove solo al ricco e al privilegiato è concesso di sviluppare le proprie potenzialità, e gli altri sono forzati alla povertà e alla disperazione, il loro talento schiacciato proprio come un seme sotto il tallone d’uno stivale.

Il gruppo di ricerca di Celera Genomics conclude che solo 10.000, sui circa 3 miliardi di unità elementari contenute nei nostri geni, hanno a che fare con la differenza tra due individui, e come dice J. C. Venter: "Tutti noi siamo realmente gemelli identici ma, proprio come tutti i gemelli e i fratelli in genere, siamo realmente diversi nel modo di interagire con l’ambiente." Le implicazioni sono chiarissime: cambiando le condizioni materiali di esistenza si può creare un ambiente favorevole nel quale ognuno possa sviluppare al massimo le proprie capacità , dando inizio ad un nuovo Rinascimento ad un livello mai raggiunto prima, una letterale rinascita dell’umanità. Il vero significato del socialismo è proprio questo.

Ne La rivolta della ragione abbiamo scritto: "Il potenziale del cervello umano è illimitato. Il compito della società dovrebbe proprio essere quello di permettere che tale potenziale si esprima al meglio. Le situazioni ambientali che l’individuo incontra possono influenzare notevolmente, positivamente o negativamente, lo sviluppo di tale potenziale. Un bambino cresciuto in condizioni sociali disagiate non potrà essere che svantaggiato rispetto ad uno che sia cresciuto avendo a disposizione tutto ciò di cui avesse bisogno. Cambiare l’ambiente sociale nel quale il bambino cresce significa cambiare il bambino: al contrario di quello che pensano i genetisti di scuola determinista, l’intelligenza è scevra da predeterminazioni genetiche."

Molto tempo fa Marx ha spiegato che "l’essere sociale determina la coscienza", e la cosiddetta natura umana non è qualcosa di fisso e immutabile: in realtà si è modificata molte volte nei milioni di anni di evoluzione dell’uomo. Nessuna persona con un minimo di cultura, che appena conosca la lotta sostenuta dalla nostra specie per arrivare allo sviluppo attuale, può accettare l’idea che l’umanità abbia già raggiunto il massimo delle proprie capacità psicofisiche, il termine della propria evoluzione, come suggerisce Francis Fukuyama. Lungi dall’essere alla fine la storia dell’uomo non è ancora iniziata, e non comincerà finché gli uomini non prenderanno consapevolmente il proprio destino nelle proprie mani.

La mitologia greca ci ha tramandato il mito di Tantalo, il gigante condannato da Zeus a soffrire la fame e la sete davanti a cibi e bevande posti appena oltre la sua mano, e questo mito rappresenta esattamente la società capitalista nel periodo della sua decadenza. Oggi esistono tutti i mezzi per arrivare alla meta del socialismo, a una società senza classi dove gli esseri umani possano decidere la loro vita anzichè essere gli oggetti ciechi di forze nascoste, incontrollabili o incomprensibili; e il prossimo grande passo dell’evoluzione umana richiede che si metta fine per sempre alla degradante discriminazione di classe, a questo moderno equivalente della schiavitù, e che all’anarchia capitalista e alla legge della giungla si sostituiscano dei rapporti veramente umani. Una volta create le condizioni di cui lo sviluppo umano necessita, liberando le enormi potenzialità dell’industria, dell’agricoltura, della scienza e della tecnica (e soprattutto quelle, virtualmente infinite, assopite in ogni uomo), il cielo sarà l’unico limite.

Londra, 16/02/2001