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“… Hanno cercato di persuadervi che il capitalismo sia inevitabile, che la disoccupazione che flagella il paese sia una catastrofe naturale. Ebbene, vi dico che non è così. La crisi non cade dal cielo: alla base ha il vostro sfruttamento oltre il lecito e l’avidità di sfruttatori che campano del lavoro altrui... parassiti oziosi consumano bottiglie di vino francese al fresco…”

Con queste parole che sembrano riguardare più l’attualità che il passato, un sindacalista degli inizi del ‘900 arringa la folla e spiega la natura delle crisi nel sistema capitalista, nell’ultima fatica di Valerio Evangelisti: One big union.

Mentre in quel periodo, negli Stati Uniti i classici sindacati di categoria sono fiacchi e si prestano alla divisione dei lavoratori da parte dei padroni, si fa strada un nuovo sindacato rivoluzionario, quello degli Iww (Industrial workers of the world). A differenza degli altri, gli Iww organizzano tutti i lavoratori, senza distinzione di specializzazione, etnia o altro e spesso anche i disoccupati. Questo è alla base della loro forza, gli permette di bloccare con scioperi interi settori e obbligare i padroni alla trattativa. La reazione non si fa attendere, ed utilizza per stroncare il sindacato anche gli infiltrati. È attraverso gli occhi di uno di questi, Bob Coates, che One Big Union ci mostra l’ascesa e la repressione del sindacalismo rivoluzionario negli Usa. Un protagonista che è una nullità, pedina della macchina messa in moto da governo e padroni, la macchina complessa che comprende stampa e quasi tutte le chiese cristiane. Coates è un uomo senza spina dorsale, ma è rappresentativo di come il sistema di pensiero borghese, allora come oggi, deformi la realtà per far sembrare “naturale” il sistema di produzione capitalistico che sfrutta i lavoratori, e nemici del “progresso” quelli che vi si oppongono. L’unica arma che può portare alla vittoria i lavoratori è quella della solidarietà e della lotta comune. Evangelisti, con la sua solita maestria, utilizza un altro tempo e un altro luogo per descriverci quello che sta succedendo ora e quali sono le possibili via di uscita.

Con la spietata repressione lanciata a tutti i livelli durante la prima guerra mondiale per non permettere che la macchina bellica si fermasse, gli Iww segnarono una sconfitta (anche per il dibattito non risolto al loro interno sulla questione dell’organizzazione politica), ma la battaglia continua e il loro motto “An injury to one is an injury to all” (Un’offesa a uno è un’offesa a tutti) è il motore della rivolta.

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