VALERIO VERBANO Un libro per capire e per non dimenticare - Falcemartello

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“No… io non ci terrei mai ad essere un eroe, per carità… Le cose le devi fare, ma devi riuscire ad ottenere qualcosa in cambio senza doverci rimettere la tua vita.”

Queste parole, che Valerio Verbano, giovane  militante  dell’Autonomia operaia romana ucciso da mano fascista il 22 febbraio del 1980, avrebbe detto a un’amica qualche tempo prima di essere assassinato, lasciano in chi le legge, ancora oggi, un senso di amarezza e tenerezza insieme.

Valerio non era speciale, né ci teneva ad essere considerato un eroe. Valerio era solo un ragazzo della sua generazione, una generazione cresciuta in fretta, in un periodo storico particolare, durante il quale l’alto livello di conflittualità e di consapevolezza raggiunto dal movimento operaio e dalle sue varie espressioni politiche aveva determinato la reazione rabbiosa della classe dominante, dello Stato e dei loro cani da guardia fascisti.

Ma forse quanto appena detto non è del tutto esatto. In un certo senso, qualcosa di speciale Valerio ce l’aveva ed era la sua passione e propensione per il lavoro d’inchiesta e di controinformazione antifascista, che lo porterà a raccogliere quasi 400 pagine di materiale fotografico e informazioni varie sull’arcipelago dell’eversione nera e sui suoi collegamenti con la malavita capitolina, le forze dell’ordine e gli apparati deviati dello Stato. Del cosiddetto “dossier Verbano”, che i genitori e i compagni di Valerio hanno sempre concordemente indicato come il principale movente del delitto, Marco Capoccetti Boccia ricostruisce oggi, in un volume da poco uscito per i tipi della Castelvecchi (Valerio Verbano. Una ferita ancora aperta, p. 384,  19,50), la tortuosa storia, fatta di misteriose sparizioni, parziali e repentine ricomparse, annunci a mezzo stampa di ritrovamenti poi rivelatisi infondati. Ma la ricerca di Capoccetti non si limita ad una ricostruzione, comunque molto seria e dettagliata, delle vicende e dei misteri giudiziari che hanno seguito l’assassinio di Verbano.

Il libro non va infatti inquadrato come un esempio di quella pubblicistica dietrologica, spesso incentrata in maniera feticistica e un po’ compiaciuta sui “misteri d’Italia”, che oggi affolla gli scaffali delle librerie. Il lavoro dell’autore, storico di formazione e anch’egli legato all’esperienza politica (ancorché più recente) dell’autonomia, ha infatti il pregio di mettere in relazione la vicenda esistenziale di Verbano, la sua “passione e morte”, con la storia del neofascismo a Roma negli anni precedenti il 1968, con il successivo processo di radicalizzazione politica cui vanno incontro le giovani generazioni dei vari quartieri della capitale, con la nascita, in quel contesto storico, del cosiddetto “antifascismo militante” (nel quale la pratica del dossieraggio dell’avversario politico è molto diffusa) e con la storia dell’Autonomia operaia organizzata romana.

Al di là del giudizio politico che si può dare oggi di quell’esperienza, risulta ad esempio molto interessante la ricostruzione che l’autore fa dei complessi rapporti intercorrenti fra il gruppo di cui Verbano era una figura di spicco (al quale aveva dato vita insieme ad alcuni compagni del Collettivo del liceo Archimede) e l’area “larga” dell’autonomia operaia cittadina, raccolta attorno al giornale “I Volsci” e presente, nella zona di Roma in cui Valerio viveva, con il Comitato di lotta Val Melaina-Tufello. Ugualmente interessante è l’analisi, stavolta più “sociale” che politica, che Capoccetti fa del rapporto intercorrente, nella seconda metà degli anni ’70 a Roma, fra militanza politica e tifo organizzato, così come del fenomeno dell’ingresso dell’eroina nelle periferie della capitale. Un lavoro, in sintesi, che cerca di “ricostruire la biografia di un militante nella convinzione che possa fornire una prospettiva specifica per raccontare i movimenti sociali e politici della fine degli anni ’70”. Se è vero, com’è vero, che “Valerio vive, un’idea non muore” (come recita lo slogan ripetuto a gran voce per 31 anni, ogni 22 febbraio, dal corteo che annualmente si tiene a Roma in occasione dell’anniversario del barbaro omicidio) il modo migliore per ricordarlo e, appunto, farlo vivere, è proprio quello di capirne le scelte politiche, per come andarono maturando in quel preciso contesto storico, e di portarne avanti l’impegno militante.