Recensioni: Fascisti a Milano - Falcemartello

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Non sono poi molti. Da una lettura attenta dell’ultimo, interessante, libro di Saverio Ferrari, Fascisti a Milano, emerge un dato di fondo che attraversa tutti i capitoli del libro: i protagonisti sono quasi sempre gli stessi.

È una comunanza che interessa soprattutto i quadri recenti dell’estrema destra milanese e diventa impressionante se non rileggiamo il libro seguendo l’ordine dei capitoli ma li riordiniamo per vicinanza cronologica.

Possiamo così scoprire dall’impressionante documentazione giudiziaria analizzata dall’autore che i protagonisti che vanno dall’omicidio di Vincenzo Spagnolo, ultrà del Genoa accoltellato il 29 gennaio 1995 prima della partita Genoa-Milan, fino all’oscuro omicidio di Alessandro Alvarez avvenuto il 3 marzo del 2000 a Cascina Gobba, sono poco più di una decina: lo stesso Alessandro Alvarez, tra gli imputati dell’aggressione al consigliere comunale del Prc Atomo Tinelli nell’aprile del 1997, Giacominelli e Dozio, tra i fondatori delle Brigate Rossonere due, i fratelli Todisco, tra la curva dell’Inter e la fondazione di Cuore Nero, Fabrizio Fratus, Antonino La Russa, esponenti anche istituzionali dell’estrema destra.

Alle loro spalle uomini più grandi come Pasquale Guaglianone, volto noto dell’estrema destra milanese, Carlo Fidanza, uno dei principali anelli di raccordo tra la manovalanza delle camice nere e la destra istituzionale e Nico Azzi, volto storico di Ordine Nuovo, condannato a 13 anni per aver tentato di far saltare un treno Torino-Roma nell’aprile del 1973.

Ferrari fin dalle pagine introduttive ci invita a non sorprenderci della contraddizione che attraversa l’estrema destra milanese, scissa tra la marginalità del dopoguerra, che sarà funzionale alla trama eversiva fatta di attentati ed aggressioni, e la centralità di Milano, capitale della Repubblica sociale prima della caduta del fascismo.

Un’azione che si sviluppa già dal primissimo dopoguerra, con gli attentati alle Case del popolo e alle sezioni del Pci e che corre insieme alla radicalizzazione di classe del nostro paese, trovando il proprio apogeo con la strage di piazza Fontana, e che poi si riciclerà entrando nei gangli vitali del mondo imprenditoriale milanese. Tutti i grandi nomi, spesso rappresentanti istituzionali, sono imprenditori o lo sono stati: da Guaglianone al Barone, capo della curva rossonera.

Il punto di forza del libro è tutto nella sua puntualità descrittiva: poggia sui fatti delle carte giudiziarie e lì trova il proprio sviluppo in quasi tutti i suoi capitoli.

Chiudendo il libro in effetti emerge come la magistratura sia l’altra protagonista del racconto, una protagonista non sempre limpida, come dimostra l’esempio del processo dopo l’aggressione ad Atomo Tinelli. Nelle parole di Ferrari: “Da un lato dunque un giudice per le indagini preliminari sosteneva che l’incidente probatorio è l’eccezione’ (…) Dall’altra due Pm argomentavano l’inutilità, in assenza di tale atto, di poter accedere al processo. Una specie di cortocircuito. Ma soprattutto una pagina poco edificante per la magistratura milanese”.

È quindi possibile dire che questo protagonismo della magistratura sia in realtà anche il punto di debolezza del libro, perché da una parte descrive l’azione istituzionale e giudiziaria come unico esempio di argine al fenomeno fascista.

In fondo il punto di vista della magistratura non può che essere quello del diritto borghese, di una cristallizzazione dei rapporti di forza nella società: il suo racconto può solo addizionare singoli protagonisti, le sue sentenze sciogliere organizzazioni morenti.

Non possiamo sapere se l’intento del libro era solo quello di descrivere i fascisti a Milano o anche di come combatterli. Ne suggeriamo però una lettura attenta, perché nessuna battaglia può essere affrontata senza la conoscenza scrupolosa che Fascisti a Milano contribuisce a dare.

Non siamo proprio sicuri che “la vittoria del centrosinistra nelle comunali del 2011 e l’elezione di Giuliano Pisapia a sindaco di Milano, potrebbero rappresentare una pesante battuta d’arresto” per il fascismo milanese, come viene scritto in chiusura. Di una cosa siamo però certi: sarà un’altra la giustizia che racconterà la fine definitiva del fascismo milanese.