il 25 aprile: un giorno sempre meno di lotta - Falcemartello

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Antifascismo e lotta di classe

Anche quest’anno abbiamo assistito al coro istituzionale per commemorare la Liberazione dal fascismo. Come al solito retorica e ipocrisia non mancano e stavolta anche Berlusconi ha rincarato la dose. Non è un caso, dato che in decenni di revisionismo (anche di sinistra) si è tentato di svuotare di contenuto una data che andrebbe innanzitutto analizzata, per le luci e le ombre che porta con sé.

La Resistenza fu un movimento rivoluzionario a tutti gli effetti. Le guerre e i soprusi causati dal fascismo provocarono una risposta di massa dei lavoratori e dei contadini, che tramite scioperi, occupazioni delle terre e lotta armata, portò alla capitolazione del regime. Il potenziale di lotta espresso nella Resistenza non andava ad intaccare solamente la dittatura in quanto tale, ma poneva all’ordine del giorno l’abbattimento del sistema economico che l’aveva creata, il capitalismo. Così non fu. I dirigenti del Pci erano consapevoli delle aspirazioni delle masse, ma scelsero coscientemente di deviarle in nome di un’unità nazionale che in realtà nascondeva una riconciliazione con il padronato. I primi a trasformare il 25 aprile in una festa furono dunque proprio quegli esponenti che nel 1945 usarono la propria influenza sul movimento operaio per frenare la lotta partigiana, mantenendola all’interno del sistema capitalista.

La deriva verso destra che coinvolse le organizzazioni dei lavoratori nei decenni successivi, portò a continue sbandate moderate, fino ad arrivare alle posizioni reazionarie dei nostri giorni. Pd e Pdl celebrano la Resistenza in chiave patriottica e anticomunista, mentre per più di un anno non hanno fatto la benché minima opposizione rispetto alla proposta di legge sull’equiparazione tra partigiani e repubblichini.

I partiti di governo e dell’opposizione parlamentare, Pd compreso, si rendono conto che non possono fare a meno di un uso strumentale dell’antifascismo e  perciò lavorano ogni giorno per cambiarne il significato. La commemorazione delle Foibe, così come l’istituzione della giornata della memoria della Shoah, mirano proprio a distogliere l’attenzione dal connotato di classe che ebbero fascismo e Resistenza.


Il fascismo come garante degli interessi della classe dominante


I fasci italiani di combattimento nacquero nel 1919 a Milano grazie al finanziamento di un gruppo di industriali preoccupati per il pericolo del “bolscevismo”. Durante il cosiddetto Biennio Rosso del ‘19-’20, infatti, il padronato italiano sentì traballare il proprio potere di fronte al fervore rivoluzionario della classe operaia e di lì a poco iniziò a servirsi delle squadracce fasciste per reprimere ogni mobilitazione e organizzazione dei lavoratori.

Le direzioni del Partito Socialista e della Cgl si mostrarono inadeguate, sia durante l’occupazione delle fabbriche, sia nel fronteggiare l’avanzata di Mussolini. Con l’aggravarsi della crisi economica, il fascismo venne percepito come una soluzione non solo dalla grande borghesia, ma dai piccoli commercianti e da un settore di disoccupati disperati, che permisero al movimento squadrista di fare un salto di qualità.

L’obiettivo era quello di abbattere le organizzazioni tradizionali dei lavoratori. Tra il ‘21 e il ’22, 4mila antifascisti furono ammazzati, altri 40mila feriti e 20mila costretti ad abbandonare le proprie case e a nascondersi. In un anno e mezzo vennero saccheggiate e incendiate oltre cinquecento sedi tra camere del lavoro, cooperative, case del popolo e leghe contadine. La stessa sorte toccò alle sezioni del Partito Socialista e del neonato Partito Comunista d’Italia.

L’instaurazione di un clima di terrore andava di pari passo con gli attacchi ai diritti e alle condizioni dei lavoratori: tra il 1920 e il 1930, il livello medio dei salari scese di quasi il 40%. Nel 1926 il regime allungò le ore di lavoro da 8 a 9 giornaliere e concesse ampie deroghe all’orario massimo settimanale. La maggiorazione per le ore straordinarie venne ridotta dal 25% al 10% e nel 1935 le esigenze della cosiddetta “produzione nazionale” imposero la domenica lavorativa in molte fabbriche.

Questi sono solo alcuni dati che ci permettono di capire come l’ascesa del fascismo non fu, come spesso si sente dire, una specie di “follia collettiva” di stampo reazionario. In ogni società, l’ideologia dominante risponde agli interessi di chi detiene il potere economico e politico. Durante il fascismo, razzismo e familismo furono gli strumenti che Mussolini utilizzò per dividere il movimento operaio su basi etniche, religiose e di genere, al fine di poter portare avanti in maniera massiccia gli attacchi sul piano economico e sindacale.


Siamo antifascisti tutti i giorni, non solo il 25 aprile


Le politiche razziste e le discriminazioni del governo Berlusconi in alcuni casi ci ricordano il ventennio. Ora come allora la crisi economica impone un dazio pesante ai lavoratori, dazio che andrebbe segnato sul conto di chi in questi anni ha fatto milioni di profitti grazie al precariato e all’imposizione di turni massacranti.

Vi è però una differenza non di poco conto tra il sistema di governo attuale e il regime fascista. Rifondazione Comunista e i sindacati non sono fuorilegge, né le aggressioni ai militanti o alle strutture di sinistra hanno un carattere di massa, pur essendo in preoccupante aumento. E’ proprio per questo che dobbiamo portare il tema dell’antifascismo all’interno di queste organizzazioni con una vitalità nuova, preparandoci a possibili attacchi e collegando la lotta all’estrema destra a quella che tutti i giorni svolgiamo per combattere la crisi economica, per difendere il nostro posto di lavoro, il contratto nazionale o l’agibilità politica nelle nostre scuole e in università.