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Per i 65 anni della Liberazione dell’Italia settentrionale dal fascismo non mancheranno le commemorazioni e gli articoli giornalistici.

 

Gran parte di questo dibattito avrà – non abbiamo dubbi – un carattere revisionista. In questi sessant’anni ha preso piede la logica delle commemorazioni pubbliche, in cui ha prevalso l’unanimismo patriottico, che condanna la “barbarie della guerra” come unica responsabile degli eccidi. È necessaria un’opera di recupero della nostra memoria. L’ottima pellicola del regista bolognese Giorgio Diritti, “L’uomo che verrà”, sulla strage di Marzabotto, uscita da qualche mese nelle sale, fornisce un contributo importante a riguardo e ci dà la possibilità di approfondire una delle pagine più tragiche della Resistenza nel nostro paese.

A Marzabotto, nell’autunno del 1944, si consuma una delle più efferate stragi naziste dell’intero conflitto. Oltre 800 persone, nella stragrande maggioranza civili indifesi, vengono massacrate tra il 29 settembre e il 4 ottobre.

Non si tratta di “furia cieca” ma di un’azione pianificata, non a caso eseguita dagli stessi reparti già “specializzatisi” con i massacri di Sant’Anna di Stazzema (560 morti) e Vinca (170 morti).

Il 17 giugno del 1944 Kesserling,comandante delle forze germaniche in Italia, emana una disposizione che rende le popolazioni locali responsabili per l’azione e di nuclei partigiani sul territorio.

Un provvedimento che fotografa una situazione che vede i comandi e le istituzioni fasciste completamente isolate e prive di appoggio, mentre settori sempre più ampi della popolazione si radicalizzano e forniscono linfa vitale alle brigate partigiane.

L’azione di Marzabotto è una rappresaglia per le azioni della brigata partigiana Stella Rossa, ma serve anche a “ripulire” una zona immediatamente adiacente al fronte.

La vera ossessione per i comandi nazifascisti è la presenza di forze partigiane attive. L’obiettivo non è solo distruggere la brigata, ma anche di reciderne militarmenta il suo legame con il territorio.

La Brigata Stella Rossa è una formazione partigiana ufficialmente apolitica, ma è anche l’espressione più nitida dell’opposizione operaia al fascismo in una zona di montagna: il 57% dei suoi membri sono operai dei canapifici e delle cartiere della zona. Uno dei suoi fondatori è un ex consigliere comunale socialista passato al Pci, e quasi un quinto dei partigiani della Stella Rossa sono di Marzabotto, comune controllato dai comunisti prima del ventennio.

Le stragi di civili iniziano anche prima del vero e proprio attacco. C’è la volontà di terrorizzare in maniera esemplare una popolazione che è percepita come “carne e sangue” delle forze partigiane. Nei documenti dell’esercito tedesco che riferiscono sull’azione svolta si parla, non a caso, di “718 morti nemici tra cui 497 banditi e 221 fiancheggiatori”.

Il massacro consumato non raggiunge però l’obiettivo delle forze tedesche, ossia quello di dividere la popolazione dalle brigate partigiane, facendo leva sull’equazione presenza dei ribelli uguale rappresaglia.

Quello che rende la Resistenza un fenomeno di portata rivoluzionaria è probabilmente anche la decisione, a volte cosciente e attiva di migliaia di lavoratori qualunque di dare un qualche sostegno alla lotta antifascista nonostante il pericolo vitale che questo avrebbe potuto rappresentare per sè e per le proprie famiglie.

Solo nel 2006 è stato possibile istruire un processo contro una parte degli ufficiali nazisti (ormai ultraottantenni!) responsabili della strage di Marzabotto.

I nomi di questi militari erano rimasti per più di 30 anni “archiviati provvisoriamente” nell’armadio della vergogna.

Si trattava di oltre 695 fascicoli scoperti casualmente nel 1994, contenenti nomi, cognomi, accertamenti e istruttorie riguardanti i principali responsabili -tra i quali numerosi fascisti italiani- delle stragi dall’8 settembre 1943 alla fine della guerra.

Perché queste omissioni, visto che la guerra era già finita ormai da tempo? Riaprire il caso delle responsabilità dei massacri nazisti nel 1960 avrebbe voluto dire aprire un contenzioso diplomatico con la Germania Ovest, che in quel momento era considerata un efficacace baluardo dell’anticomunismo.

I comandanti coinvolti nelle stragi si erano perfettamente reinseriti nella vita civile e diversi di essi avevano potuto riciclare le loro “competenze” nell’apparato statale, come Theo Saevecke, responsabile della strage di Piazzale Loreto del 10 agosto 1944, diventato vice direttore dei servizi di sicurezza tedeschi e agente della Cia durante gli anni ’60.

Si potrebbe parlare a lungo delle responsabilità di ogni ordine e grado che rappresentano il retroscena del fascismo e dei suoi crimini. Abbiamo degli avversari che sanno combinare le menzogne alla sfacciataggine, ma che hanno soprattutto la capacità di crearsi il terreno ideologico su cui far avanzare le loro proposte reazionarie. Questi due sono i terreni su cui è necessario affrontarli.

 

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