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Vladimir Vladimirovič Maja-kovskij nacque a Bagdadi (Georgia) il 7 luglio del 1893, da una famiglia di modeste condizioni. All’indomani della prima grande rivoluzione russa del 1905, si trasferì a Mosca insieme alla famiglia. Il contatto con l’ambiente cittadino e con la condizione operaia portò il giovane ad orientarsi alle idee politiche dei socialisti russi e proprio a Mosca cominciò la sua attività di militante rivoluzionario aderendo al Partito operario socialdemocratico russo.

Nello stesso tempo maturarono anche i suoi interessi artistici e letterari e pertanto, nel 1911, si iscrisse all’Accademia di pittura, scultura e architettura di Mosca dove incontrò il pittore David Burljuk che, entusiasta delle sue poesie, lo mise in contatto con il gruppo dei cubo-futuristi, Gileja.

Il movimento futurista annunciava con le sue roboanti e stravaganti performance, con la sua voglia di rompere col passato e di guardare al futuro, con la sua carica esplosiva, con la sua aggressività e volontà di irrompere con assolute novità nel campo delle forme artistiche, con il suo carattere tempestoso di opposizione alla società borghese, ciò che sarebbe accaduto qualche anno più tardi nella società russa ed europea più in generale.

Poesia e rivoluzione

Allo scoppio della rivoluzione, il poeta georgiano ne fu tra i più entusiasti. La sua passione politica e la sua arte potevano finalmente trovare un’espressione concreta, fondersi con le aspirazioni delle masse e porsi al servizio della più grande impresa mai compiuta dagli uomini: edificare una società senza sfruttati né sfruttatori.

Majakovskij fu uno dei migliori interpreti dello spirito nuovo: ingaggiò una battaglia teorica contro la vecchia letteratura borghese, promosse la formazione di gruppi “comunisti-futuristi” nei quartieri operai, portò i suoi versi nelle officine e nelle fabbriche, poiché egli fu cosciente che la più grande opera di costruzione era ora in mano alla classe lavoratrice e la nuova poesia non poteva non entrare in stretto contatto con quest’opera titanica del proletariato russo.

Finalmente l’arte poteva cominciare a fondersi con la vita, per questo non poteva e non doveva restare nell’iperuranio delle idee ma scendere sulla terra e mettersi al servizio del popolo: le preoccupazioni artistiche di Majakovskij così cominciarono a fondersi con i problemi attorno all’istruzione delle masse, al loro elevamento culturale e alla soluzione dell’analfabetismo.

Egli collaborò attivamente col governo rivoluzionario e nel 1922 fondò il Lef, il Fronte di sinistra delle arti. Certo, la sua battaglia e i suoi propositi non furono privi di contraddizioni e slanci utopistici o estremisti. La battaglia del Lef fu orientata da un lato alla costruzione di una cosiddetta “arte proletaria”; dall’altro esigeva che il Partito comunista determinasse in modo più stringente le linee programmatiche di una nuova arte. Tuttavia, come lo stesso Trotskij argomentò, d’accordo col pensiero di Lenin al riguardo, era utopistico e contraddittorio parlare di un’arte “proletaria”.

Il proletariato, infatti, è una classe diversa dalle altre, non mira a prendere il potere per stabilire un nuovo dominio di classe ma è destinata ad estinguersi insieme al suo regime, la dittatura del proletariato. L’arte nuova che sarebbe nata doveva essere un’arte pienamente libera e umana proprio perché il socialismo mira a distruggere tutte le differenziazioni di classe.

Sarebbe stato utopistico parlare di un’arte proletaria proprio come sarebbe stato utopistico parlare della costruzione del socialismo in un paese solo. Era necessario che la rivoluzione si estendesse almeno agli altri paesi europei, come la Germania o l’Inghilterra, il cui contributo, anche artistico, avrebbe favorito uno sviluppo fenomenale dell’economia e della cultura.

Allo stesso modo, Trotskij negò decisamente la possibilità che il partito dovesse dare delle direttive stringenti e dogmatiche intorno alle questioni artistiche, in special modo su questioni come la forma e lo stile. E lo stesso Majakovskij, sebbene avesse posto la sua arte al servizio della rivoluzione, non fu mai servo, né la sua arte servile, ma sempre piena di spirito critico e autocritico e improntata alla più grande libertà, alla ricerca vera dell’affermazione dell’arte nella vita di milioni di oppressi.

Abbasso la burocrazia!

Alla morte di Lenin lo scontro nel Partito comunista subì una grave accelerazione. La burocrazia soffocò la rivoluzione e tutte le sue più genuine manifestazioni, comprese quelle artistiche. La cricca staliniana, che aveva una mentalità ristretta e conservatrice, sospettò fortemente di ogni manifestazione artistica indipendente e così in principio riunì forzosamente tutte le associazioni di artisti e scrittori in un’unica centrale degli scrittori “proletari” (Rapp), poi intervenne direttamente sulle questione dell’arte. Le opere degli artisti occidentali d’avanguardia vennero poste in soffitta, bollate come borghesi e antipopolari.

A conclusione dell’opera di costrizione da parte dello stalinismo nei confronti degli artisti, nel 1934 Zdanov divenne ispiratore della linea culturale del partito, il “realismo socialista”. Un’arte conformista, priva di ispirazione e di slancio, tesa a celebrare il “capo” Stalin. Trotsky scrisse in proposito: “L’attuale ideologia ufficiale della ‘letteratura proletaria’ è fondata – nel campo artistico assistiamo allo stesso spettacolo cui si assiste in quello economico! – sulla completa incomprensione dei ritmi e delle scadenze della maturazione culturale. La lotta per la ‘cultura proletaria’ – una sorta di ‘collettivizzazione totale’ di tutte le conquiste dell’umanità nell’ambito del piano quinquennale – all’inizio della rivoluzione d’ottobre aveva il carattere di un idealismo utopistico, e proprio lungo questa linea fu respinta da Lenin e dall’autore di codeste righe. Negli ultimi anni essa è diventata semplicemente un sistema di ingiunzioni burocratiche all’arte e di devastazione dell’arte”.

Le pressioni della burocrazia, il clima politico di sospetto che cominciò a generarsi nel partito, portarono infine Majakovskij ad aderire alla Rapp nel febbraio del 1930, due mesi prima del suo suicidio. Ma Libedinskij, dirigente della Rapp, annotò: “I dirigenti della Rapp considerarono l’adesione di Majakovskij con una certa preoccupazione. Era come se temessimo che il nostro debole vascello potesse esere danneggiato dal peso di un così grosso elefante”.

L’“elefante” infatti, poco prima, aveva dato alle stampe due opere teatrali La cimice e Il bagno. La prima, disse Majakovskij, “è la variante teatrale di quell’argomento fondamentale al quale ho dedicato versi e poemi. Si tratta della lotta contro il piccolo-borghese”, la seconda un’invettiva più diretta contro l’ottusa burocrazia staliniana.

Il 14 aprile del 1930 egli si suicidò. La burocrazia si affrettò a dire che quanto accaduto a Majakovskij non aveva nulla a che fare con la sua attività di poeta. Trotskij protestò vigorosamente, domandandosi come fosse stato possibile affermare che il gesto tragico di Majakovskij non avesse nulla a che vedere con la sua opera e la sua attività. Sarebbe stato come dire che la sua morte non avesse avuto a che vedere con la sua vita.

Egli fu pronto a servire la sua epoca anche nel più umile lavoro quotidiano e aborriva il formalismo della burocrazia, sebbene non riuscì mai a sistematizzare questa sua istintiva repulsa in opposizione politica cosciente. Egli disse di sé con orgoglio: “non sono stato a salario”.

Nel suo poema, A piena voce, darà ancora un grido rivoluzionario contro le torme di burocrati, filistei ed epigoni, ancora fedele alla sua classe e al bolscevismo:

Dinanzi

alla C.C.C.1

dei futuri

anni radiosi,

sopra la banda

dei poetici

profittatori e scrocconi

io leverò

come una tessera bolscevica tutti i cento tomi

dei miei

libri di partito.”

Note:

1 Commissione centrale di controllo

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