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Parlare di repressione e di un osservatorio sulla questione repressiva in Italia, vuol dire analizzare la deriva securitaria, con relativa applicazione repressiva, portata avanti dagli ultimi governi sia di centrosinistra che di centrodestra. L’obbiettivo di questa politica repressiva è la ghettizzazione, la catalogazione e l’esclusione sociale sistematica, di chiunque potrebbe minare il capitalismo.

In questi anni infatti il potere politico e quello economico, con la partecipazione attiva di quello mediatico, hanno costruito un corollario di leggi che attaccano sistematicamente i giovani “ribelli” e non omologati, i migranti oltre alle persone inserite nel circuito penale.

Sono due le leggi dalla chiara impronta reazionaria che causano circa il 60% delle detenzioni (dati dal dipartimento di amministrazione penitenziaria e dalla rivista Ristretti Orizzonti.

La prima è la Fini-Giovanardi, che agisce sull’equiparazione delle droghe leggere (cannabis e derivati) con quelle pesanti (oppiacei e derivati – droghe chimiche) ma soprattutto, costruisce una equiparazione penale e sociale tra lo spacciatore ed il consumatore.

Tutto ciò ha portato, sta portando e porterà una quantità enorme di giovani in carcere, con successivi problemi di ordine psicologico derivati dal trauma della carcerazione e con problematiche dettate dall’esclusione dal contesto sociale. Una della conseguenze è il marchio di tossicodipendente (cioè il ritiro del passaporto, la sospensione o la revoca della patente, ecc.) con l’esclusione sociale che provoca.

C’è anche la tessera del tifoso, legge di impianto capitalistico-securitario, con relativa schedatura di massa a priori di chi (in maggioranza giovani) va allo stadio. Una tessera che è anche una carta di credito a tutti gli effetti e che crea un controllo economico-sociale.

La seconda Bossi-Fini con il peggiorativo pacchetto-sicurezza, che ha di fatto creato il reato di immigrazione, trasformando una sanzione amministrativa in un reato penale. Grazie a questa legge sono in galera circa il 25% dei detenuti e ad essa è stata affiancata una massiccia repressione dei reati come la vendita di cd e dvd falsi. L’effetto di questa legge è stato portare in prigione uomini e donne che sopravvivono con lavori a margine, extra-legali o sommersi, che alimentano mercati economici gestiti dalle mafie o da datori di lavoro senza scrupoli, ancora una volta però lo Stato ha deciso di colpire l’ultima ruota del carro.

L’esclusione sociale dei detenuti è pressochè totale: dalla sistematica inapplicazione dei diritti sanciti dall’ordinamento penitenziario sui servizi alla persona (sanità, cultura, istruzione), ai processi di riqualificazione e reinserimento lavorativo con condizioni di lavoro interno pessime, sottopagate e senza tutele. Basti pensare che uno spazzino che lavora nel carcere di Bollate (Milano) per 60 ore in un mese, ovviamente a rotazione e in modo intermittente, guadagna 221 euro cioè circa 3,70 euro all’ora.

I detenuti in Italia sono ormai ben oltre 70mila, di cui almeno il 60% in attesa di giudizio. L’ambiente che si respira tra i detenuti si riassume facilmente con il numero di suicidi: 66 nel 2010, già 5 nel 2011 a fronte dei 1.700 detenuti morti nella carceri negli ultimi 10 anni di cui un terzo si sono tolti la vita.

La capienza dei nostri istituti di pena è pari a 43mila posti, con una capienza “tollerabile” di 48mila per il Dap (Dipartimento di amministrazione penitenziaria); per cui il sovraffollamento è più del 150%, con punte del 170% negli istituti di transito di Lombardia, Lazio, Calabria, Campania (San Vittore, Regina Coeli, Siano, Poggio Reale, Ucciardone). Il disagio è legato anche al fatto che, circa il 37% sono stranieri, il 25% tossicodipendenti ed il 3% alcoolisti (dati Censis), cioè persone che avrebbero bisogno di un aiuto sociale, non del carcere.

Ma c’è una considerazione politica da fare. Nel rapporto 2009-2010 del garante dei detenuti della provincia di Milano (che rappresenta più del 12% della popolazione detenuta!) si afferma che su 6mila detenuti (su 8mila totali) analizzati, oltre il 50% risulta analfabeta o con la licenza elementare, il 35% con la licenza media e solo il 15% con un diploma o equiparato.

Per quanto riguarda l’accesso al lavoro o a corsi di formazione finalizzati, solo l’1,8% ne ha reale accesso, anche se ben il 95% di tali corsi viene portato avanti con successo dai detenuti. Considerando che l’età della gran parte di chi è detenuto varia tra i 18 ed i 34 anni, è palese quindi che il risultato di queste pratiche da parte del governo e dell’istituzione carceraria è che chi è più debole e fragile rimanga ai margini per essere da una parte facilmente sfruttato e dall’altra usato come attore sociale per avallare l’azione repressiva.

In questo contesto il governo Berlusconi, assieme ad una congrua parte dell’opposizione istituzionale vuole costruire un consenso populista e una conseguente deriva becera e securitaria, risolvendo i problemi sociali con il codice penale.

Noi intendiamo ribellarci a questo stato di cose connettendo la battaglia per i diritti dei detenuti alle lotte sociali, come abbiamo fatto raccogliendo centinaia di firme in sostegno alla lotta di Pomigliano e per l’acqua pubblica. Solo sviluppando un vero e proprio blocco sociale tra lavoratori, studenti e disoccupati e le persone detenute ed i loro famigliari per uscire dal contesto di marginalità lavorativa e di alienazione sociale potremo uscire dall’attuale situazione fatta di repressione e carcerazione sociale.

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