Quale antifascismo? - Falcemartello

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25 Aprile

Com’è stato possibile in Italia, paese dove vige una Costituzione che vieta formalmente la ricostituzione del partito fascista, l’accordo elettorale tra Berlusconi e gruppi neofascisti (Fiamma Tricolore, Forza Nuova ecc.) nelle recenti elezioni? L’unica risposta possibile è che la borghesia non è “democratica” o “fascista”, ma appoggia le soluzioni politiche che considera migliori per difendere i propri interessi. Di fatto in condizioni di crescita economica i capitalisti preferiscono i regimi “democratici”, che danno maggiori garanzie sociali. Ma in periodi di crisi come quello odierno la classe dominante è divisa su come difendere meglio i propri profitti.

La reazione è il tentativo di rispondere con la barbarie e con il recupero di idee medioevali alla crisi del sistema capitalista e alla sfida lanciata a questo sistema dal movimento operaio.


Il fascismo è uno strumento della classe dominante


I comunisti combattono il capitalismo, sia quando usa i mezzi “democratici” sia quando usa quelli “reazionari”. Il pericolo neofascista è solo un aspetto della minaccia reazionaria. L’esperienza ma anche l’attualità (il “manifesto per l’Occidente” di Pera, i proclami di Berlusconi contro la “società multietnica”) dimostrano come i fascisti siano solo una parte dell’intero fronte reazionario. Questo tema va sviluppato nella nostra propaganda, con esempi concreti di come i partiti borghesi, le forze dell’ordine e la magistratura spesso abbiano un occhio di riguardo verso i picchiatori fascisti.


I fascisti oggi sono piccoli gruppi che si limitano a svolgere i compiti di una forza repressiva parallela negli interessi del padronato, una specie di polizia ufficiosa che colpisce i militanti di sinistra, gli immigrati, gli omosessuali ecc.


I comunisti difendono nelle organizzazioni operaie, nelle fabbriche e nei quartieri una posizione antifascista basata sulla lotta a tutto campo contro le posizioni reazionarie e, dove esiste una concreta minaccia di aggressioni, aprendo una battaglia politica nelle organizzazioni della sinistra (partiti, sindacati, organizzazioni giovanili) affinché si costituiscano servizi d’ordine difensivi, con modalità democratiche e un controllo politico da parte della base.


I comunisti vedono la lotta antifascista come parte della lotta anticapitalista. Contro le provocazioni fasciste e leghiste nei confronti degli immigrati non servono appelli generici al rispetto e alla solidarietà. Non faremo molto contro le idee reazionarie se ci limitiamo a chiedere solidarietà agli immigrati, mentre questi - costretti dal bisogno - accettano i peggiori salari e le peggiori condizioni di lavoro, portando al ribasso le condizioni dell’insieme dei lavoratori.


Bisogna affrontare la questione non in termini di colore della pelle o culturali, ma in termini di classe, sottolineando che in Italia, da anni, ci sono milioni di proletari immigrati, che sono parte della forzalavoro italiana (la parte più sfruttata). Il resto dei lavoratori ha tutto l’interesse a lottare per migliorare le loro condizioni, perché così riducono le possibilità che i padroni li usino per dividerci. Solo dopo che attraverso lotte di fabbrica, nei contratti di lavoro, contro i mille soprusi quotidiani, saremo riusciti a creare concreti legami di solidarietà tra i lavoratori immigrati e fasce importanti del proletariato italiano sarà possibile, quasi “naturale” una risposta adeguata, massiccia e militante alle provocazioni fasciste o leghiste. Su questo terreno, non esistono scorciatoie.


L’11 marzo a Milano


Lo scorso 11 marzo a Milano solo un inguaribile riformista poteva aspettarsi che la polizia bloccasse il corteo fascista perché “anticostituzionale” dopo che era stato approvato da questore, sindaco e governo. Tuttavia chi ha pensato di impedire la manifestazione con la “guerriglia urbana” inscenata da 200 persone in Corso Buenos Aires non ha dimostrato maggiore realismo. Anche nella contrapposizione di piazza ai fascisti la nostra bussola dev’essere l’elevazione della coscienza delle masse: metodi che chiariscano le idee ai lavoratori, che rafforzino la loro fiducia nelle proprie forze, che indichino loro la strada della partecipazione e della lotta, sono metodi utili; i metodi che confondono le idee, come l’elitarismo di chi propone una guerra fra bande fatta di duelli individuali, sono metodi controproducenti. Purtroppo però la conclusione scandalosa della vicenda dell’11 marzo milanese è che mentre decine di manifestanti (molti dei quali per giunta si sono recati al presidio senza immaginare cosa sarebbe successo) sono stati incarcerati, il corteo fascista si è svolto senza intoppi creando un preoccupante precedente.


Oltre ad esporre molti giovani alla repressione statale, questa iniziativa ha temporaneamente galvanizzato i fascisti. Eppure sarebbe stato del tutto possibile impedire quel corteo con una presenza antifascista anche cento volte superiore, se i partiti di sinistra e i sindacati lo avessero voluto. Pur con dei limiti, in queste settimane a Bologna, a Padova e in altri luoghi si sono sviluppate mobilitazioni che hanno attraversato anche le organizzazioni di massa della sinistra (Prc e sindacato), mobilitazioni che hanno costretto spesso i neofascisti a fare dei passi indietro e sospendere le loro iniziative provocatorie. È solo un piccolo esempio di cosa è possibile quando una lotta assume un carattere di massa.


Costruire un antifascismo consapevole e di massa


Non possiamo permetterci una critica puramente di denuncia nei confronti del riformismo. Come comunisti abbiamo il dovere di intervenire continuamente per il coinvolgimento in un fronte unico di tutte le organizzazioni di sinistra. Ma la ricerca di un fronte unico con l’obiettivo pratico di contrastare la minaccia fascista non significa difendere parole d’ordine annacquate. Anche rispetto alla commemorazione del 25 Aprile è importante mantenere una posizione di classe, che spieghi come la Resistenza (in montagna e in fabbrica) è stata in fondo un tentativo rivoluzionario, fallito per il riformismo dei dirigenti della sinistra; il regime repubblicano borghese, ad egemonia democristiana, non è stato il frutto della vittoria dei partigiani e del movimento operaio quanto della loro sconfitta e del mantenimento dell’ordine capitalista sotto una forma diversa (e questo fa capire come mai i fascisti hanno continuato ad agire anche nella repubblica “nata dalla Resistenza”).


Il riformismo non solo è incapace di arrestare efficacemente i fascisti (limitandosi in genere ad appelli inconcludenti alla polizia e alla Costituzione), ma sono proprio le politiche riformiste che, screditando completamente la sinistra agli occhi di tantissimi giovani e proletari, danno ossigeno alla propaganda fascista.


La crisi del capitalismo genera la reazione. La lotta contro la reazione spazzerà via i fascisti se saprà diventare anticapitalista e di massa.

12 Aprile 2006